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CHIESA D’AFRICA “INCONTINENTE”: DAGLI INTERVENTI IN AULA, TRACIMANO QUESTIONI SOCIALI ED ECCLESIALI

da Adista Notizie n. 102 del 17/10/2009

SINODO AFRICANO: VIETATO PARLARE DI CONDOM E CELIBATO DEI PRETI. MA QUALCUNO ROMPE SUBITO LE RIGHE
di Luigi Sandri

Preparato conogni possibile rete protettiva per impedire che emergessero temi che ilpapa non intende assolutamente dischiudere, la seconda assembleaspeciale del Sinodo dei vescovi per l’Africa è stata invece investita,fin dalle prime battute, da argomenti scottanti, come l’uso delpreservativo o la ridiscussione dell’obbligatorietà del celibatosacerdotale per la Chiesa latina. L’Assemblea, alla quale prendonoparte 244 “padri”, è stata inaugurata da Benedetto XVI il4 ottobre; essa si concluderà il 25 ottobre, e solo allora, ovviamente,sarà possibile valutare l’insieme dei lavori e le conclusioni cui siarriverà, anche sui “temi caldi”. Il tema ufficiale del Sinodo (ilsecondo, dedicato all’Africa, dopo quello del 1994) è: “La Chiesa inAfrica a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace.‘Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo’ (Mt5,13.14)”.

Nel suo discorso – durante una liturgia dominata, salvo alcunidettagli, dal rigido rito latino, senza alcuna reale concessione aipossibili riti africani – il pontefice è stato severo nel denunciarealcuni permanenti mali del Continente nero, ma nessuna prospettiva dicambiamento ha fatto balenare per alcuni riforme ecclesiali purrichieste da molti cattolici, clero e laici, in Africa. “Quando siparla di tesori dell’Africa – ha detto il papa – il pensiero va subitoalle risorse di cui è ricco il suo territorio e che purtroppo sonodiventate e talora continuano ad essere motivo di sfruttamento, diconflitti e di corruzione. Invece la Parola di Dio ci fa guardare a unaltro patrimonio: quello spirituale e culturale, di cui l’umanità habisogno ancor più che delle materie prime… Da questo punto di vista,l’Africa rappresenta un immenso ‘polmone’ spirituale, per un’umanitàche appare in crisi di fede e di speranza. Ma anche questo ‘polmone’può ammalarsi. E al momento almeno due pericolose patologie lo stannointaccando: anzitutto, una malattia già diffusa nel mondo occidentale,cioè il materialismo pratico, combinato con il pensiero relativista enichilista. Senza entrare nel merito della genesi di tali mali dellospirito, rimane tuttavia indiscutibile che il cosiddetto ‘primo’ mondotalora ha esportato e sta esportando tossici rifiuti spirituali, checontagiano le popolazioni di altri continenti, tra cui in particolarequelle africane. In questo senso il colonialismo, finito sul pianopolitico, non è mai del tutto terminato. Ma, proprio in questa stessaprospettiva, va segnalato un secondo ‘virus’ che potrebbe colpire anchel’Africa, cioè il fondamentalismo religioso, mischiato con interessipolitici ed economici. Gruppi che si rifanno a diverse appartenenzereligiose si stanno diffondendo nel Continente africano; lo fanno nelnome di Dio, ma secondo una logica opposta a quella divina, cioèinsegnando e praticando non l’amore e il rispetto della libertà, mal’intolleranza e la violenza”.
Lunedì 5 ottobre, il relatore generale del Sinodo, il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson,arcivescovo di Cape Coast (Ghana), ha tenuto la prima conferenza stampasull’Assemblea. Interrogato dai giornalisti sulla legittimità (morale)dell’uso del condom, ha risposto: “Se un contagiato venisseda me”, “raccomanderei l’uso del preservativo, anche se in Africa avolte questo rappresenta un rischio” per la cattiva qualità di alcuni condom.“L’utilizzo del preservativo è importante”, ha continuato, ma “bisognaricordare l’aspetto della fedeltà all’interno della coppia, quindil’appello all’utilizzo dei preservativi va di pari passo alla fedeltàdella coppia”. Fino ad ora, la posizione ufficiale del Vaticano sullaquestione era stata di netta chiusura, senza eccezioni. E papa Ratzinger,nel suo viaggio in Camerun ed Angola, nel marzo scorso, aveva detto chel’uso del preservativo “peggiora la situazione” (v. Adista 34/09). Einfatti, nell’Instrumentum laboris, il testo-base da cui partela discussione sinodale, non vi è traccia dello spiraglio aperto daTurkson. Sarà perciò interessante vedere come, infine, la questionesarà posta nelle propositiones, le proposte al papa che ilSinodo, al termine dei suoi lavori, elaborerà: conferma ferrea delladottrina ufficiale, oppure, indirettamente smentendo il papa, unaqualche apertura?
Anche su un altro tema, assai discusso in Africa, quello della leggedel celibato per il clero latino, forse nel Sinodo non vi è quellaunanimità, per la riconferma assoluta della legge, che piacerebbe allaCuria romana, e che viene riproposta dall’ Instrumentum laboris. Per rendersene conto basta leggere il corposo articolo che Nigrizia diottobre dedica al tema (www.nigrizia.it). La rivista dei missionaricomboniani, dopo una veloce e recente casistica e un resoconto degliinterventi del Vaticano, negli ultimi anni, per circoscrivere ilfenomeno della violazione del celibato ecclesiastico, afferma tral’altro: “È di dominio pubblico ormai – senza voler generalizzare e fartorto ai tanti che agiscono onestamente e riconoscendo che ci sonoPaesi dove il clero compie sforzi sinceri per vivere coerentemente –che il fenomeno dei sacerdoti e vescovi che hanno famiglia è diffuso”.E “tutto fa ritenere che il problema del celibato dei preti sia statoevocato seriamente da Benedetto XVI nei suoi colloqui con i vescovidella regione durante il suo viaggio a Yaoundé (Camerun) nel marzoscorso”. “Questi scandali – secondo la rivista – obbligano iresponsabili nella Chiesa a porsi la domanda della giustezza di unmodello di sacerdote e pastore che viene dalla riforma tridentina”: “Èancora un modello valido ovunque e per tutti?”. “Non tocca a noirispondere”, prosegue, però “pensiamo che anche la figura del sacerdotecattolico in Africa vada inculturata”.
CHIESA D’AFRICA “INCONTINENTE”: DAGLI INTERVENTI IN AULA,TRACIMANO QUESTIONI SOCIALI ED ECCLESIALI
di Eletta Cucuzza
Uso delpreservativo per la protezione nei rapporti a rischio e legge sulcelibato dei preti (v. notizia precedente) sono temi fra i piùcontroversi e di maggiore risonanza mediatica nel contestodell’informazione riguardante l’Africa. Dalla lettura, però, degliinterventi in aula sinodale dei vescovi che guidano le diocesi delContinente emergono problemi e situazioni – sociali ed ecclesiali (v.il numero di documenti allegato) – molto spesso o poco conosciuti opoco dibattuti nel resto del mondo. Come si evince qui di seguito davirgolettati tratti dalle sintesi (solo queste sono in genere adisposizione) dei discorsi dei vescovi che hanno preso la parola neiprimi giorni dei lavori.
Card. Polycarp Pengo, arcivescovo di Dar-es-Salaam, presidente del Simposio di Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar (Secam) (Tanzania)
“Le guerre e i conflitti che affliggono il nostro Continentedividono i nostri popoli, seminando una cultura della violenza edistruggendo il tessuto spirituale, sociale e mo
rale delle nostresocietà. È triste dover riconoscere che alcuni di noi pastori sonostati accusati di essere coinvolti in tali conflitti o per omissione oper partecipazione diretta. In questo Sinodo dobbiamo avere il coraggiodi denunciare, persino contro noi stessi, l’abuso del ruolo e dellapratica del potere, il tribalismo e l’etnocentrismo, lo schieramentopolitico dei capi religiosi eccetera… La Chiesa africana non potràparlare a una sola voce di riconciliazione, giustizia e pace se nelContinente è evidente la mancanza di unità, di comunione e il dovutorispetto nei confronti del Secam, da parte dei singoli vescovi, nonchédelle conferenze episcopali nazionali e regionali. Abbiamo bisogno diuna maggior comunione e di una maggior solidarietà pastorale in senoalla Chiesa africana”.
Mons. Lucas Abadamloora, vescovo di Navrongo-Bolgatanga, presidente della Conferenza Episcopale (Ghana)
“La nostra esperienza della Chiesa in Europa e in America, ma anchequella di alcuni fratelli vescovi e sacerdoti, ci fa pensare di esseremembri di serie B della famiglia della Chiesa, o di appartenere a unaChiesa diversa. Si è creata l’impressione che noi abbiamo bisogno deglialtri, ma non gli altri di noi. La teoria della fraternità e dellacomunità è forte, ma la pratica è debole. La dinamica della Chiesa cheinsiste sul fatto che la comunità ecclesiale deve essere integrata, inteoria e in pratica, in modo tale che tutti vi si sentano a casa,dovrebbe essere portata avanti anche in questo secondo Sinodo”.
Mons. Maroun Elias Lahham, vescovo di Tunisi (Tunisia)
“Il mio intervento riguarda i rapporti con l’Islam in Africa. Il primo aspetto da sottolineare è che l’Instrumentum laborisparla dell’Islam in un solo paragrafo (102), in termini generici e cheinteressano l’Islam nell’Africa subsahariana. Ora, la stragrandemaggioranza dei musulmani africani vive in Africa settentrionale, zonageografica completamente assente nell’Instrumentum laboris. Unaltro aspetto è che circa l’80% dei 350 milioni di arabi musulmani vivenei Paesi dell’Africa settentrionale. Tutto ciò per dire che i rapportiislamo-cristiani in Africa del Nord sono diversi da quelli dell’Europa,dell’Africa subsahariana e anche dei Paesi arabi del Medio Oriente.Questa omissione delle Chiese dell’Africa del Nord, quando si parla diAfrica, e soprattutto questa omissione dell’Islam ci sorprende;l’abbiamo comunicato alle autorità competenti.
La specificità delle relazioni islamo-cristiane nelle Chiesedell’Africa settentrionale può arricchire le esperienze di dialogovissute altrove (in Europa o nell’Africa subsahariana) e attenuare lereazioni di paura e di rifiuto dell’Islam che cominciano a farsisentire in alcuni Paesi. Sappiamo tutti che la paura è cattivaconsigliera. (…).
Due proposte:
– Che il Sinodo per il Medio Oriente previsto per l’ottobre del 2010comprenda anche le diocesi dell’Africa del Nord, soprattutto per quantoriguarda le minoranze cristiane e i rapporti e il dialogo con l’Islam.
– Un dibattito sull’Islam in Africa che tenga conto della varietà delle esperienze africane, da Tunisi a Johannesburg”.
Mons. Giorgio Bertin, vescovo di Djibouti, amministratore apostolico ad nutum Sanctæ Sedis di Mogadiscio (Somalia)
“Non siamo solo noi cattolici a volere riconciliazione, giustizia epace in Somalia o in Africa. Ci sono tante altre persone e istituzionidi buona volontà. (…). Concretamente vi suggerisco alcuni punti nonesaustivi, pensando sia alla Somalia che all’Africa:
1. fare la memoria “insieme agli altri” delle persone migliori che hanno servito al bene di un dato popolo;
2. avere dei momenti di preghiera in comune con i credenti di altre fedi a favore della pace;
3. arrestare il traffico di armi e la libera circolazione di criminali di guerra;
4. invitare la comunità internazionale a una più grandecollaborazione non solo alla lotta contro la pirateria, ma anche per laricostruzione dello Stato in Somalia;
5. collaborare con i musulmani di buona volontà per isolare eneutralizzare l’opera nefasta di gruppi islamici radicali che sono lacausa di problemi anzitutto per i musulmani stessi e poi per gli altri;
6. appoggiare e sviluppare l’ azione della Santa Sede e dei suoi diplomatici”.
Mons. Michael Dixon Bhasera, vescovo di Masvingo (Zimbabwe)
“Le sfide che dobbiamo affrontare sono determinate sia dal processodi globalizzazione, sia da fattori locali. (…). Alcuni africaniricorrono alle sette o alla stregoneria quando devono affrontare ledifficoltà. Inoltre, è doloroso vedere i cattolici che si rivoltanocontro i loro fratelli cattolici a causa di conflitti politici,sociali, economici e regionali. Il problema è la scarsa conoscenza delsignificato di Chiesa come Famiglia (di Dio). Questa Catechesi dovrebbeiniziare già in famiglia per poi continuare nelle nostre istituzionieducative, sanitarie, di sviluppo sociale e di formazione. Quando ifedeli hanno raggiunto la comprensione di ‘chi siamo’, essi possonocominciare a orientarsi verso il dialogo ecumenico e promuovere lariconciliazione, la giustizia e la pace”.
Mons. François Xavier Maroy Rusengo, arcivescovo di Bukavu (Repubblica Democratica del Congo)
“Partendo dai danni provocati dalle guerre e dalle violenze nellaparte orientale del nostro Paese, la Repubblica Democratica del Congoe, in particolare, nella nostra arcidiocesi di Bukavu, riteniamo che lariconciliazione non possa più limitarsi semplicemente ad armonizzare lerelazioni interpersonali. Essa deve inevitabilmente prendere inconsiderazione le cause profonde della crisi delle relazioni che sicollocano a livello degli interessi e delle risorse naturali del Paese,da sfruttare e gestire nella trasparenza e nell’equità a vantaggio ditutti. Dato che le cause delle violenze nella parte orientale dellaRepubblica Democratica del Congo sono essenzialmente le risorsenaturali. A tale scopo, ricordiamo il lavoro che la commissioneGiustizia e Pace sta facendo nell’arcidiocesi di Bukavu affinché lariconciliazione si attui attraverso la ricostruzione comunitaria. (…)

Una delle parrocchie della nostra arcidiocesi è stata incendiatavenerdì 2 ottobre 2009, i sacerdoti sono stati maltrattati, altri presiin ostaggio da uomini in uniforme che hanno preteso un grosso riscattoche siamo stati costretti a pagare per risparmiare la vita dei nostrisacerdoti che essi minacciavano di massacrare. Con queste azioni, laChiesa è rimasta l’unico sostegno di un popolo terrorizzato, umiliato,sfruttato, dominato, che si vorrebbe ridurre al silenzio”.
Mons. Martin Munyanyi, vescovo di Gweru (Zimbabwe)
“C’è bisogno di riconciliazione non solo nel Paese in generale, maanche nella Chiesa, dato che vediamo ribollire la tensione in alcunenostre parrocchie a causa delle differenze linguistiche ed etniche. InAfrica, quando parliamo di giustizia, parliamo certamente di particoinvolte, che comprendono anche le famiglie. Le comunità hanno bisognodi riunirsi a discutere i loro problemi in uno scenario di ‘arbre à palabre’. E dovrebbe esserci una giustizia retributiva e riparatrice prima della morte di una delle parti in causa.
Le questioni di giustizia nella Chiesa riguardano ovviamente il nonpagare ai nostri lavoratori la somma corrispondente al giusto salario eil cattivo uso delle risorse della Chiesa da parte di sacerdoti a spesedelle comunità. Alcune pratiche della Chiesa tendono ad averepregiudizi contro le bambine. Per esempio la bambina viene punita,mentre il bambino no”.
Mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, vescovo titolare di Tabuda, vicario apostolico di Tripoli (Libia)
“Sappiamo che nel Continente africano vi sono più di dieci milionidi sfollati, di migranti che cercano una patria, una terra di pace. Ilfenomeno di questo esodo rivela un volto d’ingiustizia e di crisisociopolitica in Africa. In Libia viviamo tutta la tragedia di questofenomeno… Venire in Libia per essere respinti dall’Europa… Vi sonomigliaia di immigrati che entrano in Libia ogni anno, provenienti daiPaesi dell’Africa sub-sahariana. La maggior parte di questi fugge dallaguerra e dalla povertà del proprio Paese e arriva in Libia, dove cercaun lavoro per aiutare la famiglia oppure un modo per andare in Europanella speranza di trovarvi una vita migliore e più sicura. Molti diloro si sono lasciati ingannare dalle promesse di un lavoro benretribuito e si trovano costretti a svolgere lavori mal pagati epericolosi oppure non ne trovano affatto. Molte donne, fatte venire nelPaese, sono costrette alla prostituzione e alla schiavitù. Tutti gliimmigrati illegali rischiano il carcere e la deportazione o, peggioancora, non hanno accesso né all’assistenza legale né ai servizisanitari. In Libia vi sono diversi centri di raccolta di tutti iclandestini, ma tutti coloro che si rivolgono al Centro di ServizioSociale della Chiesa sono originari dell’Eritrea e della Nigeria,etiopi, sudanesi e congolesi…”.
Mons. Lucius Iwejuru Ugorji, vescovo di Umuahia (Nigeria)
“Le multinazionali sfruttano le risorse naturali in Africa in unamisura che non ha precedenti nella storia. Utilizzano le risorse che sisono accumulate in tanto tempo senza preoccuparsi se le generazionifuture verranno lasciate senza mezzi di sussistenza. Questosfruttamento sconsiderato dell’ambiente ha un impatto negativo sugliafricani e minaccia le loro prospettive di vivere in pace.
Collegato a questo problema è il degrado ambientale in Africa. Areeintere vengono distrutte a causa della deforestazione, dell’estrazionedi petrolio, come pure dello smaltimento dei rifiuti tossici, dicontenitori di plastica e materiale in cellofan. Inoltre, l’erosionecausata dall’uomo porta via terreni agricoli, distrugge le strade einsabbia le sorgenti d’acqua. Questi fattori impoveriscono le comunitàafricane, aumentando le tensioni e i conflitti. (…). La Chiesa inAfrica deve suscitare una ‘conversione ecologica’ attraversoun’educazione intensiva. Deve educare le persone in Africa ad esserepiù sensibili verso il crescente disastro ambientale e la necessità diridurlo. Tutti devono essere resi sempre più consapevoli che legenerazioni future hanno il diritto di vivere in un ambiente intatto esano e di godere delle sue risorse”.
Mons. Berhaneyesus Demerew Souraphiel, arcivescovometropolita di Addis Abeba, presidente della Conferenza Episcopale,Presidente del Consiglio della Chiesa Etiopica (Etiopia)
“Spero che questo sinodo per l’Africa studi le cause che sono allabase del traffico di esseri umani, delle persone sfollate, deilavoratori domestici sfruttati (soprattutto le donne in Medio Oriente),dei rifugiati e dei migranti, specialmente degli africani che giungonosui barconi e dei richiedenti asilo, e che sortisca posizioni eproposte concrete per mostrare al mondo che la vita degli africani èsacra e non priva di valore, come invece sembra essere presentata evista da molti media.
Come è noto, l’Unione Africana (Ua) ha sede ad Addis Abeba, dove è stata fondata. L’Ua è il forum della leadershippolitica in Africa. È utile sapere che quasi il 50% dei membri dell’Uaappartengono alla Chiesa cattolica. Finora, il nunzio apostolico inEtiopia è stato invitato a partecipare come osservatore alle assembleegenerali dell’Ua quando si svolgono ad Addis Abeba. È mio auspicio chela Santa Sede nomini un rappresentante permanente presso l’Ua, chepartecipi a tutti gli incontri ogniqualvolta si svolgano e che possamantenere un contatto personale con i membri cattolici di questaimportante istituzione”.
Mons. Tarcisius Gervazio Ziyaye, arcivescovo diBlantyre, presidente della Conferenza Episcopale, presidentedell’Associazione dei Membri delle Conferenze Episcopali in AfricaOrientale (Amecea) (Malawi)
“Siamo chiamati a passare a una catechesi più matura, che promuovauna vera identità cristiana e una profonda conversione dei cuori. Èscoraggiante osservare che i cattolici oggi in Africa partecipino ascontri politici ed etnici, che i politici cattolici possano esserecoinvolti in gravi casi di corruzione nella pubblica amministrazione eche alcuni dei nostri cattolici ricorrano a pratiche occulte neimomenti di difficoltà: tutto ciò ci dice che c’è ancora molto da fareper promuovere una fede che trasformi i cuori e una fede che rendagiustizia. Occorre una formazione più seria, a tutti i livelli dellaChiesa in Africa, nella dottrina sociale della Chiesa e una migliorepenetrazione dell’inculturazione nella nostra teologia e non solo neinostri rituali”.
Mons. Ambroise Ouédraogo, vescovo di Maradi (Niger)
“Nel Niger l’islam è presente in modo massiccio e colora tutte leattività della vita sociale, culturale, economica e politica. Moschee emadrase sono presenti ovunque. Assistiamo anche alla creazione diorfanatrofi, centri sanitari ed enti di solidarietà. Alcuni nuovimovimenti islamici riformisti sostengono radio e televisioni private diindirizzo religioso allo scopo di formare i fedeli musulmani perchévivano e pratichino meglio la religione. Vivendo al centro di talecontesto socioculturale e religioso, la Chiesa-famiglia di Dio nelNiger, consapevole della sua situazione di minoranza, si impegna avivere e testimoniare l’amore di Dio per essere al servizio dellariconciliazione, della giustizia e della pace. La Chiesa di Dio nelNiger fa del dialogo islamo-cristiano una priorità pastorale della suamissione evangelizzatrice”.
FUORI DALLE AULE VATICANE. E DAL SILENZIO DEI MEDIA:NASCE UN OSSERVATORIO PER RACCONTARE IL SINODO
di Gianfranco Petrucci
Portare fuori dalle aulevaticane le istanze e i temi della II Assemblea speciale per l’Africae, contestualmente, aiutare stampa e tv a puntare i riflettori suSinodo e Continente, perché su questi temi, “oggi i media italianisoffrono di un provincialismo incredibile”. Questi gli obiettivi chehanno portato alla costituzione di un Osservatorio, promosso dalla Cimi(Conferenza degli Istituti Missionari in Italia) e dall’Ucsi (UnioneCattolica Stampa Italiana) e formato da associazioni, congregazionimissionarie e redazioni di testate sia cattoliche che laiche.
Secondo quanto hanno dichiarato i missionari comboniani p. Fernando Zolli e p. Alex Zanotelli– in apertura dell’incontro organizzato il 6 ottobre scorso (secondogiorno del Sinodo), presso la Libreria Ave, all’ombra del Cupolone –l’Osservatorio è oggi un servizio doveroso per almeno due ragioni: inprimo luogo, riscattare una scarsa copertura mediatica della IAssemblea per l’Africa (1994), quando molte delle istanze presentatedalle gerarchie e dai “teologi africani delle catacombe” rimaseroinascoltate; in secondo luogo, contrastare quel “provincialismo” deimedia italiani sull’Africa che sembra ben assecondare il silenzioassordante che proviene dalle stesse sale vaticane. “Forse è ancoratroppo presto”, si ripetono i partecipanti all’incontro, ma lasensazione di fondo è condivisa: su questo II Sinodo africano laprotezione delle informazioni è eccessiva. Gli stessi relatori invitatiall’incontro del 6 ottobre hanno potuto dire molto poco di quantoaccaduto “dentro”, perché appunto vincolati al segreto.
Tra gli invitati, p. Rocco Puopolo – missionario saveriano, statunitense, e direttore di Africa Faith & Justice Network– ha parlato della radicale distanza antropologica tra il sistema di“giustizia criminale” di stampo occidentale, su cui si fonda anche ildiritto internazionale, e i sistemi indigeni di restorative justice,tipici invece delle piccole comunità africane, che già operano neiterritori caldi e che “cercano un modo diverso di fare giustizia, senzal’uso – ha spiegato p. Puopolo – della violenza e della polizia”. Adesempio, in Liberia, chiarisce il missionario statunitense, nessunoconosce l’evoluzione del processo di Charles Taylor, il sanguinario dittatore processato dai tribunali speciali dell’Onu e della Sierra Leone. Allo stesso modo, le popolazioni acholiugandesi chiedono con forza che “si tenti una riconciliazionecomunitaria nel Nord Uganda” e che il processo al signore della guerra Joseph Kony venga sottratto all’Aja e riadattato ad una forma di riconciliazione comunitaria, più vicina alla stessa cultura acholi. La riconciliazione è un tema portante del Sinodo, eppure, ha detto p. Popolo, la via africana della restorative justice– già sperimentata strutturalmente nei conflitti in Sudafrica, Ruanda,Burundi e in parte anche in Sierra Leone – sembra non interessare e“viene solo accennata nell’Instrumentum laboris”.
Anche Munshya Chibila, zambiano, docente e membrodella Comunità Papa Giovanni XXIII ha approfondito il metodocomunitario africano della risoluzione dei conflitti. “Il conflitto èdentro ognuno di noi e non fuori”, ha chiarito. L’Occidente con i suoisoldati, invece, si inserisce nei conflitti africani come deus ex machinao come mediatore esterno. E così “il conflitto si attenua, ma laconflittualità resta”, pronta a riesplodere alla prima occasione. Gliesempi di riconciliazione “mediata” in seguito alle elezioni in Kenya(v. Adista nn. 23 e 65/08) e in Zimbabwe (v. Adista n. 31 e 65/08),dove la comunità internazionale ha tentato una sorta di spartizione delpotere tra leader autoritari e democratici, non ha prodotto che forme di pace precaria e illusoria.
“Ristabilire la giustizia in Africa significa, invece, imparare arisolvere le discordie” dal profondo, “sotto l’albero”, “come avvienein una famiglia con tanti bambini che litigano tutto il giorno”, haspiegato Chibila. Ma sempre con la nonviolenza, che diventa unastrategia permanente per affrontare ogni forma di conflittualità.“Molti conflitti – aggiunge – sono pianificati dall’esterno, dallegrandi potenze occidentali, e attecchiscono in Africa perché il terrenodella nonviolenza non è stato preparato”. Gli stessi “agenti esterni”che provocano il conflitto – conclude – sono poi chiamati a gestire lapacificazione, generando nuove situazioni di instabilità, terrenofertile ad esempio per il mercato delle armi.
Non c’è riconciliazione senza il coinvolgimento delle donne africane. Suor Elisa Kidanè – assistente generale, missionaria comboniana, nominata esperta al II Sinodo (v. anche intervento pubblicato sul numero didocumenti allegato) – ha così affrontato il ruolo della donna nellasocietà e nella Chiesa africane: “Sappiamo bene che la situazione delledonne in Africa è ben diversa da quella delle donne europee, ma seuseremo bene le nostre armi, cioè la dolcezza, la fermezza e laresistenza, alla fine – si augura – ci dovranno concedere i nostridiritti”. Ma è nell’ambito della Chiesa che l’appello della Kidanè sifa più appassionato: “Vorrei che i padri sinodali si rendano contoveramente che, se c’è una Chiesa, se c’è un’Africa che ancora esiste eresiste, è grazie al lavoro silenzioso, sofferto e tenace di questedonne”. E attacca: “Le sacrestie ormai ci stanno strette. Questa non èuna mera rivendicazione fine a se stessa. Essere nei ruoli di comandoci consentirebbe di aiutare anche l’uomo a fare leggi più consone allavita e al rispetto della dignità umana”. Alla II Assemblea Speciale perl’Africa le donne presenti sono 29, 10 esperte e 19 auditrici.

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