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“ORA DI ISLAM” E DINTORNI

di Antonia Sani
da www.italialaica.it

La recente interrogazione parlamentare dell’on Ceccante sulla Libertà religiosa aggiunge un ulteriore tassello allo scenario aperto dalla proposta dell’on.Urso, ripresa a Asolo nell’incontro Fini/D’Alema. Parlare di religione e per di più di Islam non poteva che far saltare il nervo scoperto della gran parte dei nostri concittadini/e. Lo sapevano bene i due statisti, che hanno scelto di affrontare bipartisan un terreno tradizionalmente teatro di ostilità tra destra e sinistra. Ma il tentativo reciproco di accaparramento dei voti dei futuri cittadini italiani di religione islamica si è manifestato in tutta la sua strumentalità, superficialità, rozzezza, se solo si consideri la ricchezza del dibattito che da anni è in atto tra laici-credenti, laici non credenti, confessioni religiose, costituzionalisti, tribunali amministrativi regionali, genitori, insegnanti, studenti sulla presenza di un insegnamento religioso nella scuola pubblica.

L’on.Ceccante ci ricorda che è ancora vigente, non essendo stata promulgata nessuna nuova legge sulla libertà religiosa, la legge del 1929 sui ”Culti ammessi” e nella sua interrogazione ne cita le norme applicative relative alla scuola. Norme inaccettabili alla luce della nostra Costituzione. Egli propone – in vista dell’”ora di Islam?” – di sostituire tali norme anacronistiche con la richiesta di conformità ai principi costituzionali per la religione che verrebbe proposta.

Secondo questo punto di vista, la religione cattolica rimane blindata nella sua posizione di privilegio, altre religioni – ovviamente quelle che, come l’Islam, non hanno firmato Intese con lo Stato italiano – devono dimostrare di non impartire insegnamenti in contrasto con i principi costituzionali. Si tratta di un messaggio cifrato, indirizzato a chi nel suo stesso partito (PD) con faciloneria (calcolata) ha cavalcato la proposta dell’ora di Islam ?

Dal complesso dibattito di questi giorni, in cui provocazioni contingenti di una politica dal respiro corto si alternano ad argomentazioni di forte spessore culturale, emerge tuttavia un consolante segnale di civiltà: tranne il solito manipolo di leghisti, razzisti, e di parte delle gerarchie cattoliche legata agli stereotipi di sempre, non c’è stato un NO pregiudiziale all’introduzione dell’ora di Islam per chi ne faccia richiesta. Piuttosto, la proposta si è andata intrecciando al tema che sempre più dall’entrata in vigore del Nuovo Concordato (1984) appassiona il mondo laico: quello relativo alla presenza di un insegnamento religioso nella scuola pubblica, che va oltre il comune rifiuto del monopolio dell’irc. La prospettiva dell’”ora di Islam” sta portando più decisamente all’emersione, o, se si vuole, a un chiarimento delle diverse posizioni.

Un insegnamento religioso all’interno dell’orario scolastico obbligatorio esiste nella gran parte dei paesi europei, quasi sempre facoltativo, ma in vari casi obbligatorio. Solo Francia, Ungheria e Slovenia ne sono esenti. Tale insegnamento riguarda le confessioni prevalenti nel paese ed è da esse gestito con un controllo (?) dello Stato. Non risultano posizioni di privilegio riservate a una sola religione.

Il caso italiano è pressoché unico, affiancato dalla Turchia con la sola religione islamica e da Malta e Cipro con la sola religione ortodossa.

Da notare che frequentemente non sono previste attività alternative. Potrebbe dipendere dal fatto che la grande maggioranza degli alunni/e trova nell’orario la propria religione di riferimento? E i non credenti?. Ma – come è noto – non tutto ciò che viene dall’UE è oro colato.

In Italia, coloro che dichiarano di essere favorevoli alla presenza di più confessioni religiose in nome del pluralismo culturale e di un’educazione alla spiritualità vedono nell’”ora di Islam” un primo passo in tal senso. Verrebbe sottratta l’esclusività alla religione cattolica, (che tuttavia resterebbe bene salda nella sua posizione di privilegio, determinando essa, con la sua presenza concordataria, la presenza di altre religioni come “ ad essa alternative”).

Tra costoro si inseriscono i sostenitori dell’“ora laica”, i quali non si dicono contrari alla presenza dell’irc nell’orario scolastico, purché inserito in un regime di parità con le altre opzioni religiose o laiche (tutte pagate/non pagate dallo Stato); in particolare, “la materia laica” dovrebbe essere esplicitata nei Paini dell’Offerta Formativa delle scuole, in modo che genitori e studenti sappiano che è prevista e possano avere la certezza di ottenerla come alternativa all’irc.

Si dichiarano contrari all’”ora di Islam”, come a qualsiasi altro insegnamento religioso nella scuola dello Stato, coloro che stimano la scuola il luogo della formazione critica delle giovani generazioni, che sono favorevoli a un’integrazione degli alunni/e mediante azioni ispirate al pluralismo culturale e non a una separazione degli stessi/e per appartenenza religiosa ( un’autentica provocazione nei confronti dei presupposti dell’integrazione!!!).

Costoro vedono nell’introduzione dell”’ora di Islam” , come alternativa all’irc, un rafforzamento della presenza dell’irc all’interno dell’orario scolastico obbligatorio così come vedono un rafforzamento di tale presenza nell’istituzionalizzazione di qualsiasi attività alternativa, per “laica” che sia, allontanando la prospettiva di una collocazione dell’irc esterna all’orario obbligatorio.

In tal senso va valorizzato l’emblematico referendum di Berlino della primavera scorsa. Si trattava in quel caso di difendere “l’etica laica”, materia curricolare obbligatoria nel Land (come dovrebbe divenire nelle nostre scuole “Cittadinanza e Costituzione”!) dalla proposta di istituire un’ora ad essa alternativa, altrettanto obbligatoria, gestita da varie religioni.

Il referendum è clamorosamente fallito.

Questo riferimento riveste grande importanza, poiché l’opinione pubblica ha dimostrato che una materia come “etica laica” nella scuola pubblica deve essere obbligatoria per tutti e non messa in relazione con una molteplicità di insegnamenti confessionali mantenuti all’interno di recinti separati.

C’è poi un ampio, annoso, movimento trasversale, che ha ripreso lena dopo la proposta Urso, favorevole a gran voce all’ipotesi di una materia denominata “Storia delle religioni”.

Si tratta di una pattuglia variegata, che va dalla richiesta ingenua, soprattutto di studenti che hanno scelto l’irc e vorrebbero che l’insegnante anziché di religione cattolica parlasse delle “altre religioni”, a un numero elevato di genitori e insegnanti che auspicherebbero un insegnamento di Storia delle religioni “laico”,svolto da insegnanti dello Stato. In mezzo a loro si colloca con tutto il suo peso l’irc, destinato dal Concordato – come è stato ribadito dalla Congregazione Vaticana – a educare alla religione cattolica e non a promuovere la conoscenza di altre religioni con rischi di relativismo. Consapevolmente laica è la posizione di coloro che non accetterebbero mai il filtro di un docente di religione cattolica nell’approccio con altre religioni.

Comune a quest’ultimo gruppo è il rifiuto di insegnamenti religiosi nella scuola, (insegnamenti da svolgersi nelle sedi di ciascuna confessione religiosa); ma sulle modalità di fare di “ Storia delle religioni” una palestra di laicità sorgono ulteriori divisioni, tra coloro che pensano a una cattedra così denominata e coloro che pensano a una “storicizzazione” delle diverse religioni nel contesto delle discipline scolastiche curricolari.

Marcello Vigli mette bene in evidenza il rischio insito nella prima ipotesi e il livello di laicità meglio perseguito con la seconda, laddove argomenta che se la molteplicità degli inseg
namenti confessionali confermerebbe la tesi che alla religione va riservato un insegnamento particolare, d’altronde “ non serve neppure un insegnamento curricolare di Storia delle religioni che le confermerebbe come elemento costitutivo primario delle società, quasi una variabile indipendente nella storia dei tempi e dei popoli al cui interno sono nate”, anziché una manifestazione della natura umana soggetta alle leggi del tempo e dello spazio, come sono le ideologie, le espressioni artistiche, le forme di socializzazione che continuano a caratterizzare nei secoli nei vari luoghi della terra l’attività di uomini e donne.

A ben vedere, tuttavia, le posizioni non appaiono del tutto inconciliabili, esse corrispondono a un percorso che presuppone livelli diversi. L’istanza di un insegnamento specifico di “Storia delle religioni” corrisponde a due esigenze entrambe “laiche”: il rifiuto di un insegnamento confessionale come unica possibilità di approccio al fenomeno religioso, l’interesse alla conoscenza del panorama religioso planetario. Quest’ultimo aspetto riveste grande importanza soprattutto tra i giovani, attratti anche a livello emotivo dal mistero che si nasconde dietro ogni tentativo umano di penetrare oltre le frontiere dei dati sensibili, tanto più in presenza dello storico anatema della Chiesa cattolica contro gli “infedeli”, che ne fece per secoli (e anche oggi, secondo certe posizioni assunte in questi giorni da una parte delle gerarchie cattoliche) il “frutto proibito”.

Si tratta di un primo livello di approccio al problema. Le religioni verrebbero presentate ciascuna nel proprio iter più o meno secolare, tra queste anche la religione cattolica. Trattandosi di una materia curricolare dovrebbe essere regolata da contenuti elaborati da un’apposita commissione ministeriale e successivamente gestita da docenti appositi (o assegnata al docente di storia/filosofia o materie letterarie?). Il rischio del “doppio canale” è evidente, così come il rischio di una presentazione di diverso calibro e valore riservata alle varie religioni…Mentre invariata resterebbe la presenza dell’irc nell’orario scolastico obbligatorio, anzi le sue caratteristiche verrebbero più fortemente ribadite come baluardo contro il “relativismo” e “l’ateismo”. Infine, non pare accettabile il paragone, spesso addotto, con cattedre come “Storia dell’Arte” e “Filosofia” trattandosi in quei casi dello studio particolare di percorsi relativi alle opere di singole personalità, espressione dei diversi fermenti culturali del contesto vissuto, altra cosa rispetto allo studio di ideologie che seppure presentate laicamente non potrebbero essere scisse dalla loro natura fideistica, che le colloca “oltre” gli orizzonti della storia e della scienza.

Un livello più coerente con la funzione della Scuola della Costituzione è quello che potremmo definire, per questo motivo, “secondo livello”. L’istanza è analoga a quella più sopra evidenziata, ma – come già s’è detto – è fondata sulla “storicizzazione” del fenomeno religioso,considerato non come fattore prevalente e indipendente nella storia dei popoli ma come una delle manifestazioni della complessità del loro cammino.

In quest’ottica, l’origine, il ruolo, l’organizzazione, le dottrine, i riti delle diverse religioni e delle Chiese verrebbero trattati contestualmente ad altre vicende contemporanee nell’ambito delle discipline che nei diversi ordini e gradi di scuola hanno per oggetto lo studio complessivo dell’evoluzione dei popoli nelle diverse aree geografiche. Non mancano già oggi testi scolastici con ricchi apparati realizzati proprio per rispondere a queste esigenze. Si tratta di farle valere nella programmazione didattica (e nella formazione dei docenti).

Le due posizioni non sono poi così lontane; quest’ultima, oltre a essere rispondente alle finalità formative della scuola, non ostacolerebbe il nostro costante impegno per una collocazione dell’irc esterna all’orario scolastico obbligatorio.

A questo proposito, va ripresa la battaglia, da qualche tempo abbandonata, per l’eliminazione dell’irc dalla Scuola dell’Infanzia, dove è stato introdotto dal Nuovo Concordato per ben 2 ore settimanali (60 ore annue) e dove più forte è la presenza di bambini/e appartenenti a diverse religioni, di cui l’islamica non è la sola “non cattolica”.

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