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La pandemia dell’«identità nazionale»

di Laurent Bazin
da Le Monde Diplomatique, febbraio 2010, (traduzione dal francese di José F. Padova)

Mentre il dibattito francese sull’«identità nazionale» degenera, il presidente della Repubblica [Sarkozy] si rallegra: «A due mesi dalle elezioni regionali ecco un osso che si dà da rosicchiare ai media e all’opposizione», dichiarava alla fine di dicembre, secondo «Le Canard enchaîné». «Non si parla più del resto, della situazione economica e sociale, della disoccupazione e della crisi». Tuttavia anche su questo substrato prospera una nuova ideologia di Stato, come l’indicano due esperienze straniere.

Che c’è di comune fra la Costa d’Avorio e l’Uzbekistan? Questi due Paesi, come molti altri dagli anni ’90 in poi, sono caduti nell’era dell’«identificazione nazionale» (1). Essi costituiscono casi emblematici per comprendere e osservare i processi che nello stesso periodo si generalizzano nel mondo intero e permettono di afferrare la differenza fra i nazionalismi degli anni ’50-’60, derivanti in particolar modo dalla decolonizzazione, e quelli che danno loro il cambio negli anni ’90, spesso fondati sulla reinvenzione d’identità autoctone.

Un poco come è accaduto sotto altri cieli, la nozione di ivorietà [ndt.: neol., vorrebbe tradurre ivoirité, concetto analogo a italianità] fu introdotta nella vita politica della Costa d’Avorio con l’ausilio di una manovra elettorale: il presidente Henri Konan Bédié, che era succeduto nel 1993 a Félix Houphouët-Boigny come capo dello Stato, voleva procurarsi un vantaggio sui due suoi principali avversari e riempire il suo vuoto di legittimità.

Il concetto appare nel dicembre 1994 con la promulgazione di un nuovo codice elettorale, due disposizioni del quale costituiscono un colpo di scena. La prima sopprime il diritto di voto degli stranieri africani; la seconda, che avrà il soprannome di «clausola d’ivorietà», condiziona la candidatura all’elezione presidenziale al fatto di essere «nato ivoriano da padre e madre anch’essi nati ivoriani». Si trattava allora di eliminare dalla competizione l’ex primo ministro Alessane Ouattara, accusato di essere del Burkina-Faso, e di tagliare l’erba sotto i piedi all’oppositore storico Laurent Gbagbo, facendo propri i suoi temi di campagna elettorale. Immediatamente formulato, il concetto di ivorietà opera come una trappola ideologica: diviene un nodo di discordia nel nucleo della politica e catalizza la disgregazione della società ivoriana (2).

Avendo deliberatamente giocato sull’intensificazione delle tensioni, Bédié ne perde presto il controllo e viene destituito da un colpo di Stato nel dicembre 1999. Due anni più tardi, quando Gbagbo aveva preso il potere, lo scoppio di un conflitto armato sbocca in una spartizione di fatto fra il nord e il sud del Paese. I principali punti di dissidio derivano dall’ivorietà: impedimento alla candidatura di Ouattara, che la giustizia ha dichiarato «di nazionalità dubbia»; avviamento del procedimento detto «d’identificazione», che consiste nel verificare l’autenticità della nazionalità ivoriana di tutti coloro che ne sono titolari col pretesto del censimento degli elettori; diniego della cittadinanza, del quale si sentono vittime i cittadini musulmani detti «del Nord», considerati stranieri; incertezze sulla posizione e lo status degli stranieri, che rappresentano circa un quarto della popolazione, sovente residenti in Costa d’Avorio da molte generazioni.

Due anni dopo gli accordi di pace che hanno portato alla spartizione del potere fra le parti belligeranti questi problemi rimangono in sospeso. In particolare l’incompiutezza del «procedimento d’identificazione» serve come pretesto per un continuo rinvio delle elezioni.

Ex segretario del Partito comunista della Repubblica sovietica di Uzbekistan, diventato presidente dello Stato indipendente nel 1991, Islam Karimov non si preoccupa di strategia elettorale. La caduta dell’URSS ha significato la fine del partito unico e l’avvento di un regime ufficialmente democratico. Tuttavia il potere soffoca la libertà della stampa e mette al bando i due partiti d’opposizione, i cui leader sono costretti all’esilio dal 1993 in poi. L’accesso alla sovranità avvia una immediata conversione delle autorità a un discorso nazionalista: una «uzbekizzazione» rapida della società e dello Stato si effettua a detrimento dei numerosi cittadini non uzbeki – tagiki, kazaki, kirghisi, russi, ucraini, tatari, coreani, tedeschi ecc. (circa il 20% della popolazione nel 1991). [L’Uzbekistan prima della conquista russa è sempre stato integrato in imperi multiformi, i cui reggenti erano discendenti turcofoni degli invasori nomadi e la cui classe colta era formata da cittadini di lingua persiana. La formazione delle «nazionalità» ha separato sedentari e nomadi, genti di lingua nativa turca e persiana, distinguendo uzbeki, kazaki e tagiki. Questi ultimi rimangono maggioranza nei due antichi poli culturali di Samarcanda e Bukara]. Screditato dal marasma economico, il regime attuale combatte l’emergere di qualsiasi segno di contestazione mediante la repressione e il terrore. Cerca una legittimazione attraverso la promozione dell’identità nazionale (uzbeka), l’esaltazione delle «realizzazioni dell’indipendenza» e la promessa di un avvenire radioso.

Designato ufficialmente come il «padre dell’indipendenza», il presidente è l’istanza dalla quale emana tutto. Le sue opere sono insegnate dalla scuola all’università, con i titoli «Costruzione della società democratica» e «Ideologia dell’indipendenza nazionale». Dal 2003 le scuole dedicano inoltre ogni settimana una giornata alla «spiritualità nazionale» (milliy ma ‘naviyart). Si costituisce un culto dell’identità nazionale che si sovrappone, fino a confondersi, a quello dello Stato «democratico» e del presidente.

Riprendendo il modello sovietico, secondo il quale il popolo e le azioni delle autorità devono essere guidate da una ideologia ufficiale, il presidente ha deciso che quest’ultima sia l’«idea nazionale» (secondo la terminologia russa). Occorre quindi produrla scientificamente, in un grande cantiere al quale i ricercatori dell’Accademia delle scienze sono invitati a partecipare – etnografia, storia, archeologia, linguistica, ecc. devono fornire il materiale, sotto l’egida della filosofia.

La riscrittura della scienza deriva direttamente dall’opera realizzata in URSS fra il 1924 e il 1936. In effetti sotto la guida di Josef Stalin furono differenziate le «nazionalità» (3) secondo procedure analoghe a quelle implicite nella formazione delle nazioni europee a partire dal XIX secolo (4). I “saggi” sovietici ebbero l’incarico di riconoscere, per ogni «nazionalità», un’etnia, una lingua, un corpus letterario, una storia, riti e tradizioni, ecc.

La produzione della nuova verità storica si orienta in particolare verso la ricerca dei segni della presenza più antica del popolo uzbeko sul territorio omonimo attuale. Essa si sforza quindi di fare apparire un’entità autoctona uzbeka. Un nuovo ramo della storia, d’altra parte, è germogliato su ingiunzione del governo: la «statalità del popolo uzbeko» (5). Questo mostra l’aspirazione a stabilire un nesso atemporale e indissolubile fra lo Stato e questa supposta natura di autenticità autoctona e a creare una sorta di Stato autoctono.

L’evoluzione in Costa d’Avorio avviene in modo del tutto parallelo. Attraverso i conflitti sull’«identità ivoriana» e le sue metamorfosi si gioca il concetto di cittadinanza e legittimità politica: l’una e l’altra dipendono ormai da una autoctonia inventata in ogni suo elemento. Questo fenomeno è radicalmente nuovo in Costa d’Avorio: prima degli anni ’90 la nazionalità non aveva alcuna importanza – anche se il potere risultato dalla decolonizzazione, reagendo con reticenza dal 1967 in poi alle rivendicazioni di “ivorizzazione”, nel 1974 aveva costituito una «preferenza nazionale» per le assunzioni al lavoro, rimasta però poco applicata. Lo Stato della Costa d’Avorio allora si identificava nella missione di sviluppo e di modernizzazione della società della quale aveva ereditato l’indipendenza: questo progetto dava un senso all’opera di «costruzione nazionale».

La partecipazione a questo sviluppo e la subordinazione allo Stato determinavano allora la cittadinanza; al governo sedevano comunemente ministri non ivoriani, la prosperità economica si fondava sulla continua estensione dell’economia delle piantagioni di cacao nelle zone boschive del sud, mediante una dinamica migratoria che attirava dall’estero ivoriani del centro e del sud, come pure cittadini del Burkina Faso, del Mali, della Guinea… In un sistema politico di partito unico il voto degli stranieri africani non costituiva per nulla un problema. Lo Stato assumeva una posizione neocoloniale che ne faceva l’alleato africano più stretto della Francia e degli Stati Uniti sul piano sia economico che politico.

Costantemente accusato di favorire interessi stranieri, il potere pubblico si era costituito come uno «Stato alloctono» (6). La popolazione, d’altronde, era interamente definita dal suo carattere allogeno: i testi scolastici insegnavano che i sessanta gruppi etnici che componevano la popolazione erano venuti dai paesi vicini, con l’eccezione di quelli numericamente insignificanti. Con l’invenzione dell’ivorietà la posizione dello Stato si inverte bruscamente: ormai esso pretende di incarnarsi in una autoctonia ivoriana in un quadro ideologico ancor ieri inconcepibile.

Il nazionalismo sovietico s’inseriva in un quadro ideologico socialista caratterizzato dall’idea di modernizzazione della società e di creazione di un «uomo nuovo»; ormai l’orizzonte che viene promesso (7) è il «rinnovamento dell’idea nazionale uzbeka» – una prospettiva sotto forma di strada senza uscita in un Paese in rovina, nel quale la fuga all’estero rappresenta una via di salvezza per tutte le componenti sociali.

Nell’URSS (come d’altra parte nell’ex Jugoslavia) le «nazionalità» alle quali si riferivano i cittadini erano sussunte dalla cittadinanza «sopranazionale», a sua volta subordinata all’ideale definito dallo Stato-partito. La nuova ideologia di Stato si pretende fonte della legittimità politica, in quanto principio fondatore della cittadinanza. Quest’ultima si polarizza quindi su un’identità nazionale uzbeka autoctona, provocando un effetto di esclusione delle nazionalità non uzbeke, ma anche di destabilizzazione dell’insieme della società.

Berretto alla rovescia «non è uzbeko»

L’uso del temine ’zbechilik, «ciò che si riferisce agli Uzbechi», diviene generale dopo la fine dell’URSS, per significare la necessità di conformarsi alle «tradizioni». Esso segna infatti l’apparire di una norma alla quale le individualità devono sottomettersi e interviene come richiamo all’ordine per ogni comportamento giudicato sconveniente. Che un giovane sfoggi capelli troppo lunghi, che porti il suo berretto a rovescio o che abbia relazioni sessuali con la sua fidanzata prima del matrimonio ed ecco che piomba la reprimenda: «Questo non è ’zbechilik».

In Uzbekistan come in Costa d’Avorio la formulazione, e poi l’istituzionalizzazione, dell’identità nazionale accompagnano così un ribaltamento dei concetti di cittadinanza e di legittimità politica. Lo Stato appare come l’emanazione di un’identità autoctona, intorno alla quale la società si ridefinisce a sua volta, mentre l’esterno [l’estraneo, lo straniero] d’allora in poi si presenta come una minaccia.

In entrambi i casi il fenomeno è tanto più brusco in quanto sopraggiunge in un contesto di crollo economico: la recessione mette in pericolo le rappresentazioni che le società facevano di loro stesse e del loro posto nel mondo. Per l’Uzbekistan, passaggio dallo status di grande potenza a società in rovina, scomparsa quasi totale del lavoro salariato, ormai assimilato a una rischiosa arte dell’arrangiarsi, depauperamento di massa e fuga all’estero; per la Costa d’Avorio crisi economica degli anni ’80, chiusura di fabbriche e licenziamenti, piani di adeguamento strutturale che squalificano le elite dei dirigenti e offuscano l’immagine di una società che pensava sé stessa come la più sviluppata dell’Africa Occidentale.

Anche se le ripercussioni delle politiche d’identità nazionale sono profonde ed evidenti le loro conseguenze di esclusione, le ricerche sul terreno mostrano nei due casi che esse non cancellano l’acuta consapevolezza di una situazione di declino. Non più di quanto esse offrano ai governanti un sovrappiù di legittimità.

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(1) Lire Laurent Bazin, Robert Gibb et Monique Selim, «Nationalisation et étatisation des identités dans le monde contemporain», Journal des anthropologues, hors-série «Identités nationales d’Etat », Paris, 2007, www.afa.msh-paris.fr

(2) Cf. « L’idéologie de l’identité nationale, un facteur de désagrégation de la société», Savoir/Agir, n°2, Bellecombe-en-Bauges, 2007, p. 61-69. Cf. aussi Pierre Janin, «Peut-on encore être étranger à Abidjan?», Le Monde diplomatique, octobre 2000.

(3) Cf. Olivier Roy, La Nouvelle Asie centrale, ou la Fabrication des nations, Seuil, Paris, 1997. L’Ouzbékistan a toujours été intégré avant la conquête russe dans des empires multiples, dont les maîtres étaient des descendants turcophones des envahisseurs nomades, et les lettrés des citadins persanophones. La formation des «nationalités» a séparé sédentaires et nomades, locuteurs turcs et persans, distinguant Ouzbeks, Kazakhs et Tadjiks. Ces derniers demeurent majoritaires dans les deux anciens pôles culturels de Samarcande et Boukhara..

(4) Eric Hobsbawm, Nations et nationalismes depuis 1780, Gallimard, Paris, 1992.

(5) Marlène Lamelle, «Continuité des élites intellectuelles, continuité des problématiques identitaires », Cahiers d’Asie centrale, n°13-14, Tachkent, 2004, p. 45-75.

(6) Pour reprendre l’expression de Jean-Pierre Dozon dans «L’étranger et l’allochtone en Côte d’Ivoire », dans Bernard Contamin et Harris Memel-Fotê (sous la dir. de), Le Modèle ivoirien en questions, Karthala, Paris, 1997, p. 779-798.

(7) Frédérique Guérin, «L’Etat et ses chantiers idéologiques en Asie centrale», dans The Illusions of Transition : Which perspectives for Central Asia and the Caucasus?, Cimera, Genève, 2004.

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