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Un Porta a Porta chiuso in faccia all’Islam

di Marco Alloni
da www.micromega.net

Vivo al Cairo da dodici anni, parlo con cognizione di causa: mai assistito a una trasmissione tanto mistificante nei confronti dell’Islam e della sua complessità come il Porta a Porta del 14 ottobre. Ospiti in studio Paolo Ferrero, Rosy Bindi, Ignazio La Russa, Suad Sbai, Roberta Pinotti e la “giornalista” di Panorama Silvia Grilli. In collegamento esterno, Mara Carfagna, Daniela Santanché, l’imam Abdel Hamid Shaari della moschea di Viale Jenner e il “giornalista” del Corriere della Sera Guido Olimpo dagli Stati Uniti.

Certamente tedioso, oltreché impossibile, riproporre ora nel dettaglio le singole fasi del programma. Necessario invece – forse anche un po’ tedioso, ma è la ridondanza delle anomalie italiane a imporre la ridondanza del disappunto – segnalare che siamo di fronte a un consapevole, intenzionale ribaltamento della realtà dei fatti. E, più in generale, a una formidabile ignoranza delle articolazioni in cui si configura l’Islam, sia in rapporto alla questione del velo integrale (burqa, chador o niqab) intorno a cui si sviluppava la trasmissione, sia in rapporto alla questione dell’integrazione su cui si esercitavano tanto fantasie buoniste quanto miopi rancori a sfondo razziale.

Intanto sgombriano il campo da una delle più macroscopiche enormità che abbiamo dovuto ascoltare: Mohammed Game, il libico che ha messo in atto il simulacro di attentato contro la caserma dei carabinieri Santa Barbara di Milano – di cui la Rai e Porta a Porta in particolare hanno voluto leggere il senso come avvisaglia di una prossima minaccia terroristica di stampo islamico in Italia – non èil portato di una cultura religiosa integralista e non riconduce, allo stato e con elementare verosimiglianza, ad alcuna cellula islamica clandestina: basti pensare alle modalità dilettantesche dell’azione e a quel “fai da te” menzionato persino nel titolo della trasmissione. È l’espressione di una condizione di disagio la cui lettura solo un giornalismo prono ad altro che alla verità dei fatti può, decide di collegare a un’ipotesi di jihadismo.

Qualora le espressioni di violenza frutto della degradazione, morale o sociale che siano, venissero sistematicamente ricondotte, e indistintamente, al piano della cospirazione, ci troveremmo infatti a dover considerare ispirati sistematicamente, e indistintamente, dall’alto anche i ragazzi del cavalcavia, gli ultras degli stadi, i black block e qualunque altro degenerato prestato alla violenza: il processo, le scaturigini, sono invece esattamente opposte. Non si tratta di derivare, o dedurre, il gesto criminale da questa o quella ispirazione ideologica (o religiosa), ma di estorcere a questa o quella dimensione ideologica (o religiosa) l’avallo arbitrario per una criminalità che si manifesta a priori. In altre parole, si tratta di non ricondurre verso l’alto una degenerazione che è invece prodotto del basso e ha cause e determinazioni che solo a partire dalle condizioni di tale basso possono essere lette e interpretate nella loro corretta fisionomia.

Fintantoché – come è accaduto a Porta a Porta – si mira a instillare il sospetto che un atto di violenza dalla parvenza terroristica (peggio: dalla parvenza di terrorismo islamico) sia necessariamente di derivazione religiosa (o ideologica), si abbandona in partenza l’unico terreno di analisi logicamente implicato in una simile indagine, quello della natura sociale e esistenziale (ergo, privata e individuale) del disagio da cui l’atto scaturisce. Disagio che non presuppone una sociologia illuminata per comprendere da quali condizioni elementari provenga.

Già questo dovrebbe farci considerare con allarme l’allarmismo degli allarmati. Poiché, se accogliamo come plausibile a livello giornalistico che, alla nazionalità o fede di un attentatore, debba corrispondere un a priori di ispirazione ideologica (o religiosa) – o addirittura una derivazione ideologica (o religiosa) – all’informazione e al dibattito abbiamo già sostituito la propaganda. E alla propaganda abbiamo implicitamente assegnato quello sfondo teleologico che esclude la razionalizzazione oggettiva del problema.

Di propaganda infatti si tratta quando deliberatamente, o per fragilità deontologica – ma le due cose sono forse di dispari grado e gravità? – il piano univoco su cui la discussione viene veicolata è determinato dalla domanda: “Il signor Game era o non era legato a qualche gruppo estremistico islamico?”. Domanda che, se costituisse un imperativo di chiarificazione, dovrebbe allora essere posta in qualunque circostanza ci trovassimo di fronte a un atto criminale, evidentemente con l’ovvio effetto comico derivato dall’induzione. Immaginate la perversità umoristica della domanda: “Lo stupratore X della bambina Y era o non era legato a una setta di adoratori di Nabokov?”, “Il colombiano Z che ha derubato la vecchia W era non era collegato a un cartello di trafficanti di Medellin?”, “Il cubano che ha lanciato il petardo nello stadio di K era o non era legato a un gruppo di irriducibili seguaci del Che?”. Sfioreremmo il ridicolo, e solo all’imbarazzo potremmo chiedere perché siffatta risibilità non entra mai nel computo quando si tratta di induzioni dal radicalismo islamico.

La domanda che dobbiamo porci è dunque giocoforza, prima che di ordine deontologico, di natura morale. Quale ragione motiva un immediato rimando al fondamentalismo islamico quando si tratta di un atto criminale perpetrato da un musulmano e, per contro, alcun richiamo analogo verso questo o quel serbatoio ideologico o religioso (o identitario) quando si tratta di altri attori di equivalenti forme di criminalità? E più precisamente, quale ragione motiva ipotesi o illazioni di derivazione dall’alto di atti criminali quando siano perpetrati da musulmani e, viceversa, sempre di ispirazione all’alto quando si tratta di atti criminali perpetrati da non musulmani? Perché un fanatico adolescente tedesco che spara all’impazzata in un liceo è aprioristicamente qualificato come “deviato” nella sua imitatioHitler, mentre un musulmano che un’altrettale deviazione paga nei confronti di un Islam fanatizzato lo si suppone orientato da esso (e non ad esso patologicamente orientato)? Perché la causa dei crimini viene ricondotta nel secondo caso all’Islam fanatizzato mentre nel primo nessuno ha l’ardire di affermare che causa della strage nella scuola sarebbe la presenza di cellule naziste in Germania? Perché, nel primo caso, il pericolo è colto in alto e nel secondo in basso (quando per entrambi è dal disagio in basso che scaturisce l’aberrazione)? Chi decide, e perché, il discrimine che impone o viceversa nega l’induzione da e di contesti separati dalle ragioni in sé della criminalità?

La risposta è nel presupposto della domanda: se non si tratta di fragilità deontologica si tratta di propaganda. E se si tratta di propaganda non può trattarsi di giornalismo. E se non si tratta di giornalismo, perché gli organi di controllo e autorità ignorano questi subdoli approcci strategici?

Veniamo allora al merito della puntata. Dicevo, all’inizio, che vivo al Cairo da dodici anni. Troppi – se esiste una durata per la coscientizzazione responsabile – per ritenere che l’Islam sia la caricatura che l’Occidente ha deciso di sovrapporre, in virtù di paure di comodo, alla complessità che lo attraversa e alla storia che lo sospinge fino a noi nei modi di quell’esasperato repli identitaire in cui lo osserviamo. Ma troppi, anche, per valutare o sopravvalutare la minaccia islamica come lo spauracchio che gli stessi “creatori” di Ben Laden – l’Occidente (almeno a partire dall’occupazione sovietica dell’Afghanistan e poi dalla guerra Iran-Iraq) – utilizzano a difesa delle azioni di guerra promosse in nome di una finzione di pace, di una finzione di democratizzazione del pianeta e di una insincera volontà di distensione dei rapporti fra civiltà.

Ma troppi, soprattutto, per ignorare che l’i
slamizzazione (o neo-islamizzazione) interna ai paesi musulmani (e di conseguenza esportata nei paesi della diaspora) è un fenomeno recente che cresce di pari passo con l’imperialismo e si alimenta in primis (secondo le mille possibili forme di ermeneutica coranica) delle politiche di discriminazione nei confronti dei paesi arabo-musulmani. Troppi, quindi, per non accorgermi che l’esasperazione dei rapporti – la fanatizzazione dell’Islam, l’ideologizzazione della fede, la politicizzazione delle religio (datasi in termini di anti-sionismo negli anni Trenta, di anti-colonialismo poi e di anti-imperialismo oggi) – procedono, e si acutizzano, in primo luogo in virtù di quelle politiche che, nel segno della propaganda sorda all’analisi, vorrebbero – da noi e in genere in Occidente – considerare la minaccia indipendente da qualunque condizione storica o politica globale. E soprattutto da qualsivoglia “nostra” responsabilità parallela e contemporanea alla predicazione dei vari salafismi, wahabismi ecc.

Ed è appunto qui che i disinvolti apriorismi di Porta a Porta si fanno perniciosi. Trasmissioni come quella del 14 ottobre riproducono, in piccolo, ciò che in grande è il predominio della Propaganda sull’Analisi: la subordinazione del giudizio al pre-giudizio, il perpetuarsi di quel fenomeno di chiusura e fanatizzazione che, lungi dall’essere autodeterminato, è la stessa propaganda (che dice di scongiurarlo) a fertilizzare (sarebbe più appropriato dire a “concimare”, visti i moventi).

Il caso in questione del velo integrale rappresenta l’ipostasi del problema generale. E tale problema non è la critica – e il necessario adattamento legale – che i musulmani della diaspora devono accogliere una volta giunti in Italia ma le forme di tale critica e i modi di tale adattamento. Vale a dire l’atteggiamento corretto (culturale e politico) che andrebbe assunto nell’affrontare il tema dell’adeguamento dei princìpi e dei costumi della cultura di provenienza a quelli della cultura di arrivo.

Il velo integrale è solo una cartina di tornasole, un casus belli, intorno a cui si raccolgono tutte le altre questioni fondamentali: la condizione e il rispetto della donna, i diritti delle minoranze, il rispetto della nostra carta costituzionale, il rapporto fra religione e laicità. Ma è anche un caso paradigmatico. Poiché, intorno al velo, si raccolgono gli estremisti di questo e quel fronte, e la discussione intorno all’opportunità di accoglierlo o respingerlo (di come accoglierlo e se e quanto respingerlo) investe per intero la grande questione dell’alterità – che certo non si scioglie ignorando il velo o risolvendo legalisticamente il problema del velo.

Diciamolo senza indugi. Tutti – laici, cattolici, destrorsi e sinistrorsi – tutti, in Italia, guardiamo con fastidio al velo integrale. Sia esso niqab, chador, burqa o quant’altro. Aldilà di qualunque ipocrisia di matrice esotistica il velo integrale rappresenta infatti, per ciascuno di noi, in primo luogo una violazione della legge, in secondo una simbolizzazione sinistra di una condizione femminile di subalternità e, in terzo, una forma esasperata di espressione identitaria che male si attaglia col principio secondo il quale la libertà non deve ledere – provocatoriamente, come ci ricordava John Stuart Mill – quella altrui. E certo è “illiberale” e “provocatorio”, in un contesto di emancipazione post-sessantottarda, far coincidere espressione e nascondimento della persona, almeno se diamo per acquisita la nozione laica secondo cui la “maschera” può aver al più un’applicazione rituale.

Detto questo non nascondiamoci dietro un dito. Il problema in Italia non è il velo integrale (che attualmente copre un migliaio di donne e non ha ancora assicurato nessuna forma di attentato: se escludiamo quelli al comune senso dell’impudicizia che, come sappiamo, assolve più disinvoltamente forme mitigate di pornografia come il Grande Fratello e la varia congerie dei mercimonii d’alto bordo). Il problema sono le modalità e le forme di approccio alla sua eventuale diffusione. E qui Porta a Porta ha perso un’occasione preziosa. Invece di dare per scontata la reazione della gente di fronte a un capo d’abbigliamento evidentemente estraneo ai suoi costumi e quindi evidentemente scioccante a prescindere da qualunque retrosenso religioso, ha enfatizzato tale reazione concedendo alla “giornalista” di Panorama Silvia Grilli (che coperta di chador ha girato per due giorni per le strade di Milano e dintorni) spazio e risonanza tali da tradurre la parodia di tale reportage in una autentica azione camuffata di propaganda. Va da sé, a danno non solo dei musulmani ma di qualunque utile discorso di integrazione e di relazione con loro.

Il modo, quindi, la forma. Il modo e la forma – l’approccio, le coordinate analitiche e l’impostazione dei criteri di indagine – non rappresentano varianti equivalenti di una indifferenziabile analisi dell’Islam. Ma le forme possibili di una Propaganda occulta o, viceversa, di una onesta e corretta Informazione. Presumere che si tratti di informazione, e non di propaganda, affermare trionfalmente che gli italiani – a seguito di quella spettacolare passeggiata provocatoria tra i meneghini – “hanno dimostrato di essere contro il velo integrale” significa far torto contemporaneamente all’intelligenza degli italiani (che forse avrebbero gradito essere interrogati sul perché, e sull’ovvietà di tale perché, non gradiscono il velo integrale), al giornalismo (che è altra cosa dal divertissement al soldo della destra) e infine soprattutto ai musulmani (che per le strade di Milano hanno certamente reagito esattamente come tutti gli italiani: con lo stesso e ovvio stupore). In buona sostanza, significa aver veicolato quello stesso messaggio di ostilità e legittimazione al rifiuto (e quindi al razzismo) che la demagogia legalista della destra “al servizio dell’emancipazione della donna islamica” (ma quando mai?) pateticamente occulta sotto la sua pretesa di operare nel segno della sicurezza e della legalità.

Quindi Porta a Porta concede al pregiudizio, e all’ovvietà, lo spazio che una trasmissione di tale risonanza – su un tema di tale rilievo – dovrebbe al contratrio concedere all’interrogazione e all’indagine.

Ma non finisce qui. Complici i “se” e i “chissà” di La Russa, la sensibilità monolitica “alla Huntington” di Guido Olimpo in collegamento dagli Stati Uniti e le varie articolazioni e declinazioni di un futuro immaginario di possibili minacce terroristiche islamiche in Italia, su cui claudicava allegramente il programma (sarebbe interessante contare i riferimenti ai fatti e al presente e, per converso, il profluvio di ipotesi, illazioni, preveggenze e prescienze sugli scenari “futuri” di questa “immaginaria” Italia dominata dallo spettro del terrorismo jihadista, assente quanto sempre incombente), il problema dell’Islam si è trasformato miracolosamente da questione reale in problema ipotetico e profetico. E la valutazione dell’esistente in congettura allarmistica (cioè propagandistica) sull’esistibile.

E qui il meglio lo hanno dato le predizioni e la chiaroveggenza di La Russa; il quale, suggerendo a più riprese, spalleggiato dalla Santanché, che Mohammed Shaari non avesse diritto a partecipare alla trasmissione (sic!), ha collezionato una tale casistica di fantomatici scenari futuri da indurre il sospetto che, se il presente indicativo ha ancora voce in capitolo in una trattazione giornalistica dell’esistente, deve valere più o meno come una capricciosa fissazione da positivisti: cioè che la storia ipotetica futura è ormai l’unico solido contesto di riflessione per chi voglia affrontare seriamente le problematiche poste dall’Islam della dispora. Insomma, propaganda! Lo spauracchio della minaccia come sfondo davanti al quale imbastire il risaputo spettacolo della legittimazione dell’autorità e della forza.

Detto questo, c’è da chiedersi quali spazio potranno avere e quando le voci che, nel mondo islamico, lavorano da anni per superare d
all’interno – del tutto ignorate dai media italiani – le derive salafite che si stanno propagando entro le loro società e di conseguenza verso l’Islam della diaspora. Voci che non enfatizzano – come purtroppo accade per quell’ossimorica figura di moderata integralista che è Suad Sbai – il fronte contro fronte come unica prospettiva di confronto possibile fra Islam e Occidente, fra cultura religiosa e cultura laica, ma intraprendono un paziente e complicatissimo lavoro di autocritica che è, probabilmente – come ci ricorda il recente Islam e modernità nel pensiero riformista islamico di padre Paolo Nicelli (Ed. San Paolo, 2009) – la sola vera strada maestra affinché il mondo islamico possa affacciarsi da noi altrimenti che come la minaccia che il profetismo allarmistico di La Russa e compari non fa che esasperare.

Ma chi sono costoro? Chi li ha mai visti comparire da Vespa o in qualunque altra trasmissione di riflessione sull’Islam? Chi ha mai sentito nominare Nasr Hamid Abu Zeid, Abdullah Ahmed Al Naim, Abdullah Ahmad Badawi, Hassan Hanafi, Mohammed Arkoun, Abdelmeguid Charfi, Benzine Rachid e tutta quell’ampia schiera di “riformisti” minoritari che l’Occidente, da decenni, lascia colpevolmente nelle retrovie della loro solitaria battaglia di “svecchiamento” (tagdid) dell’Islam? Celebrando, inutile ripeterlo, soltanto i martiri della satira, dell’oltraggio e della provocazione, come Theo Van Gogh, Salman Rushdie e via elencando.

È drammatico. Ma è anche questo un segno dei tempi e della spettacolarizzazione del reale. Laddove l’Occidente lamenta la scarsità o assenza di interlocutori islamici moderati e progressisti – gli unici che potrebbero avere titolo per criticare quanto la sensibilità musulmana recepisce come indebita ingerenza o blasfemia se proveniente dall’esterno (si ricordino le famigerate vignette su Maometto) – nessuno spazio concreto viene però loro concesso. E, fra chi dell’Islam parla per sentito dire, chi ne valuta i fenomeni e l’insorgenza in Europa con la delicatezza buonista che rifugge la critica temendone l’assimilazione al pregiudizio, chi in malafede lo respinge sic et simpliciter, manca sempre la voce di chi, da lungo tempo, si adopera invece per darne una lettura moderna, uno statuto di religione compatibile con le logiche e le complicazioni della diaspora e una natura che trovi, nel laicismo, le forme plausibili di un accordo.

Ma forse è troppo pretendere, se è alla propaganda che viene subordinato il giornalismo, che si possa un giorno riformare, prima ancora dell’Islam, il nostro modo di parlarne. E, ripeto, trovare le persone idonee e utilicon cui parlarne: che, se proprio non possono essere aiutate a casa loro, nei loro paesi, che siano almeno più spesso e più utilmente ospitate da noi. In questo paese dove, tanti anni fa, un siracusano salutava il suo vicino con un allegro “Al salamu aleikum”.

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