Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia «NON LO FO PER PIACERE A DIO», ALL’INFERNO CHI NON FA FIGLI

«NON LO FO PER PIACERE A DIO», ALL’INFERNO CHI NON FA FIGLI

di Alessandro Capriccioli
da L’Unità, 7 luglio 2010

Francesco Bruno, noto criminologo della televisione, sugli omosessuali: “Nella omosessualità siamo davanti a casi lontani dalla normalità, in quanto da sempre la pratica sessuale è volta alla procreazione della specie e siccome due gay o lesbiche non possono procreare, ecco che siamo nell’anormale, ovvero nel patologico. E’ una condizione patologica nel senso che differisce dalla normalità o dalla fisiologia della sessualità e tutto ciò che va contro natura è patologico”.

Non si tratta, ne converrete, di un’affermazione nuova: però, visto che il fronte integralista la utilizza spesso e volentieri come se fosse un’evidenza decisiva, colgo l’occasione per svolgere un paio di considerazioni.

La normalità della sessualità, dicono i nostri amici crociati, implica necessariamente la riproduzione della specie: il che equivale a dire che si deve considerare anormale, e quindi patologico, ogni rapporto sessuale che non abbia come fine –sia pure potenziale- la riproduzione.

Visto che si tratta di uno spunto interessante, vale la pena di esplorarlo in tutta la sua estensione: perché l’omosessualità non è il solo caso -e neppure il più frequente, per dirla tutta- in cui i rapporti sessuali siano svincolati da una possibilità di fecondazione.

Secondo i dati ISTAT, nel 2001 in Italia vivevano circa 7 milioni di donne con età compresa tra 50 e 70 anni: siccome è noto che la menopausa -cioè l’età dopo la quale la donne cessa di essere fertile- sopraggiunge in media dopo i 50 anni, e supponendo prudenzialmente –anche se si tratta di una mia illazione che andrebbe verificata- che dopo i 70 anni l’attività sessuale cessi del tutto, dovremmo concludere che 7 milioni di donne –e contestualmente, sesso di gruppo a parte, altrettanti uomini- debbano considerarsi “anormali”, e quindi “patologici”, nel caso in cui decidano di fare sesso tra loro; anche nel caso in cui, badate bene, siano regolarmente sposati in chiesa.

Il motivo? Semplice: tutti quei rapporti sono obiettivamente e sicuramente infecondi, esattamente come quelli che intercorrono tra gli omosessuali; e non si capisce per quale motivo il criterio proposto dai nostri amici fondamentalisti debba valere a corrente alternata.

Ma c’è di più: se tanto mi dà tanto, anche i rapporti sessuali tra coloro che hanno problemi di sterilità (250.000 coppie, pari a mezzo milione di individui) dovrebbero essere considerati una “patologia”, perché non finalizzati –evidentemente- ad alcuna possibilità procreativa.

E non è finita: vogliamo parlare del sesso praticato tra un uomo e la moglie incinta? Anche quello, stante il fatto che la fecondazione è già avvenuta, non può logicamente produrre alcuna ulteriore procreazione: ne consegue quindi che chiunque vi si dedichi si rende responsabile di un comportamento “anormale”, e quindi “patologico”. Siccome in Italia nascono grosso modo 500mila bambini l’anno, ed evidentemente nel corso dell’anno medesimo vi sono altrettante donne incinte, questa ulteriore “anomalia” incrementa il numero dei possibili “malati” di un altro milioncino.

Fanno in tutto 15 milioni e mezzo di individui: se li sommiamo al numero degli omosessuali, che qualcuno stima in circa 5 milioni, otteniamo un esercito sconfinato di esseri umani “anormali” e “patologici” pari a oltre 20 (dicasi venti) milioni di persone.

Ci sarà posto, all’inferno, per tutta questa gente?

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