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Le voci delle donne e il rilancio di un’emancipazione in itinere

di Rosanna Galasso
da www.womenews.net

Possiamo ricorrere ad una sorta di mappa ideale per tracciare i punti strategici di questa emancipazione in itinere, al fine di dipanare lo scenario dai dubbi, dalla confusione e dalle speculazioni teoriche purtoppo suscettibili ogni volta di qualche nuova strumentalizzazione.

Il pericolo più grande nel contesto attuale è quello di autodefinirsi nei frame culturali tracciati dall’immaginario maschile o, ancor peggio rifugiarsi nei rigidi canoni di una irriducibile diversità e, forse inconsapevoli o forse conniventi, riscoprirsi ancora una volta fedeli ancelle asservite ad un ordine prestabilito delle cose, il cui controllo resta inesorabilmente affidato all’ Altro da noi, nel genere. E’ da qui che bisogna ripartire per fare chiarezza e capire dove realmente si voglia andare.

Il cammino delle idee

Nel punto di partenza della nostra mappa itinerante ritroviamo il prezioso suggerimento di V. Woolf, la quale ci ricorda che serve una stanza tutta per sé e 500 sterline l’anno per liberare l’intelletto della donna e permetterle di generare cultura al femminile, in termini di prospettiva Altra rispetto a quella androcentrica. Pertanto, diremmo oggi, autoderteminazione e indipendenza economica per definire il proprio sè attraverso nuovi codici interpretativi sganciati dalla zavorra del pensiero dominante.

Bene, da qui parte la sfida del I femminismo agli albori del XX secolo, V. Woolf lancia il sasso, qualche decennio dopo S. de Beauvoir lo raccoglie e con sapienza enciclopedica ci lascia in eredità un patrimonio conoscitivo che spazia a 360° come mai accaduto prima l’ universo femminile. Con acume e sagacia intellettiva supera i biologismi, entra nei perché delle dinamiche storiche, nel simbolico, nella psiche, nel sociale. Lavora instancabilmente, come un’autentica macina intellettuale la sua raffinata elaborazione non tralascia nulla, traccia le linee guida e solleva interrogativi: le future sfide delle donne.

Da questa base il femminismo entra nella seconda fase, diventa movimento sociale, la produzione intellettuale cresce, si diversifica, il dibattito coinvolge le coscienze, costruisce opinione, ottiene delle conquiste, le identità sociali delle donne si ridefiniscono su nuovi codici, nuovi valori.

Gli anni settanta segnano la consacrazione di irreversibili, progressi civili: i diritti della donna acquisiscono statuto giuridico, i comportamenti contro la donna diventano socialmente stigmatizzabili.

A questo punto ci domandiamo: quanto questa nuova produzione culturale sia realmente riuscita a coinvolgere l’intera base dell’universo femminile e quanto sia riuscita a generare modelli identitari forti, in grado di sfuggire ad una costruzione del sé in funzione delle tradizionali attese sociali? Quanto questa consapevolezza abbia generato la necessaria reciprocità tra i generi, funzionale ad un effettivo combiamento a livello simbolico e strutturale? Quanto i tentativi di restaurazione siano riusciti, o quanto meno stiano tentando di far regredire questo processo emancipatorio ancora in itinere? L’interrogativo è forte, perchè forte è la resistenza delle certezze che può mettere in discussione, bisogna allora schematizzare, individuare dei punti fermi per costruire una lettura d’insieme e se necessario non esitare a rimettersi in gioco, correggere ognuna il proprio tiro.

Il riscatto nelle disuguaglianze sociali

Bene, se serviva una stanza tutta per sé e un’ autonomia economica per liberare le coscienze femminili dal cappio patibolare e ritrovarsi, diceva V.Woolf :“ad adottare un nuovo attegiamento verso l’altra metà della razza umana”, a che punto siamo oggi? E’ innegabile che le donne ci siano in larga parte riuscite, con non poche riserve però, perchè la differenza di classe e la marginalità sociale segmenta inesorabilmente l’universo donna e l’accesso a quei diritti che dovrebbero essere ormai dati per scontati. Ad un basso livello di istruzione corrisponde ancora un basso livello di aspettative femminili ed una ridotta capacità nella loro negoziazione.

Per le donne immigrate poi la situazione è ancora più difficile se pensiamo che oltre alle tradizionali strozzature sessiste e classiste, è con le barriere del pregiudizio etnico che si rafforza la separazione sociale.

Se è l’indipendenza economica la chiave di volta, risulta difficile parlare di acquisita indipendenza economica quando il precariato, la dissoccupazione, i lavori a più basso reddito, il lavoro sommerso, sono una realtà che colpisce maggiormente le donne. Dai rapporti Isfol ( 20072008 ) emerge che il mercato del lavoro italiano ha un tasso di occupazione femminile che è il fanalino di coda a livello europeo, pari al 45% contro il 70% degli uomini, con forti squilibri di genere ai livelli decisionali; inoltre la piaga del lavoro sommerso o irregolare coinvolge donne che per il 36% hanno un diploma di scuola media superiore.

Questo stato di fatto pone larga parte dell’universo femminile in una posizione di evidente vulnerabilità e di scarso potere contrattuale, condizione che indebolisce l’autostima delle donne e la loro capacità di reazione. Quindi nella nostra mappa, non possiamo non tener conto del fatto che i diritti riconosciuti non sono garanzia di diritti esercitati, di questo bisogna avere consapevolezza e su questo si deve intervenire per rafforzare socialmente le donne che sono rimaste indietro affinchè possano porsi effettivamente tutte con un “nuovo atteggiamento verso l’altra metà della razza umana”, in termini di possibilità di scelta.

Da questa prospettiva il riscatto delle donne è soprattutto un riscatto di classe in conflitto con gli interessi del potere capitalistico oltre che androcentrico, non può sorprendere pertanto quando le resistenze provengono proprio da altre donne: nella trasmissione di “Ballarò” del 22 settembre 2009, l’impreditrice Luisa Todini, unica donna presente oltre alla segretaria confederale della Cgil Susanna Camusso, è stata anche l’unico ospite a sminuire con evidente gestualità, quanto Susanna Camusso affermava in merito alla mercificazione dell’immagine svuotata della donna che i media propinano, fenomeno che peraltro rientra in una lettura d’insieme con i dati che denunciano la svalutazione della professionalità femminile sul mercato del lavoro.

E’ evidente che le istanze femminili non tagliano assolutamente in modo trasversale la società, ma rispondono ad interessi divergenti.

Da questa constatazione raggiungiamo il II punto della nostra mappa ideale: le donne non costituiscono affatto un corpo sociale compatto, perchè se sono in relazione con l’esercizio del potere tendono a schierarsi a sostegno di questo, magistralmente orchestrato dal dominio maschile. La condizione sociale crea uno spartiacque nell’universo femminile, a tal proposito S. de Beauvoir ci ricorda: “le borghesi sono solidali coi borghesi e non con le donne proletarie; le bianche con gli uomini bianchi….” osserva la filosofa E. Batinder riguardo al femminismo contemporaneo: “ la diversità sessuale è poca cosa in confronto alla diversità sociale, e la madre disoccupata con due figli non ha le stesse priorità della madre énarque o della madre dirigente d’azienda”.

L’immagine della donna come costruzione sociale

E’ interessante a questo punto rilevare che, la rappresentazione sociale della donna e la costruzione della sua immagine stereotipata siano sempre stati, e lo sono ancor di più oggi a causa della pervasività mediatica, la proiezione dei valori necessari al rafforzamento dello Status Quo. Il sistema sociale, espressione del potere maschile produce un’immagine del femminile funzionale a sé stesso, ai suoi scopi e alle sue
esigenze.

Partendo da tale premessa raggiungiamo, come terzo punto della nostra mappa, l’universo simbolico e i codici di riferimento dell’identità di genere. Le donne oggi sono cambiate, ma anche le relazioni tra donne e uomini sono cambiate, ridefinite le identità del maschile e del femminile, pluriancorate al di là dei ruoli tradizionali, a volte appaiono così rarefatte nei confini che le separano, che inducono a credere in un universalismo raggiunto, metabolizzato.

Nella realtà dei fatti però questi cambiamenti sono più di superfice che di struttura, il sociologo della famiglia P.Donati ci dice che “l’omogenizzazione è in gran parte il prodotto di un illusione ottica” e che le differenziazioni sociali risultano attenuate nelle sfere sociali meno rilevanti quali i consumi e la moda, anche “nella coppia i comportamenti effettivi sono ancora all’insegna della complementarità”.

La struttura sociale, anche se con qualche maglia allentata in seno alla scuola, alla famiglia, nei gruppi amicali, conferma soprattutto attraverso gli agenti di socializzazione secondaria la supremazia maschile. Lo fa attraverso le maggiori sfere di potere sociale quali i media, le leadership istituzionali, politiche, economiche, militari, religiose; poi ancora nei gruppi professionali, nelle gerarchie aziendali.

In questo frame culturale di riferimento sorge spontanea la domanda: ma dove vanno a finire tutte quelle professionalità che come rivela l’Istat (2001) superano ormai gli uomini nei risultati scolastici, eccellendo nella formazione universitaria, nei master, nella preparazione professionale, nei dottorati? Forse, soddisfatte dei successi raggiunti, parte di queste donne si sentono realizzate al di là della vera e propria scalata sociale? Del resto le ricerche mettono in evidenza quanto per le donne, più che per gli uomini, ci sia sempre un’identità di riserva in cui ripiegare in caso di un fallimento professionale. Da questo punto di vista le donne sono molto ben corazzate! Ma questa non può essere una risposta generalizzabile, anche perchè forse di questo mondo di professionalità femminile, delle loro capacità, ambizioni, specificità e delle segregazioni che lo caratterizzano si parla e si sa molto poco.

Di contro bisogna dire che anche il dominio maschile di fronte a queste così poliedriche e sofisticate nuove donne ha abilmente cambiato faccia. Superate le chiusure misogine vecchio stile, ha concesso delle opportunistiche aperture, ha affinato le armi del paternalismo, si spaccia per complice e inducendo nell’adepta di turno l’illusione di detenere il controllo, si ripropone come viatico per il raggiungimento di individuali ambizioni. Con questa strategia, che agisce a più livelli del sistema sociale, riesce anche a rastrellare nuovi e inediti consensi…. ma forse però meno di quanti agognati?!.

Di sicuro va ribadito che mai come oggi le donne, senza necessariamente dover nascere regina Vittoria, ricoprono ruoli di responsabilità e svolgono attività altamente qualificate perchè sono brave, preparate e hanno tutte gli skills richiesti per esercitarle. La femminista americana S. Faludi nell’analizzare la contro – cultura al femminismo entra nelle dinamiche mediatiche del Contrattacco e attraverso la metafora del cavatappi inclinato raffigura l’emancipazione femminile muoversi lungo tale spirale asintotica. Più le donne con le loro conquiste si avvicinano alla parte finale della spirale per liberarsi definitivamente dai giri senza fine, più le leve della cultura del contrattacco premono in senso contrario, proprio come avviene nel cavattappi, nei punti strategici della spirale, per ricacciare le donne all’indietro.

Naturalmente i giri della spirale su cui fa pressione il contrattacco vanno individuati nelle tendenze demografiche che vedono le donne sempre più protagoniste, sia nella rivendicazione di una busta paga per lavori qualificati che nel controllo della propria fecondità. Per tale scopo il contrattacco confeziona delle strategie, che sono peraltro sempre le stesse: più le donne dimostrano di avere un cervello e sono pagate per usarlo, più il contrattacco propina l’ immagine della donna come corpo vuoto e senza cervello; più le donne sono protagoniste della propria fecondità più si accanisce con questioni morali e obiezioni legislative.

Nei venti della restaurazione diventa poi più funzionale riabilitare il sempre vincente stereotipo della donna vittima indifesa, soggetta ad ogni sorta di pericolo, ancor più minaccioso se straniero, piuttosto che denunciare la tragica verità che censisce la prevalenza della violenza sulle donne consumarsi proprio dentro le mura domestiche. Crimini reiterati che sono la diretta espressione di quei codici simbolici che, radicati nella cultura androcentrica della disparità e della differenziazione, costruiscono per sé stessi dei paradossali giustificativi.

Il punto del rilancio

L’auspicio del nostro tracciato può essere se vogliamo quello di evitare di cadere nella rincorsa dei falsi problemi: perchè disquisire su quanto la scelta o meno di un certo tipo di abbigliamento possa relegare in uno stereotipo di femminilità è un falso problema. Di contro però, mettere in discussione l’esclusività che determinati canoni di femminilità hanno nei media e del peso che esercitano come modello identificativo di successo femminile è il vero problema.

Discettare sulla libera sessualità raggiunta è un falso problema, domandarsi invece quanto nell’immaginario sociale la libera sessualità della donna venga oggettivizza per ridare lustro al mito della supremazia del piacere maschile è il vero problema.

Essere a favore o meno di flessibilità lavorative tutte al femminile propone un rimedio che non denuncia la totale assenza di incentivi, nonché adeguate misure legislative, alla equa ripartizione tra genitori dei congedi di maternitàpaternità oltre all’ insufficienza delle strutture pubbliche per l’infanzia. Disquisire sulla validità delle quote rose, riducibili di fatto a facili e selezionate rappresentanze, non può risolvere il problema quanto affrontare alla radice i perchè dell’ostruzione androcentrica alle carriere femminili.

Dunque la sfida non può che essere quella di rigettare al mittente la rappresentazione sociale di superfice, troppo spesso distorta, fuorviante, viziata e deleteria che viene propinata dell’intero universo femminile. Tale rappresentazione va rifiutata semplicemente perchè non vera. E se la sicurezza, la mercificazione dell’immagine, la flessibilità lavorativa, la rapprentatività numerica, sono categorie interpretative di approfondimento e le riflessione, nessuna di per sé è euristicamente valida a sostenere nella complessità il processo emancipatorio delle donne dalle resistenze in atto.

Per ribaltare la prospettiva dell’impianto attuale è nella matrice dell’impianto che bisogna agire, quindi nella produzione del simbolico. Tra i media e i loro fruitori si stabilisce una circolarità di influenze: i media producono un ricchissimo contesto simbolico dal quale la maggioranza del pubblico attinge specifici orientamenti di valore, tali valori sono al tempo stesso l’interpretazione formale che i media danno degli input convenzionali che giungono dall’opinione pubblica rappresentata. E’ in questa reciprocità di influenze che va alimentato il diritto alle voci delle donne, al fine generare quella pluralità di rappresentazioni che onori la complessità dell’intero universo femminile, in cui tutte le donne, nelle loro diversità, possano ritrovarsi non solo come fruitrici, ma soprattutto come leve di consumo, pertanto direttrici della loro stessa rappresentazione.

Le donne forse sottovalutano la propria forza economica e la capacità che hanno di poter realmente determinare la differenza. Bisogna pretendere di parlare in prima persona perchè ci sono modelli di cultura, leader politici, in
tellettuali, scienziate, e poi ancora manager, professioniste, artiste. Donne che hanno sfidato e sfidano il pericolo, che conducono opere umanitarie. Ci sono le nobel, ci sono le inviate in prima linea, ci sono le esploratrici. Ci sono state le prime storiche femministe dell’800, il ’900 poi ci ha regalato delle eredità tutte al femminile di eccezione. Bene di questo e di quanto altro possiamo aggiungere non si parla mai o quasi, bisogna dare voce a questo intero universo di donne, perchè sono le donne stesse che possono correggere il flusso dell’informazione e innescare un’ inversione di tendenza, rappresentarsi.

Solo il rilancio di un movimento sociale che chiami in gioco l’azione rivendicativa di ogni donna, può porsi l’obiettivo di far leva sugli attori dirigenti degli orientamenti culturali. In un simbolico arricchito di nuovi codici interpretativi trova forza e consapevolezza l’autostima di un intero universo. Solo in questo modo le donne sfruttate, violate, sottopagate, licenziate, possono avere una voce; solo in questo modo la ricchezza culturale delle donne immigrate può trovare un veicolo espressivo per nuovi e originali impulsi di femminilità. Soltanto con un’inedita esperienza di palcoscenico mediatico il composito mondo delle donne potrà finalmente porsi come auspicava V. Woolf: con un nuovo atteggiamento verso l’altra metà della razza umana. Nella eco di questo rivoluzionario coro di voci, l’interminabile dinamica della reciprocità tra i generi dovrà necessariamente ridefinirsi sui nuovi valori e onorare finalmente il primo fondamentale principio democratico, per il quale chi parla non può esimersi di ascoltare e rispettare l’Altra nei suoi contenuti.

Riferimenti bibliografici:

Elisabeth Batinder, La strada degli errori, Feltrinelli editore,Milano 2004,
Simone de Beauvoir, Il secondo sesso, il Saggiatore spa, Milano 2008;
PierPaolo Donati, Manuale di sociologia della famiglia, Editori Laterza, Bari 1999;
Susan Faludi, Contrattacco la guerra non dichiarata contro le donne, Baldini & Castoldi, Milano 1992;
Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Newton Compton Editori srl, Roma 2006;

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