Home Politica e Società Italia, stipendi d’oro al top

Italia, stipendi d’oro al top

di Roberta Carlini
da “La Rocca di Assisi”, 19 aprile 2010

Il signor Carlo Puri Negri, primo nella classifica dei manager più pagati d’Italia, nel 2009 ha incassato 38.356 euro. Al giorno. Circa la metà ne ha avuti un suo collega che fa capo allo stesso grande gruppo, il signor Claudio De Conto. Su base annuale, hanno guadagnato rispettivamente 14 e 7,3 milioni di euro. Entrambi hanno prestato la loro opera per il conglomerato che era simbolo della gomma in Italia, il primo però operava nel settore immobiliare (Pirelli Re, che sta per “real estate”), il secondo nella Pirelli senza suffissi. Essendo degli “ex” (ex vicepresidente esecutivo, ex direttore generale), il loro compenso è un po’ più alto del normale, comprendendo anche la “liquidazione”, ci avvisano le cronache. Infatti, il signor Puri Negri, la cui società ha chiuso in rosso per un centinaio di milioni, ha preso 9,4 milioni di buonuscita, mentre il suo collega ne ha presi 5. Ci sono poi altri top manager che nel 2009 hanno avuto compensi superiori ai 4 milioni: il presidente della stessa Pirelli (Marco Tronchetti Provera, 5 milioni e 664mila euro), i due nomi famosi di casa Fiat (Luca Cordero di Montezemolo: 5.177.000, e Sergio Marchionne: 4.782.000), due big di società pubbliche o ex-pubbliche (Guarguaglini, di Finmeccanica, e Scaroni, dell’Enel). E poi un banchiere: Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit, 4 milioni 324mila euro.

Stiamo parlando del 2009, l’anno nel quale la crisi economica si è manifestata nel suo risvolto reale più nero e profondo. Dopo le vicissitudini finanziarie, la stretta è passata all’economia in carne e ossa, e quasi tutte le società dirette dai nostri primi in classifica ne hanno sofferto. Ancora di più ne hanno sofferto i dipendenti e lavoratori delle stesse società, ma non i loro vertici. Scorrendo la lista dei compensi 2009 – alla cui pubblicazione si arriva perché le società quotate sono obbligate a dare informazioni sugli emolumenti dei loro amministratori delegati o dei direttori generali, pubblicità che è comunque parziale perché non dà conto delle stock option né dei cumuli di cariche – alcune cose saltano agli occhi. La prima è che nessuna delle trenta postazioni più alte della graduatoria è occupata da una donna. Ma questa non è una novità, e va anche detto che le rare volte in cui si trova una donna nelle classifiche dei plurimilionari si tratta di figlie, eredi dell’azienda di famiglia, mentre è molto più raro trovare pure e semplici manager. E’ una novità, invece, il fatto che quasi tutte le società in questione abbiano presentato, nell’anno 2009, bilanci in rosso e utili ridotti al lumicino. Dunque, non c’era una torta crescente da distribuirsi. Anzi, la torta si riduce: per stare solo al caso della Fiat di Montezemolo e Marchionne, in tutti gli stabilimenti c’è la cassa integrazione, si chiude Termini Imerese e si prevede un altro taglio di 5.000 posti di lavoro sparsi in tutta Italia. L’Unicredit ha ridotto gli utili di due terzi, ma la cosa non ha influenzato negativamente i premi ai dirigenti; e lo stesso è successo a tutte le banche, che nel complesso hanno avuto un calo dei profitti del 41% e un aumento dei compensi ai dirigenti del 25% (il calcolo è su un articolo di Repubblica del 3 aprile).

Parlare dei compensi di pochi, a fronte del dramma di molti, può apparire populista, o in ogni caso poco utile. Non è che tagliando i compensi a Marchionne si salverebbero gli operai siciliani senza lavoro, o che svuotando un po’ le tasche personali dei banchieri si riaprirebbero i cordoni del credito per i piccoli imprenditori che hanno bisogno di prestiti: questo si potrebbe rispondere, e spesso si sente rispondere, alle manifestazioni di indignazione contro tale stato di cose. Ma anche tale risposta è poco utile, e ha in sé lo stesso peccato che ha macchiato l’economia negli ultimi trenta anni: la totale perdita del senso della realtà, e dunque delle proporzioni. La sproporzione tra i compensi dei top manager – i Ceo, nel linguaggio universale della finanza, ossia Chief Executive Officer – e i redditi da lavoro è cresciuta dagli anni ‘80 a oggi, moltiplicandosi di anno in anno. La forbice è stata calcolata per gli Stati Uniti: nel 2007 gli amministratori delegati delle 365 maggiori aziende Usa sono stati pagati 500 volte di più del dipendente medio. Vale a dire: per guadagnare quello che il suo amministratore delegato guadagna in un anno, ciascun operaio dovrebbe lavorare per cinque secoli. Da noi, nella periferia dell’impero finanziario, la misura della sproporzione è stata forse più ridotta ma il fenomeno c’è stato lo stesso. Come le varie bolle speculative della finanza, l’inflazione dei compensi (in tutte le forme, fisse e variabili) si è autoalimentata: essendo i manager quelli che decidono dei loro stessi emolumenti, non è difficile capire il perché. Ed essendo il loro un gruppo ristretto e altamente competitivo, non è difficile capire come gli azionisti di così generose imprese venivano convinti della necessità di gonfiare la bolla dei compensi dei loro Ceo: sennò i più bravi vanno altrove, il mercato è aperto, siamo in un mondo libero e l’economia funziona così, no?

Per come si sono messe le cose negli ultimi tempi, bisogna avere il coraggio di rispondere: no. Le cose così non funzionano. E non solo perché, facendo due conti, si dimostra che non c’è rapporto tra rendimenti, risultati e compensi. Anche se Marchionne non stesse chiudendo fabbriche, anche se si considerasse la sua scelta di tagliare posti di lavoro come l’unica e più (economicamente) corretta cosa da fare, anche se lui (insieme ai Profumo, ai Puri Negri, etc) effettivamente fosse “il più bravo”, da tenersi a qualsiasi prezzo, altri imperativi consiglierebbero di cambiare registro. Un imperativo morale, innanzitutto. Come si mettono sotto osservazione gli stipendi della “casta” dei politici, è giusto tenere sotto controllo anche quest’altra casta, nelle cui mani è il futuro di lavoratori e famiglie. E anche di altre imprese: quelle piccole, quelle dell’indotto che non hanno più commesse e quelle che non hanno più credito, che non sono “troppo grandi per fallire” e infatti falliscono, chiudono, smantellano: con esiti drammatici, come testimonia l’ondata di suicidi di piccoli imprenditori che ha colpito soprattutto il Nord-Est. La distanza tra questa realtà e i 14mila, o anche 7mila, euro al giorno dei capitani d’azienda e di banca è impressionante; ma ancora più impressionante è che a tale “casta” non si sia neanche affacciata l’idea di tagliarsi i compensi, almeno per un po’, per dare un segnale di sensibilità sociale e umana. Parole vuote? Forse, ma sull’esigenza di riportare l’etica nell’economia adesso concordano in molti, e un manifesto che pone questa urgenza è stato firmato da centinaia di economisti italiani: lo ha lanciato l’associazione intitolata alla memoria dell’economista Paolo Sylos Labini, ed è consultabile sul sito http://www.syloslabini.info/online/.

Ma c’è di più. L’aumento delle diseguaglianze, visibilissimo se si guarda alla fascia più alta delle remunerazioni, è evidente anche se si guarda alle medie dei grandi numeri della distribuzione del reddito. Il fenomeno era precedente all’esplosione della crisi, avendo caratterizzato tutta l’ultima fase di crescita economica: “Growing unequal”,”Crescendo nella diseguaglianza”, è il titolo di un recente rapporto dell’Ocse dedicato al fenomeno, particolarmente evidente nel capitalismo anglosassone (Usa e Gran Bretagna) e da noi. In Italia, l’indice che misura la diseguaglianza della distribuzione del reddito e della ricchezza è costantemente cresciuto, dal ‘98 a oggi. Solo che oggi si scopre che tutto ciò non è solo profondamente ingiusto, non nega alla radice “solo” i princìpi sui quali si è retto il nostro modello sociale, scritti anche in alcune Costituzioni europee – tra cui la nostra. E’ anche profondamente e radicalmente inefficiente. Cioè, crea degli sconquassi economici. Dopo i primi tempi, le prime spiegazioni tecniche basate su termini spesso astrusi ai più, e sull’esistenza di diavolerie finanziarie poco conosciute anche da quelli che spesso ne sono stati vittime, adesso si è fatta strada nel pensiero economico una spiegazione strutturale della crisi, che vede nell’aumento delle diseguaglianze e nei bisogni della fascia più povera della popolazione una delle cause scatenanti del disastro in cui siamo immersi. Non si tratta solo di denunciare quel che è successo: l’aumento del reddito e della ricchezza dei più abbienti, la riduzione del potere d’acquisto dei più poveri, e la riduzione della loro protezione sociale dovuta al taglio dei bilanci pubblici. Il fatto è che tale situazione ha innescato la crisi del debito negli Stati Uniti: le famiglie impoverite si sono indebitate, il che ha tenuto nascosta per un po’ la gravità della loro situazione, prima che arrivassero all’insolvenza e allo scoppio della crisi del debito.

Da noi, la povertà è stata tenuta “sotto il tappeto” non dai debiti ma da altri meccanismi (lavoretti diffusi poco pagati welfare fai-da-te, economia sommersa), ma l’economia nel suo complesso si è retta su basi altrettanto fragili. Adesso la crisi presenta il conto, ed è un conto salato: lo si vede dalla crescita del debito pubblico in tutti i paesi, dovuta al fatto che da un lato si produce di meno e dall’altro è aumentata la spesa, perché sono aumentati gli aiuti pubblici all’economia. Ma a chi sono andati questi aiuti? In parte – ma solo in parte – a quella fascia di lavoratori che per fortuna ancora godono di istituti di protezione sociale costruiti nel passato, come la cassa integrazione, che però sono del tutto sconosciuti per un’altra fascia di lavoratori, atipici, precari, indipendenti. E in misura maggiore, nel complesso dei paesi occidentali, allo stesso mondo finanziario le cui disfunzioni erano all’origine della crisi: banche, assicurazioni, istituzioni finanziarie “troppo grandi per fallire”. Per pagare questi aiuti, gli Stati si finanziano emettendo nuovi titoli del debito: praticamente, trasformando il debito privato in debito pubblico, a carico di tutti noi. Ecco perché il discorso sugli stipendi d’oro non è solo “etico” né è marginale rispetto ai grandi fatti dell’economia. Il fatto che i manager abbiano ripreso ad auto-premiarsi come prima è la logica conseguenza del fatto che l’intero sistema non ha avvertito la necessità di cambiare l’andazzo che ci ha portati al disastro: anzi, il sistema si è stretto attorno alla finanza malata, con fare protettivo ma non chiedendo in cambio niente, né – per ora – imponendo radicali riforme dei codici di condotta.

Una rottura di continuità sarebbe invece un altro tipo di politica verso la finanza, e una complessiva politica economica finalizzata alla riduzione delle diseguaglianze. Una politica di contrasto alla crisi che partisse da una forte iniezione di denaro pubblico a favore dei più poveri avrebbe un doppio effetto positivo: cominciare a ristabilire le proporzioni, e far aumentare la domanda aggregata, ossia quel che le famiglie possono spendere. La qual cosa andrebbe a beneficio delle imprese, che magari potrebbero riprendere a progettare il futuro, e chissà anche assumere. Naturalmente la ricetta non è così semplice: bisogna porsi il problema di cosa finanziare, di come indirizzare consumi e investimenti verso una crescita sostenibile, di come reperire le risorse necessarie a tale scopo. Ma la direzione di marcia è chiara: prevede un’inversione a U rispetto a quello che si è fatto nel passato recente, il riconoscimento che si è sbagliato e dunque si devono fare le cose in modo diverso, l’ascolto di coloro che hanno più bisogno e non di quelli che finora le hanno sbagliate tutte e non hanno (personalmente) bisogno di niente. In qualche modo, pur tentennando ancora rispetto alla politica da usare verso i grandi di Wall Street, Obama ha imboccato questa direzione con la riforma sanitaria: che, partendo dal problema più urgente e più scandaloso aperto nella società americana, opera una redistribuzione di risorse verso chi ha redditi più bassi, o nessun reddito. Ma è solo un primo, sebbene importante, passo. Mentre il contesto generale, a quasi due anni dall’esplosione della grande crisi, è lo stesso esemplificato dalla graduatoria dei nostri manager citata all’inizio: business as usual, gli affari devono andare avanti. Anche se, continuando così, non si va da nessuna parte.

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.