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NON SI PUÒ FARE TEOLOGIA IGNORANDO L’AFRICA. SPERANZE ED ATTESE DELLA CHIESA DEL CONTINENTE

di Claudia Fanti 
da Adista Documenti n. 103 del 17/10/2009

Se, come ha scritto il teologo tedesco Johann Baptist Metz, “non si può fare teologia ignorando Auschwitz”, lo stesso andrebbe detto per l’Africa, definita non a caso da dom Pedro Casaldáliga “la shoah del nostro tempo”. Lo aveva compreso molto bene il grande teologo e sociologo camerunese Jean-Marc Ela,scomparso il giorno di Natale del 2008, a 72 anni, nel suo volontarioesilio canadese: “A partire dall’olocausto africano, possiamo chiedercida che parte sta, in verità, la Chiesa”. Una Chiesa a cui Elarimproverava l’adozione di un modello di fede incapace di risponderealle necessità dei popoli africani.
Una Chiesa che, secondo la teologakeniana Philomena Njeri Mwaura, del Dipartimento difilosofia e di studi religiosi della Kenyatta University di Nairobi,non sembra “sia riuscita a promuovere a sufficienza un’autenticaidentità cristiana e a dar vita a comunità che trascendano le barriereetniche”, rivelandosi per esempio incapace, durante la crisi esplosa inKenya all’inizio del 2008 (in seguito a un un’elezione presidenzialecontroversa che, tuttavia, è stata “solo il fattore scatenante di unprofondo odio etnico”), di “assumere un ruolo profetico”, di “essere lacoscienza della nazione”. Una Chiesa – ha affermato la teologa duranteun seminario di formazione promosso a Nairobi, dal 18 al 22 agosto, dalForum internazionale dell’Azione Cattolica (Ifca) e dalla Commissioneper la pastorale, l’apostolato dei laici e la vita familiare delConsiglio Ecumenico delle Chiese, sul tema “Voi siete il Sale dellaTerra… Voi siete la luce del mondo” – spesso inadeguata a far fronteall’erosione del tessuto morale e sociale del continente conseguentealla distruzione dell’identità culturale africana, e messa “a duraprova” dalle ingiustizie storiche, dall’esclusione sociale, dalladisoccupazione, dallo squilibrio economico, dalla povertà, dagliopposti interessi politici. Finché il Vangelo non avrà portato acompimento la trasformazione della società inculturandosi nel contestoafricano, sottolinea Philomena Njeri Mwaura, “dovremo continuare alamentare una ‘missione incompleta’, un ‘Vangelo superficiale’ e un‘cristianesimo schizofrenico’”.
Ma quella “shoah del nostro tempo” che per Casaldáliga è l’Africainterpella tutti i cristiani e in particolar modo quelli europei. Nonper nulla l’economista spagnolo Luis de Sebastián,scomparso lo scorso maggio all’età di 74 anni, ha titolato uno dei suoiultimi libri “Africa, peccato dell’Europa”. “L’Africa – scrive ilmissionario comboniano Alex Zanotelli – è oggil’immagine viva del Servo Sofferente, del Cristo Crocifisso: è uncontinente crocifisso, che ci interpella direttamente come Chiesauniversale e Chiesa italiana”. Se infatti l’Africa è il peccatodell’Europa, lo è sicuramente anche del nostro Paese, come Zanotellidimostra esaurientemente nel suo articolo “E noi italiani?”.
A cominciare dai misfatti, sempre molto sottovalutati, degliinterventi coloniali italiani, primi fra tutti i massacri in Libia e inEtiopia, per continuare con “i guai che la nostra politica ha creato inquelle nazioni dopo la loro indipendenza, in particolare nel Cornod’Africa, dove abbiamo perseguito solo gli interessi delle nostrecompagnie”, fino al disastro dell’attuale politica estera italiana neiconfronti dell’Africa, è fondamentale, sottolinea Zanotelli, “iniziaread assumerci le nostre responsabilità in questa tormentata storia delcontinente”. Così, se l’Italia figura all’ultimo posto tra i Paesidonatori industrializzati (e gli scarsissimi fondi disponibili vengonodestinati in maniera privilegiata ai Paesi che collaborano nella lottaai flussi migratori – nel contesto, oltretutto, di una gestionepesantemente affaristica della cooperazione), il nostro Paese giocaperò un ruolo di spicco sul terreno militare, non solo attraversoun’industria delle armi tra le più fiorenti al mondo (all’ottavo postoper le armi pesanti e addirittura al secondo per quelle leggere), maanche mediante l’o-spitalità offerta all’Africom, il comando delleforze armate Usa per l’Africa, “per tenere militarmente in pugno” ilcontinente. Per non parlare, poi, delle leggi “razziste e razziali” checonfigurano l’attuale politica migratoria dell’Italia,dal-l’introduzione del reato di immigrazione irregolare fino airespingimenti dei barconi, rispediti in Libia “come se portasserorifiuti tossici”. Di seguito ampi stralci dell’intervento tenuto dallateologa Philomena Njeri Mwaura al seminario di Nairobi, in una nostratraduzione dall’inglese, e la versione integrale dell’articolo di AlexZanotelli sulle responsabilità italiane nei confronti dell’Africa.
UN’IDENTITÀ DA RICOSTRUIRE
di Philomena Njeri Mwaura
Cos’è la cultura? Nella sua accezione piùampia, per cultura si intende lo stile di vita di un popolo nel suoinsieme e l’eredità sociale che un individuo acquisisce da un gruppo.Secondo Mary Lobo, “la cultura rappresenta il progetto di vita di unpopolo: i simboli sociali, la politica, l’economia, la medicina, lareligione e i rituali, la lingua, l’arte, la letteratura, le ideologiee i sistemi di significato, la tecnologia, l’organiz-zazione sociale ele strutture di parentela”. (…).
Attraverso la cultura, riusciamo a cogliere una società nella suaforza e nella sua debolezza e a comprendere noi stessi. La culturainfluenza lo sviluppo nelle sue varie forme di espressione:l’atteggiamento verso il lavoro, la gratificazione e lo scambio, letradizioni di dibattito pubblico e di partecipazione, il consensosociale, ecc. L’espressione “cultura africana” presuppone tutti questiaspetti.
Guardando al Kenya, ci si chiede, esiste una cultura in questosenso? Noi ci consideriamo ancora una nazione in transizione e allostato fluido. Gran parte dei nostri valori e dei nostri costumitradizionali è andata perduta, altri sono stati modificati, mentrenuovi valori e abitudini sono stati mutuati reciprocamente da altrenazioni, arricchendo o diluendo in tal modo le rispettive culture. IlKenya è ora una società pluralistica, con una cultura che è frutto diadattamento, diversa in vari aspetti da quella tradizionale. (…)
L’Instrumentum Laboris del II Sinodo speciale per l’Africa riconoscel’importanza dell’identità culturale in Africa. Sostiene che la suadistruzione ha impedito un’integrazione personale e socialecontribuendo così all’erosione del tessuto morale e sociale dellesocietà africane. La cultura africana emergente a livello sociale,pubblico, bellico e conflittuale, politico e anche economico negavalori dell’Africa tradizionale come il rispetto per gli anziani e perle donne in quanto madri, la solidarietà, l’assistenza reciproca,l’ospitalità e l’u-nità, il rispetto per la vita, l’onestà, la verità,l’integrità e una spiritualità per la vita. (…).
Il contesto africano/kenyano per l’evangelizzazione

Il contesto dell’Africa/Kenya racconta o illustra due storiediametralmente opposte. Una è una storia di frustrazione e di lacrimedi bambini, donne e uomini che sono stanchi di un debito infinito,della povertà, di uno sfruttamento illimitato delle risorse naturali eumane, e che cercano disperatamente di porre fine alla miseria causatadalle guerre civili, dai conflitti etnici, da una leadershipinetta e inaffidabile, da malattie gravi come Hiv e Aids, dalla cattivagestione degli affari e delle risorse nazionali. L’altra storia èquella di un cristianesimo vibrante, di una ricca spiritualità che creasperanza in mezzo al caos apparente. Della gioia presente nella vitacomunitaria e nei valori africani della solidarietà, dell’as-sistenzareciproca, della riverenza verso Dio.
È un fatto riconosciuto che in Africa il cristianesimo stiacrescendo ad un ritmo notevole. (…). Come negli altri due terzi delmondo, ciò che avvicina gli africani al cristianesimo è la forza delVangelo nel cambiamento dell’individuo e delle circostanze personali, ela ricerca di una chiave per la trasformazione sociale del mondomoderno. Il messaggio evangelico di giustizia e dell’amore di Dio per ipoveri e gli emarginati risuona in modo particolare in un contestocaratterizzato da lotte per la sopravvivenza e per la giustizia e lapace.
La Chiesa appare in forte ripresa, come dimostra il moltiplicarsi dinuovi gruppi pentecostali e di rinnovamento carismatico all’interno delcristianesimo cattolico e protestante. Purtroppo, la crescita numericanon ha portato ad una spiritualità in grado di promuovere l’identitàcristiana e nazionale. L’etnicità è un “demone” che minaccia didisintegrare non solo il Paese ma anche la Chiesa. (…).
La crisi esplosa in Kenya all’inizio del 2008 in seguito aun’elezione presidenziale controversa – solo il fattore scatenante diun profondo odio etnico -, le ingiustizie storiche risalenti al periodocoloniale e mai affrontate, l’esclusione sociale presente specialmentetra i giovani, la disoccupazione, l’ingiustizia economica, la povertà egli opposti interessi politici hanno messo a dura prova la natura el’integrità della Chiesa in Kenya. Il fatto che la sua partecipazionealla missione di Dio sia stata messa in discussione richiede unavalutazione e una ricostruzione della sua teologia e della sua prassimissionaria. Per certi versi sembra che la Chiesa in Africa non siariuscita a promuovere a sufficienza un’auten-tica identità cristiana ea dar vita a comunità che trascendano le barriere etniche. (…).
Vi sono altre sfide per la Chiesa in Africa/Kenya che delineano ilcontesto per l’evangelizzazione. Consentitemi di enumerarne qualcuna.Il tema dei conflitti e della violenza attraversa buona partedell’Africa. Oggi, 19 dei 53 Stati africani stanno vivendo conflitti eguerre. (…). Ciò rende della massima importanza il compito dellariconciliazione, della pace e della giustizia. Dalla Chiesa ci siattende che assuma la guida in questo campo. (…).
Un altro tema legato alla promozione della dignità umana è quellodalla pandemia dell’Hiv e dell’Aids, che richiede un approccio piùolistico, non solo nei suoi risvolti medici e morali, ma anche sottol’aspetto della giustizia sociale, in quanto legato alla povertà, almalgoverno e ad altri macro fattori.
La Chiesa deve ancora affrontare in modo efficace le questioni digenere, relativamente alla partecipazione delle donne ai processidecisionali a tutti i livelli, alla promozione dei diritti dellebambine (e anche dei bambini), alla violenza di genere come problemamorale, teologico e sociale e al-l’insegnamento riguardo alla paridignità della donna.
Un altro tema è quello della giustizia economica. La crescitaeconomica degli ultimi cinque anni in Paesi come Kenya, Malawi, Zambia,Sudafrica, Tanzania e Uganda non si è tradotta in un sensibilemiglioramento della vita delle persone. Il gap tra ricchi e poveri e lafrustrazione del popolo sono sfociati nella violenza xenofoba del Kenyae del Sudafrica all’inizio del 2008. (…).
Verso una missione olistica per i laici
 (…) Di fronte a situazioni apparentemente disperate, come possonoi laici vivere la loro vocazione nella Chiesa e nella società in modotale da rappresentare un segno e uno strumento di cambiamento e disperanza radicato nel mistero pasquale? È a questo tema che oradobbiamo dedicarci. Considero i seguenti temi determinanti alla luce diun apostolato olistico dei laici.
a) Promozione della pace, della giustizia e della riconciliazione
Le profonde e dolorose ferite vissute dal Kenya invitano i laici,come Popolo di Dio, a operare per la pace, la riconciliazione e laguarigione. Ciò richiede una missione ed una visione ecumenica checonsentano di accompagnare i sieropositivi e i malati di Aids, levittime dei conflitti etnici, della violenza di genere, degli abusisessuali e di altre forme di violenza. Come popolo di Dio, non possiamofallire nel nostro dovere morale di difendere la giustizia e didenunciare ogni violenza. Un grave impedimento alla missione dellaChiesa è rappresentato dall’odio etnico e dalla xenofobia, che portanoa considerare quanti sono diversi da “noi” meno umani o meno degni.Tale enfasi sul “diverso” si estende al genere, alla alla razza epersino alla religione. La Chiesa deve riflettere sul concetto di“alterità” e promuovere ciò che Miroslav Volf, teologo dell’Europadell’Est che insegna negli Usa, chiama una “teologia dell’abbraccio”.“Il futuro del mondo intero – osserva – dipende dal modo con cuiaffrontiamo l’alterità etnica, religiosa e di genere”. (…).
Inoltre, il cristianesimo pietistico ed evangelico (prevalente inEuropa) ha dato poca attenzione alla riconciliazione sociale, ponendol’accento appena sulla relazione dell’anima con Dio. Ma unasottolineatura esclusiva sulla morale privata basata sullariconciliazione con Dio può portare a un’av-versione verso il mondo everso l’“altro”. Può essere questo il problema alla radicedell’ostilità etnica tra i cristiani? La dimensione sociale dellariconciliazione era centrale nelle relazioni umane e comunitarie inAfrica. E questa è una risorsa alla quale attingere man mano che sisviluppino nuove dinamiche dell’essere Chiesa.
I laici devono vivere la propria missione come un contributo intermini di integrità, come fece Gesù, il cui ministero si fondava sulloshalom, un concetto di pace dell’Antico Testamento che include armonia e benessere. Shalomcomprende la giustizia, una relazione risanata tra individuiall’interno della società, tra Dio e l’umanità e il resto dellacreazione. (…).
b) Formazione cristiana
La formazione cristiana è considerata nella dottrina sociale dellaChiesa un elemento cruciale per un laicato più forte, trasformato einformato. (…). Evangelizzare in senso olistico e in direzione di unatrasformazione implica (…) che Cristo trasformi la nostra vita e lenostre istituzioni perché siano simili a lui. Finché il Vangelo nonavrà portato a compimento questa trasformazione inculturandosi nelcontesto africano/kenyano, dovremo continuare a lamentare una “missioneincompleta”, un “Vangelo superficiale” e un “cristianesimoschizofrenico”. Un impegno teologico sistematico e la formazione deilaici costituiscono dunque la sfida più imponente per lamissione/vocazione cristiana in Africa.
c) Leadership profetica
Per una missione efficace ci vuole una leadership coraggiosa, fortee impegnata non solo tra il clero ma anche tra i laici. (…). Abbiamoricordato prima come la Chiesa del Kenya non sia riuscita a offrire unaleadership morale nella crisi politica che ha bloccato la nazione allafine del 2007 e al-l’inizio del 2008. Non è riuscita ad assumere unruolo profetico, ad essere la coscienza della nazione.L’educazio-ne/formazione teologica è decisiva per sviluppare questotipo di leadership, una leadership visionaria che sia capace di impegnarsi in modo dinamico e informato nella miriade di problemi che la nazione ha di fronte.
d) Dialogo come via della missione
Il dialogo non è stato una prassi comune nella Chiesa, a causa dellecorrenti fondamentaliste e della strumentalizzazione della religione daparte di poteri forti economici e politici. Dobbiamo ascoltarci avicenda per proclamare in modo efficace la Buona Novella: nel processodi ascolto reciproco, la nostra comune esperienza di Dio ne risulteràapprofondita. Ciò facilita anche la convivenza, nel rispetto delladignità e delle differenze.
e) Testimonianza agli emarginati
Essere Chiesa in Africa/Kenya significa portare una “buona novella”a quell’umanità che cerca pienezza di vita senza mai ottenerla, ipoveri delle aree rurali e delle città. Sono loro le vittime delleingiustizie economiche e politiche, e, tra di loro, in particolare, ledonne e le bambine, oppresse dal patriarcato tanto della Chiesa quantodella società. Un’e-vangelizzazione integrale richiede losmantellamento delle strutture di potere patriarcale che impedisconoalle persone di vivere il potere liberatore di Dio. (…). Una Chiesarinnovata deve distruggere le strutture di discriminazione di generenella Chiesa e nella società. (…).
Un’altra categoria emarginata dalla Chiesa e dalla società è quelladei giovani. Essi sono acclamati come leader del futuro ma la loroattesa è senza fine. Sono una risorsa che la Chiesa non sta utilizzandoadeguatamente. (…). Non sorprende che essi si stiano spostando versole Chiese carismatiche che hanno membri relativamente giovani e offronomaggiori opportunità di partecipazione e di leadership.Purtroppo vi sono anche giovani che escono dalla Chiesa e si unisconoai numerosi gruppi militari del Paese (…), diventando carne damacello per i politici nelle aree urbane e rurali. Si tratta di unamissione di frontiera, specialmente nelle baraccopoli, che richiedonouna grande attenzione da parte dei laici e della Chiesa come popolo diDio. È stato osservato che molte Chiese sono riluttanti ad impegnarsinelle baraccopoli e che la Chiesa che vive nella baraccopoli non sisente parte della Chiesa locale. Gran parte del clero che opera nellebaraccopoli è composta da missionari stranieri. Da qui la necessità,per la Chiesa locale, di una maggiore inclusività. (…).
E NOI ITALIANI?
di Alex Zanotelli
A Roma apre la seconda assemblea speciale per l’Africa (4-25ottobre). La prima assemblea si era svolta dal 10 aprile all’8 maggiodel 1994, sempre a Roma. La Chiesa in Africa aveva chiesto un Concilioed invece ha avuto un Sinodo. Tanti avevano chiesto che quell’assembleasi tenesse in Africa (il contesto è fondamentale!) ed invece è dinuovo, dopo 15 anni, convocato a Roma.
L’assise dei vescovi africani affronterà il tema “La Chiesa inAfrica al servizio della riconciliazione, della giustizia e dellapace”, che è anche il titolo dell’Instrumentum Laboris che raccoglie i desideratadelle chiese locali in Africa. Questo documento è un buono strumento dilavoro da cui partire. Toccherà ora ai vescovi sinodali far sentire ilgrido dell’Africa.
“L’Assemblea Sinodale – così dice  il documento prepa-ratorio -dovrebbe far sentire il grido dei poveri, delle minoranze, delle donneoffese nella loro dignità, degli emarginati, dei lavoratori mal pagati,dei rifugiati, dei migranti, dei  prigionieri…”.
Dato che il Sinodo si tiene a Roma, può essere una buona occasione,per noi cittadini italiani e per la Chiesa in Italia, per affrontarealcuni nodi fondamentali fra il nostro Paese e l’Africa.
Africa, la  nostra  madre
Oggi le ricerche sul Dna ci dicono a chiare lettere che tutti noidiscendiamo da un’unica ‘coppia’ che gli scienziati collocanonell’Africa Orientale. L’Africa è quindi la nostra Madre. Come possiamoaccettare che la Madre venga così crudelmente violentata? L’Africa hasubito la violenza inaudita dello schiavismo sia europeo che arabo, diun colonialismo brutale e di un neoliberismo che l’ha spolpata finoall’osso. La ricchezza del suo sottosuolo è la sua maledizione. Uncontinente ricchissimo (uranio, oro, petrolio, coltan…), ma che oggirappresenta l’1% del prodotto mondiale lordo. Ha terre agricole chepotrebbero sfamare il mondo e invece è proprio l’Africa a far la fame!Nel suo ultimo rapporto, la Fao afferma che, di un miliardo di affamatial mondo, ben un terzo si trova in Africa.
Se l’Africa è la ‘madre’ di tutti i popoli, perché questo razzismodi ritorno verso la ‘razza nera’? Perché è così radicato da noi questodisprezzo e rifiuto del ‘nero’? Fino a quando continueremo a parlare di‘razza’? Non siamo un’unica razza umana?
Un passato coloniale
È fondamentale, come italiani, iniziare ad assumerci le nostreresponsabilità in questa tormentata storia del continente. Dobbiamoancora riconoscere i misfatti dei nostri interventi coloniali inEritrea, Libia, Somalia ed Etiopia. Le ricerche del noto storico AngeloDel Boca ci hanno aiutato a conoscere quanto sia stata spietata laconquista e la colonizzazione di quelle terre. Dobbiamo ancorariconoscere i massacri compiuti in Libia (almeno centomila i morti!) ein Etiopia (dove è ormai accertato che abbiamo usato i gas nervini suun esercito in fuga!). Dobbiamo riconoscere finalmente la nostrabrutalità in terre d’Africa e sfatare il mito del “buon colonialismoitaliano”. E dobbiamo anche riconoscere i guai che la nostra politicaha creato in quelle nazioni dopo la loro indipendenza, in particolarenel Corno d’Africa, dove abbiamo perseguito solo gli interessi dellenostre  compagnie, come è risultato particolarmente evidente nellaspartizione affaristica di quella regione fra la Democrazia Cristiana(Etiopia) e il Partito Socialista di Craxi (Somalia). Il disastroodierno della Somalia, straziata da spaventose lotte fratricide, è inparte responsabilità nostra. Sappiamo oggi quanta corruzione abbiamoesportato in un Paese governato dal già corrotto regime di Siad Barre,che abbiamo poi riempito di armi e di rifiuti tossici (ora iniziamolentamente a venire a conoscenza di questi traffici!) La morte diIlaria Alpi è lì a ricordarci tutto questo.
Un presente neocolonialista
 
Che cos
a dire poi dell’attuale politica estera italiana neiconfronti dell’Africa? Mi sembra che non esista alcuna politica serianei confronti del continente se non quella degli affari. Siamodiventati gli amici dei peggiori dittatori d’A-frica, da Gheddafi(Libia) a Afeworki (Eritrea), da Bashir (Sudan) a Ben Ali (Tunisia).Sono sempre gli affari che, generalmente, dettano la nostra politicaestera.
Un esempio lampante è l’Eni (è al 30% dello Stato italiano) che staprovocando un vero disastro ecologico nel Delta del Niger. L’Eni estrae152.000 barili di petrolio al giorno, pari a sette milioni di euro algiorno. E allo stesso tempo ricorre al ‘gas flaring’ (pratica checonsiste nel bruciare a cielo aperto gas naturale collegatoall’estrazione del greggio, ndt), che contribuisce a faredella Nigeria il primo Paese al mondo per emissioni di CO2; distruggel’ecosistema nel Delta del Niger e viola i diritti umani ed economicidelle popolazioni indigene. Tutte le proteste sono finite nel nulla.Abbiamo chiesto con insistenza, durante il governo Prodi, che unadelegazione interpartitica visitasse con i media quella regione. Nullada fare! Blocco da parte della Farnesina! Eppure chiediamo solo che lanostra politica energetica nel Delta del Niger sia di cooperazione enon di depredazione.
Una cooperazione affaristica
 
Altro aspetto preoccupante è il calo costante, da parte dei nostrigoverni di destra e di sinistra, dei fondi per la cooperazioneinternazionale. Purtroppo la nostra esperienza in questo campo è statapiuttosto deludente, dalla mala cooperazione degli anni ottanta enovanta fino alla gestione affaristica del governo Berlusconi.
L’ultima finanziaria ha nettamente tagliato i fondi dellacooperazione internazionale e il sostegno alle iniziative di lotta allapovertà, portandoli alla miserabile cifra di 320 milioni di euro, menodello 0,1% del Pil, l’equivalente di una giornata di guerra in Iraq perle truppe americane. Nel 2011 saranno 215 milioni. Mai così scarsi. Esono stati dimezzati i Paesi in cui si effettueranno interventi. Roma,poi, vorrebbe privilegiare quegli Stati che collaborano nella lotta aiflussi migratori. E il governo Berlusconi spinge per valorizzare ilruolo delle imprese private in Africa. È così che la rivista Nigrizia valuta l’attuale cooperazione italiana.
“L’Italia di Berlusconi – scrive giustamente R. Salinari, presidente di Terre des hommes– che aveva promesso  nel  tragico G8 di Genova ben l’1% del Pil per unnuovo “Piano Marshall” per l’Africa, batte tutti con l’ultimo posto trai donatori industrializzati e, quel che è peggio, senza che vociautorevoli e qualificate del ‘governo ombra’ si siano alzate in difesadegli impegni internazionali. E pensare che l’Italia dovrebbe arrivareal fatidico 0,7% in ottemperanza agli impegni presi in sede Onu”.
L’Italia è inadempiente anche per il pagamento delle quote del Fondodi lotta all’Aids, Tbc e malaria. Il governo Berlusconi non hamantenuto nessuna delle promesse fatte ai vari G8, ultimo quellodell’Aquila, dove, dopo la lettera di Benedetto XVI sull’Africa, avevafatto mirabolanti promesse.
Un debito da cancellare
Nel contesto della cooperazione, un capitolo importante è quello del debito.
Per il giubileo del 2000 è nato anche in Italia un forte movimento(sostenuto anche dalla Chiesa italiana) per il condono del debito con iPaesi impoveriti, che ha portato a un’ottima legge, la 209 del 25luglio (una delle più belle a livello mondiale). Questa legge,approvata da tutti i partiti, prevedeva il totale condono del debitoentro tre anni. Purtroppo, a distanza di 10 anni, molto rimane ancorada fare (positive, a tale riguardo, sono le due esperienze promossedalla Conferenza episcopale italiana in Zambia e Guinea-Conakry).
Due articoli di quella legge non sono mai stati applicati: l’art.5,che permette la cancellazione del debito dei Paesi che vengono colpitida disastri naturali come lo tsunami (2005), e l’importante art.7 diquella legge, che prevede che il governo italiano si attivi al fine diottenere che la Corte Internazionale di Giustizia dia un parereconsultivo nel quadro giuridico relativo al debito estero. Taledisposizione è rimasta i-napplicata di fronte a un’Africa che gemesotto il peso del debito pagato dai poveri (un “debito odioso” perchéin buona parte contratto da regimi dittatoriali e, quindi,illegittimo). Infatti il debito estero dell’Africa Sub-sahariana siaggira oggi sui 230 miliardi di dollari, per cui nel 2001 è statopagato in interessi il valore di 21 miliardi di dollari e nel 2006 ilvalore di 23 miliardi. È un peso enorme, pagato dai poveri con lamancanza di scuole, ospedali, medicine.
“È immorale per noi – diceva l’allora presidente della Tanzania J.Nyerere (del quale è stata introdotta la causa di beatificazione) -pagare il debito!”. A cui fece eco l’allora presidente del BurkinaFaso, T. Sankara: “Se paghiamo, saremo noi a morire!”
I governi dei G-20 hanno trovato qualcosa come 6-7 mila miliardi didollari per salvare le loro banche e non riescono a trovare i soldi peril condono del debito dell’Africa.
No ai bio-carburanti
Sempre in campo economico, è grave la scelta politica italiana in favore dei biocarburanti e degli Ogm.
Quella dei biocarburanti è una decisione politica degli Usa e deiPaesi industrializzati per ottenere etanolo dai prodotti agricoli, inparticolare da mais, soia e olio di palma, e così rispondere alla gravecrisi energetica. Ed è la politica anche dei governi italiani, disinistra come di destra. “Un crimine contro l’umanità” l’ha definitaJean Ziegler, l’inviato speciale dell’Onu per il diritto al cibo.Infatti questa politica porterà a una diminuzione del cibo e a unrialzo dei prezzi.
Per i cosiddetti biocarburanti un consorzio africano sta mettendo adisposizione 379 milioni di ettari in 15 nazioni, sostiene uno dei piùprestigiosi esperti internazionali, Raj Patel. L’Unione Europea el’Italia si sono lanciate su questo promettente terreno che purtroppoaggraverà sempre più la fame in Africa. Ed infatti la Fao harecentemente invitato i Paesi ricchi a “rivedere le politiche e isussidi relativi alla produzione di biocombustibili. Una marciaindietro indispensabile per mantenere l’obiettivo della sicurezzaalimentare, promuovere lo sviluppo rurale e assicurare la sostenibilitàambientale”.
La condanna degli Ogm
Altra politica sbagliata, in campo agricolo, è quella di promuoverei cosiddetti Ogm (Organismi Geneticamente Modificati), con ilpresupposto che questi risolverebbero il problema della fame, come erastato detto anche della ‘Rivoluzione Verde’ degli anni ‘70 in India.Dietro a questa politica si incontrano le grandi multinazionali dell’agrobusiness,Monsanto, Syngenta, Unilever, Du Pont… che sostengono la NuovaRivoluzione verde per diffondere la bioingegneria delle sementi.
Spesso questo passa sotto forma di “buone azioni” (pubblicizzate conmilioni di euro!) da parte anche di multinazionali nostrane come l’Eni,con il suo “Green R
iver Project”, che, attraverso il Naoc (Nigerian Agip Oil Company),ha erogato dal 1987, sotto forma di ‘aiuti’ alle comunità locali, 17milioni di euro che includono la “produzione e distribuzione di semiresistenti alle malattie e allo stress ambientale”.
Anche in Africa, a questo riguardo, si è sviluppato un dibattito cheha portato, per esempio, un Paese come lo Zambia, stremato dalla fame,a rifiutare nel 2002 il grano dato dagli USA perché “geneticamentemodificato”. Questo con grande scandalo dell’Occidente.
La Conferenza Episcopale Sudafricana, nel 2000, si era  espressa conun documento in cui metteva in guardia il governo sudafricano sugli Ogmpartendo dal principio di precauzione. Questo dibattito e lasusseguente riflessione delle Chiese in Africa hanno portato alla primaseria condanna degli Ogm proprio nell’Instrumentum Laboris delSinodo: “Questa tecnica rischia di rovinare i piccoli coltivatori e disopprimere le loro semine tradizionali, rendendoli dipendenti dallesocietà produttrici di Ogm” (n. 58). E ancora: “La campagna di seminadi organismi geneticamente modificati (Ogm), che pretende di assicurarela sicurezza alimentare, non deve far ignorare i veri problemi degliagricoltori: la mancanza di terra arabile, di acqua, di energia, diaccesso al credito di formazione agricola, di mercati locali,infrastrutture stradali…” (n. 58).
Ladri di terre
E sempre in campo agricolo sta ora scoppiando l’incre-dibile scempiodell’accaparramento da parte di grandi compagnie e multinazionali dilarghe fette di terre agricole nel-l’Africa sub-sahariana. Pare siastata la grande fiammata dei prezzi alimentari tra il 2007 e il 2008 aspingere i Paesi ricchi ad impossessarsi delle terre coltivabili,specialmente in Africa. Diversi Paesi africani stanno dando via grandiestensioni di terra coltivabile, quasi gratis, in cambio di pressochénulla, cioè di vaghe promesse di investimenti e di posti di lavoro. Ciòsta avvenendo in Etiopia, Ghana, Mali, Sudan, Mozambico e Tanzania. Ilcaso più eclatante è stato quello del Madagascar, dove lamultinazionale sudcoreana Daewoo ha cercato di acquisire una grandeestensione di terreno provocando proteste popolari che hanno sbalzatovia lo stesso presidente in carica. Questo significherà sempre più famee miseria per un continente già prostrato: è un’altra forma dineo-colonialismo. E l’Instrumentum Laboris lo denuncia conchiarezza: “Le multinazionali acquistano migliaia di ettarie-spropriando le popolazioni dalle loro terre con la complicità deidirigenti africani” (n.28).
Armi in abbondanza
Questa politica neo-coloniale in Africa è possibile perché lacontrolliamo militarmente e vi esportiamo enormi quantità di armi, chesono la causa di così tanti conflitti e guerre. E l’Italia gioca qui unruolo importante. L’industria italiana delle armi è una delle piùfiorenti: siamo all’ottavo posto al mondo per le armi pesanti e alsecondo posto per le armi leggere, le più pericolose, le più letali.Esportiamo armi pesanti in Nigeria, Libia, Sudan, Uganda, Congo,Sudafrica, Tunisia. In parecchie di queste nazioni i diritti umani sonoviolati e calpestati! Questo viola la legge 185/90 (frutto di lunghelotte della società civile negli anni ’80) che vieta la vendita disistemi di armi pesanti a Paesi in guerra, o dove i diritti umani sonocalpestati. Ma sono le armi leggere  quelle che uccidono di più neiconflitti africani e su queste non c’è nessuna legge a disciplinarnel’uso. L’Africa è diventata così il continente dei conflitti conmilioni di morti. La guerra in Congo è costata la vita a quattromilioni di persone. E non è finita! L’Instrumentum Laborisstigmatizza così questa follia: “In connivenza con uomini e donne delcontinente africano, forze internazionali… fomentano le guerre per lavendita delle armi” (n.12).
Africom
Non solo l’Italia esporta armi, ma presta il suo suolo agli Usa pertenere militarmente in pugno l’Africa. Infatti lo scorso anno l’Italiaha dato ospitalità ad Africom, il Supremo Comando unificato americanoper l’Africa. Il suo scopo fondamentale, oltre a quello di combattere iterroristi, è la ricognizione di nuove fonti energetiche, la protezionedegli interessi americani in Africa e il contrasto all’offensiva cinesenel continente. Tutti i Paesi africani si sono rifiutati di ospitareAfricom. Perfino la Spagna di Zapatero ha detto no! Invece il governoBerlusconi ha subito accettato l’offerta Usa. Così Africom ha ora inItalia due sotto-comandi: lo U.S. Army Africa con il quartiere generale a Vicenza, dove risiede la 173° brigata aerotrasportata, e l’Africa Partnership Stat(per la dislocazione di nave da guerra lungo le coste africane) aNapoli. Africom fa leva sulle élite militari africane per portare ilmaggior numero di Paesi africani nella sfera di influenza americana.“La creazione da parte degli Usa di Africom – dice giustamente ilnigeriano Paul Adujie – dovrebbe essere vista per quello che è:un’armata di protezione per gli USA e i loro alleati, e non per lasicurezza dell’Africa!”.
Il popolo italiano dovrà pur farsi alcune domande importanti: inquale sede e con quali procedure è stata presa questa decisione diimportanza strategica? Il Parlamento non ne ha mai discusso.L’opposizione ha qualcosa da dire in merito?
Epa, ovvero come affamare l’Africa
Africom protegge militarmente la penetrazione economica americana in Africa tramite l’Agoa (Africa Growth and Opportunity Act), lanciata nel 2000 dal presidente Clinton per attirare nell’orbita economica Usa il continente nero.
L’Unione Europea non è da meno con la sua strategia degli Epa (Economic Partnership Agreement,Accordi di Partenariato Economico). Sotto la spinta del Wto, la Uesostituisce gli accordi di Lomé e Cotonou, che per 40 anni hanno rettole relazioni economiche fra Ue e Africa, con gli Epa, cancellando ilsistema di regole preferenziali commerciali. Con gli Epa, infatti, lenazioni africane sono costrette a rinunciare sia ai dazi che alletariffe (sono i quasi unici proventi dei Paesi impoveriti!) oltre chead aprire i loro mercati alla concorrenza. La conseguenza è chiara:l’agricoltura europea (sorretta da 50 miliardi di euro all’anno!) potràsvendere i propri prodotti sui mercati africani. I contadinidell’Africa (che è al 70% un continente agricolo!) non potrannocompetere con i prezzi degli agricoltori europei. E sarà ancora piùfame! (gli EPA esigono inoltre dall’Africa anche sostanziali impegniper i servizi, come l’acqua e i diritti di proprietà intellettuale).
La Ue (e l’Italia ne è parte) non ha voluto ascoltare il grido deicontadini africani e, sotto la guida del Commissario al Commercio,l’inflessibile Mandelson, ha fatto di tutto per far firmare i seigruppi di nazioni dell’ACP (Africa-Caraibi-Pacifico) entro il 31dicembre 2007, in barba all’opposizione sia africana che europea. Atutt’oggi, solo 40 nazioni su 76 hanno firmato l’accordo. E questo ègià una bella vittoria! Molte nazioni hanno firmato accordi ad interim,altre hanno firmato singolarmente, spaccando così, purtroppo, i gruppiregionali che stanno cercando di costruire reti economiche regionali.“L’Africa è una e indivisibile – ha detto Hima Fatimatou dellaPiattaforma contadi
na del Niger -: bisogna evitare di mettere un Paesecontro l’altro all’interno della stessa regione, altrimenti gli unicirisultati saranno ulteriori divisioni con un costo altissimo per lapopolazione rurale e per l’industria africana!”. “Noi diciamo no agliEPA – ha detto il sudafricano Makombe – perché abbiamo avuto altreesperienze dei Programmi di Aggiustamento Strutturale per i Paesipoveri e sappiamo quali devastazioni hanno prodotto! Visti dall’Africa,gli Epa non sono altro che una nuova colonizzazione”. Gli fa eco l’Instrumentum Laboris:“I programmi di ristrutturazione delle economie africane proposti dalleistituzioni finanziarie internazionali si sono rivelati funesti. Leristrutturazioni ‘imposte’ hanno comportato, da una parte,l’indebolimento delle economie africane, dall’altra, il degrado deltessuto sociale con aumento, di conseguenza, del tasso di criminalità,l’allar-gamento del divario tra ricchi e poveri, l’esodo dalle zonerurali e la sovrappopolazione  delle città” (n.26).
E, oltre al disastro economico, oggi siamo davanti ad un altrodisastro, quello climatico. Il continente nero sarà quello che pagheràdi più la crisi climatica. Sono sempre i poveri a pagare i disastri deiricchi! L’Africa, che meno ha contribuito, con le emissioni di gasserra, alla crisi ecologica, sarà quella che ne pagherà di più leconseguenze, con milioni e milioni di rifugiati climatici.
Continente in fuga
È proprio questo disastro che forza centinaia di migliaia di uominie donne ad emigrare. Un grande esodo all’Africa nera verso l’Europa,attraverso il terribile deserto del Sahara. I fuggiaschi dallespaventose  situazioni dell’Africa orientale si dirigono verso la Libiavia Khartoum (Sudan), i fuggiaschi dell’Africa centrale tentano diarrivare in Libia via Agadez (Niger). I morti sono migliaia. E chiraggiunge la Libia è atteso da una vita d’inferno per pagarsi ilviaggio (3-4mila euro) sulle zattere! Secondo la stime del giornalistaG. Visetti, sono morti in mare, dal 2002 al 2008, 42 mila  uomini, auna media di 30 al giorno (senza dimenticare quelli che muoiono, almeno4-5mila all’anno, attraversando l’At-lantico per arrivare alle IsoleCanarie e poi in Spagna e Portogallo). È il più grande genocidioeuropeo dopo quello della Shoah! Dopo i trattati firmati con la Libiadi Gheddafi (5/01/09) e con la Tunisia di Ben Ali (29/01/09), ilgoverno italiano sta tentando di bloccare l’immigrazione clandestina. Ècosì iniziata l’era dei respingimenti (l’orrore di quei 73 eritreilasciati morire nel Mediterraneo!), con quei barconi rispediti inLibia, ben sapendo che molte di quelle persone hanno diritto all’asilopolitico. Perfino l’Onu ha condannato l’Italia, accusata di respingerequesti gommoni come se portassero “rifiuti tossici”!
Aminata Traoré, ex ministro del Mali, ha affermato al Forum MondialeSociale di Nairobi: “I mezzi umani, finanziari e tecnologici chel’Europa dispiega contro i flussi migratori africani sono di fattoquelli di una guerra tra questa potenza mondiale e i giovani indifesidei campi e delle città”.
Il diritto di emigrare
Tutto questo grazie alla solerzia del ministro Maroni, secondo cuibisogna essere “cattivi” con gli immigrati. Il suo “PacchettoSicurezza” è la cattiveria trasformata in legge, come ha affermato Famiglia Cristiana.La gravità di questa legge sta nel fatto che il clandestino diventa oracriminale. La legge prevede, fra l’altro, la tassa sul permesso disoggiorno (500 euro), le ‘ronde’, limitazioni ai matrimoni misti e airicongiungimenti familiari, detenzione di 6 mesi nei Cie (Centri diidentificazione ed espulsione) e il carcere fino a 4 anni per gliirregolari che non rispettano l’ordine di espulsione. Questa è unalegislazione da apartheid! Sono leggi razziste e razziali! “Conl’introduzione del reato di immigrazione irregolare, infatti – affermail noto giurista Livio Pepi-no -, si prosegue nella impostazione dipunire non un fatto, ma una condizione personale; è, secondoun’accurata definizione, il migrante che diventa reato”. Eppure ildiritto di emigrare è il più antico dei diritti naturali, afferma LuigiFerrajoli. “La criminalizzazione degli immigrati ha creato una nuovafigura: quella della persona illegale, fuorilegge solo perché tale, nonpersona perché priva di diritti e perciò esposta a qualunque tipo divessazioni, destinata a generare un nuovo proletariato discriminatogiuridicamente”.
Il grido dell’uomo africano
È questa la risposta del popolo italiano al clamore dei popoliafricani? È questa la risposta dei cristiani italiani al grido disofferenza del Cristo Crocifisso oggi? L’Africa è oggi l’immagine vivadel Servo Sofferente, del Cristo Crocifisso: è un continentecrocifisso, che ci interpella direttamente come Chiesa universale eChiesa italiana. Ed è questo l’invito pressante che ci viene daiteologi africani, in particolare dal grande teologo camerunenseJean-Marc Ela, autore di Le cri de l’homme africaine, scomparso lo scorso dicembre: “Può essere che il Cristo – si chiede J. Marc Ela nel suo capolavoro Répenser la théologie africaine– sia oggi l’africano nella misura in cui i poveri e gli sfruttati sonoi volti di Gesù di Nazareth? Allora bisogna lasciar parlare il Cristoin Africa, comprendere le sue scelte e le sue prese di posizione, lasua fede e il suo messaggio in un continente in cui la miseria e larepressione, l’angoscia e le ingiustizie sono estreme. Nel profondodell’Africa, i cristiani sono chiamati a fare memoria del Crocifisso apartire dal calvario di un popolo che, dopo secoli, vive una sorta dipassione senza redenzione”. “Per le Chiese d’Africa, ritornare sottol’albero della Croce per riscoprire il Dio della fede sembra essere lavia più sicura, se esse vogliono approfondire il senso del Vangelo.Partire dal punto in cui sono arrivate le vecchie Chiese d’Eu-ropa ècondannarsi ad un cristianesimo da museo”. Ed è qui che J. Marc Elalancia la sua sfida alle Chiese d’Africa, al Sinodo africano e alleChiese d’Occidente: “Se il fallimento del neoliberismo nel dare lafelicità all’umanità non ha bisogno di prove, il genocidio perpetratodal mercato è ormai la sfida primordiale a ogni riflessione teologicache si costruisce in solidarietà con i popoli emarginati del mondo. Ilteologo tedesco Metz ha scritto: ‘Non si può fare teologia ignorandoAuschwitz’. A partire dall’olocausto africano, possiamo chiederci dache parte sta, in verità, la Chiesa”.
E la conclusione a cui arriva J. M. Ela trova oggi eco nel-l’Instrumentum Laboris:“La teologia che cerchiamo nelle Chiese d’Africa non può rassegnarsi aun approccio speculativo e atemporale della fede. Per i cristiani delSud del mondo, la domanda teologica primordiale non è: ‘Dio esiste?’.Senza un forte impegno, quella domanda apre solo un dibattito teorico.Il teologo del Sud del mondo si pone una domanda radicale: ‘Qual è ilnostro Dio?’. Questa domanda nasce da un’esperienza di solidarietà coni dannati della terra. Lo scandalo della povertà in un mondo dove nonci sono mai state tante ricchezze richiede una rottura con ognidiscorso che impedisce al cristiano di riscoprire Dio ai margini dellastoria, a partire da situazioni di ingiustizia e di miseria dove ilVangelo è forza di vita capace di inventare cammini di liberazione.Come contribuire a far uscire l’A-frica dallo strangolamento in cui sitrova adesso? Questa è la domanda che apre piste feconde per lateologia africana al fine
di ridare al Vangelo la sua credibilità epertinenza”.

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