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Burkini e delitto d’onore

di Ines Valanzuolo
da www.criticaliberale.it

Il 18 agosto 2009 in una piscina di Verona una donna mussulmana si tuffa in burkini, cioè con pantalone fino alla caviglia, tunica lunga e cappuccio a coprire testa collo e spalle. Le reazioni sono scontate: curiosità, perplessità, intervento del direttore dell’impianto che chiede alla donna la composizione del tessuto del «burkini» per verificare se può essere usato in una piscina pubblica e, dopo alcuni giorni, ecco il divieto dell’uso del Bukini o la multa di 500 euro da parte del sindaco di Varallo Sesia, in Piemonte.

Ad agosto sembra solo un argomento, tra i tanti circa l’immigrazione, da ombrellone. Certo, il burkini potrebbe diventare semplicemente una moda, l’aumento delle vendite a livello mondiale lo testimonierebbe, o anche uno strumento di seduzione efficace in tempi di corpi sovresposti, oltre a restare fonte di polemica politica infruttuosa tra destra e sinistra.

Il disagio però è persistente e inquietante: a Verona questa donna, sospettata anche di essere una provocatrice/attrice, ha recitato un categorico duplice divieto: quello della cultura islamica, non spogliarsi, quello della attuale (penso alle foto di mia nonna in spiaggia!) nostra cultura, non bagnarsi vestita. La sua, se è commedia, è voglia di comunicare e ritorna in mente nella tragedia di settembre, quando un’altra donna di origine islamica, Sanaa, migrante di seconda generazione, muore, consapevole di aver proposto, senza possibilità di mediazione, la violazione di un altro divieto: la convivenza con un giovane italiano, senza consenso della famiglia e della sua comunità, senza matrimonio.

Tra il divieto della nudità e il libero amore con un miscredente c’è distanza, almeno nelle conseguenze. Al centro però c’è sempre un corpo di donna che si impone e dà scandalo, che deve essere controllato, coperto, negato, eliminato. Intorno non c’è solidarietà, solo conflitto tra ciò che si ha alle spalle e ciò a cui si aspira. Ci sono anche, sempre, donne islamiche complici della loro cancellazione, che accettano in silenzio, o che prendono parola, soprattutto rivendicando una loro originaria identità cultural/ religiosa in paesi di immigrazione e donne occidentali emancipate, libere(!) che le sostengono o consapevoli dei loro burkini segreti o desiderose di non sentirsi razziste.

Questo scandalo mette in moto una scontata, in alcuni casi generosa e sapiente sequela di pareri, riflessioni, inchieste, articoli sulle cause profonde o immediate: la religione islamica e il ruolo attribuito alla donna; la violenza di genere eterna e uguale in qualsiasi luogo contro la donna libera, il razzismo politico/partitico, di destra, di sinistra.

Sappiamo tutto o quasi sulle cause, poco sulle soluzioni, rese urgenti dalle rapide dinamiche della globalizzazione. Aspettiamo risposte dai partiti, dalla politica corrente che non è mai riuscita, se non con lentissimi e totalizzanti movimenti, ad intervenire in modo adeguato nei conflitti di genere, che non ha mai considerato le pratiche e le elaborazioni teoriche delle donne.

Partire da sé per capire e trovare soluzioni: autocoscienza. Una pratica del femminismo anni ’70 può essere utile a livello individuale e collettivo. Richiede tempi lunghi, quelli delle rivoluzioni profonde e permanenti. Consideriamo qualche momento importante della storia delle donne nella nostra storia del ‘900.

Nel 1966 si celebrò il processo di Franca Viola, figlia di una coppia di coltivatori diretti che era stata rapita, violentata e quindi segregata per otto giorni da Filippo Melodia, spasimante mafioso respinto. Secondo la morale del tempo, rapita e stuprata per otto giorni, liberata avrebbe dovuto sposare il rapitore, salvando l’onore suo e quello familiare. Questa morale era sostenuta dalla legislazione italiana che, all’articolo 544 del codice penale, ammetteva il matrimonio riparatore, considerando la violenza sessuale come un oltraggio alla morale e non alla persona.

Franca Viola non accettò il matrimonio riparatore. Filippo Melodia fu condannato a 11 anni di carcere La famiglia Viola, che aveva contravvenuto alle regole di vita locale, fu soggetta ad intimidazioni: il padre venne minacciato di morte, la sua vigna fu rasa al suolo. Il caso sollevò in Italia forti polemiche divenendo oggetto di numerose interpellanze parlamentari.

Franca Viola divenne, in Italia e in Sicilia, un simbolo di libertà e dignità per tutti ma l’articolo 544 del codice penale fu abrogato, 15 anni dopo, dall’articolo 1 della legge 442, emanata il 5 agosto 1981, che elimina la facoltà di cancellare una violenza sessuale tramite un successivo matrimonio. Franca aveva l’età di Sanaa. Come ha potuto mettere in moto, per prima, questo processo di liberazione personale e di democratizzazione della società italiana tutta?

Non illudiamoci, non è preistoria e chi scrive, e forse chi legge, ha seguito il processo. Sapevamo che sola avrebbe fatto la fine di Sanaa, o avrebbe accettato l’esecrazione come tante ragazze islamiche che oggi rifiutano burka, burkini, infibulazione ed altro, se non ci fosse stata una lenta e sotterranea corrente culturale che cominciava a collegare alla dignità della donna quella di una intera famiglia e di una nazione tutta.

Alcuni uomini avevano ascoltato, capito, a cominciare dal padre, un semplice coltivatore diretto, per finire con alcuni giudici, una parte della stampa….La legge arrivò più tardi, quando il nuovo finalmente emerse con chiarezza.

Oggi nell’incontro di culture diverse le relazioni tra immigrati, donne e uomini, quelle di noi italiani con loro, sono improntate ad incapacità di ascolto, a presunzione di risoluzioni rapide, segnate dal rifiuto o dall’accettazione incondizionata o dalla legge a colpi di maggiaranza. C’è poi la vita quotidiana che stenta a trovare un nuovo equilibrio, mancando: adeguata formazione dei giovani, modelli di riferimento, accettazione del diverso, conoscenza delle regole della convivenza civile, rispetto delle reciproche civili abitudini dell’ospitalità.

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