Home Politica e Società In hoc signo vinces. Il simbolo che “… ci fa tanto feroci.”

In hoc signo vinces. Il simbolo che “… ci fa tanto feroci.”

di Cettina Centonze
da http://www.italialaica.it/

Come andarono le cose “realmente” non è dato saperlo: abbiamo fonti di parte come il vescovo Eusebio da Cesarea e Lattanzio.

Il primo riferisce che Costantino in persona gli avrebbe narrato, siglando la narrazione con un giuramento, la visione avuta: la scritta, in greco, comparsa nel cielo assieme al monogramma di Cristo formato dalle lettere greche XP sovrapposte; monogramma che Costantino si sarebbe affrettato a far porre sul labaro.

Lattanzio, precettore dei figli dello stesso imperatore, parla invece di un sogno e non di un’apparizione.

Fonte pagana è il panegirico di Lione di incerto autore che narra che nel 311 l’imperatore trovandosi a Lione a pregare nel tempio di Apollo, che la mitologia romana identificava con il Sole, avrebbe ricevuto la visione di tre X che gli profetizzavano un trentennio di vittorie. Già dal 309 Costantino aveva fatto coniare le monete con il sole invitto quindi la fonte citata contiene una profezia post eventum.

Occorre tener conto che nel IV secolo d. C. il cristianesimo era soltanto uno dei tanti culti penetrati a Roma nel momento di crisi del panteon pagano; ad esempio nell’esercito di Costantino era molto diffuso il culto orientale di Mithra identificato con il sole invictus che aveva come simbolo un X con un cerchio al centro e questo rimanderebbe all’affermazione di Eusebio che precisa che il segno del monogramma del Cristo apparve a Costantino impresso nel sole.

Quel che è certo che Costantino riportò la vittoria su Massenzio e, pur rimanendo pagano, compì atti di ossequio verso la setta dei cristiani:

– Donò al papa Melchiade il palazzo del Laterano e fece erigere a spese dello stato la Basilica di San Giovanni in Laterano.

– Promulgò l’editto di Milano che oltre che essere un editto di tolleranza, impose la reintegrazione economica e professionale dei cristiani; con successive delibere punì l’adulterio, rese difficile il divorzio, concesse ai cristiani la possibilità di rendere liberi i propri schiavi.

Costantino adoratore del Sol Invictus sottrasse in questo modo alla discriminazione il 10 per cento dei cittadini romani: tale era la percentuale dei cristiani nell’impero.

Ma è solo l’inizio: di li a poco divampò in Tunisia il contrasto riguardante il vescovo di Cartagine: Donato fu eletto da ottanta vescovi africani invalidando la precedente elezione di Ceciliano giudicato traditore perché disposto a collaborare con l’impero romano centralista e pagano. Invece che risolvere la questione attraverso un sinodo venne chiamato in causa l’imperatore che , naturalmente, si dichiarò a favore di Ceciliano.

La fine delle persecuzioni, intanto, permetteva ai cristiani di dedicarsi alle dispute teologiche e ad Alessandria d’Egitto sorse, tra Atanasi e Ario, quella riguardante la natura di Cristo. Per cercare di comporla Costantino, imperatore pagano, convocò a proprie spese il primo concilio a Nicea nel 325: “Costantino fa la sua entrata simile ad un angelo celeste di dio” narrano le cronache. E sotto la supervisione diretta dei delegati imperiali, i partecipanti cercarono di giungere alla formula che riunisse le parti. E questo fu il simbolo di Nicea o Credo che i cristiani cominciarono a recitare: un Credo impregnato di concetti astratti che nulla hanno a che fare con la vita del Nazareno.

Con Nicea nasce una Cristologia senza il Cristo storico.

E nasce da un’assemblea ambigua: da un lato è cristiana dall’altra i rappresentanti pagani dell’imperatore, i vescovi benestanti e privilegiati ben lontani dalle sofferenze del popolo. Costantino fa capire ai vescovi che non tollera alcun dissenso: “un Dio, un Imperatore, un impero, una chiesa, una fede”. Quindi Costantino costrinse la chiesa ad un’ossequiosa sottomissione. Dopo il banchetto i vescovi che respinsero la professione di fede, con a capo Ario, furono esiliati.

Intanto la Chiesa, influenzata dalla cultura pagana tesa a distinguere materia e spirito, distoglie lo sguardo dai problemi materiali-sociali per concentrarsi su quelli spirituali- trascendenti; così facendo, inoltre, non rischia di compromettere i suoi rapporti con l’impero. La fede si marmorizza in dogmi che imprigionano il futuro e paralizzano la creatività dei cristiani intesa come partecipazione alla creazione.

Si è giudicati eretici non per una condotta in antitesi con quella del Nazareno, ma perché non si aderisce ad una dottrina controllata, giudicata e sanzionata dall’imperatore. Nei decenni successivi il battesimo è imposto a tutti i cittadini dell’impero: la cristianizzazione dell’Europa scaturisce da questo incesto tra potere politico e l’istituzione religiosa.

Per il vescovo Eusebio la pax cristiana coincide con la pax romana esattamente il contrario di quanto sostenuto da Gesù: un anno prima della morte dell’imperatore il vescovo e teologo pronuncia un panegirico di Costantino ed in esso enuncia la corrispondenza tra Dio (logos) che governa il cosmo e l’imperatore amato da dio che svolge un’opera di salvezza storica.

Il logos di cui egli parla non è il Cristo, ma un concetto colto preso a prestito dalla filosofia greca; non è il logos di Giovanni che si incarna in Gesù: il Logos, secondo questo panegirico, si incarna in Costantino vittorioso ad opera di Dio.

Nella riflessione di Eusebio Cristo è sostituito da Costantino, nuovo Messia, e dunque il momento decisivo della storia non coincide con la nascita di Gesù, ma con la proclamazione del sovrano come “rettore della terra”.

Il battesimo di Costantino alla fine della sua vita è presentato da Eusebio non come un atto di conversione alla fede cristiana, ma come conferma della sua relazione diretta con il divino: per cui l’imperatore sta al di sopra della chiesa con la quale per altro non aveva condiviso alcun culto e, nonostante ciò, viene proclamato “sostegno e protettore della chiesa”.

Contemporaneamente avviene una trasformazione di Gesù che viene sempre più presentato come figura regale che nulla più conserva dell’umile Nazareno anzi ne sfigura l’umanità, la semplicità, la realtà storica derelitta.

Da ciò nascono i magnifici mosaici che lo mostrano come Cristo Pantocreator trionfante, imperator ed è inutile cercare in tale rappresentazione dove siano le vittime, gli esclusi, a cui, invece, il Cristo storico si è sempre rivolto, i cui bisogni ha compreso, rappresentato.

Quei mosaici presero il posto del crocefisso.

È evidente, quindi, come il valore della croce sta nell’intimo di noi credenti se seguiamo le orme di Cristo.

Tutto il resto è puntiglio: puntiglio blasfemo da parte di una gerarchia ecclesiastica sempre più lontana dal Cristo.

È utilitarismo blasfemo per questo governo che, con le mani sporche di sperma e di cocaina, la imbraccia come un vessillo, se ne fa strumento di legittimazione, ignorando che chi vi è rappresentato fu crocifisso dal potere della casta sacerdotale del sinedrio, dal sommo sacerdote Caifa, dall’imbelle Pilato, dal popolo ebreo infatuato di radici.

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