Home Politica e Società L’omelia di Tettamanzi per l’Assunta: «Prevalgono gli interessi individuali»

L’omelia di Tettamanzi per l’Assunta: «Prevalgono gli interessi individuali»

da: www.corriere.it, 15 agosto 2010

L’arcivescono di Milano parla di «gruppi dove il bene dei singoli non è perseguito in relazione al bene comune»«non è questa la logica che anima le associazioni malavitose della nostra città?» Ecco il testo completo dell’omelia pronunciata in Duomo dal cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, per la festa dell’Assunzione.

La grande Festa dell’Assunta, carissimi, è per tutti noi un invito forte a guardare in alto, a guardare in cielo, là dove sta la vergine Maria nella gioia più piena e nella gloria più splendida. Uno sguardo di contemplazione ammirata e di affetto devoto e filiale.

Il messaggio della Parola di Dio

È la parola stessa di Dio che abbiamo ascoltato a trasportarci in alto, a puntare i nostri occhi oltre la scena di questo mondo.

1. Così inizia il brano dell’Apocalisse di san Giovanni: “Si aprì il santuario di Dio nei cieli e apparve l’arca dell’alleanza” (Apocalisse 11, 19). Ed ecco “un segno grandioso” apparire “nel cielo”: una donna tutta luce e splendore. Ma ecco – ancora nel cielo – apparire un altro segno: “un enorme drago rosso”, la cui coda “trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra”. E’ il segno delle tenebre e del male, il segno della morte. Si profila così uno scontro terribile: il drago è lì a minacciare la donna che stava per partorire, perché vuole “divorare il bambino appena nato”. Ma ecco che il figlio viene subito “rapito verso Dio e verso il suo trono” e la donna “fugge nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio”. E’ la vittoria: della luce sulle tenebre, della vita sulla morte, del bene sul male. E lassù, in alto, in cielo “una gran voce” a proclamare: “Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo”(v. 10).

2. Di questa potenza del “Cristo di Dio” ci parla la seconda lettura, per bocca dell’apostolo Paolo (1 Corinzi 15, 20-26). Riascoltiamo la sua voce, che annuncia: “Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti” (v.20). Ma non solo lui è il risorto, continua Paolo con gioia inattesa e straripante: tutti noi siamo chiamati a condividerne la vittoria e la gloria. Scrive infatti: “Poiché a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo” (v.21-22).
C’è però una condizione per condividere il destino di Cristo risorto: essere “di Cristo”, appartenere a lui nella fede e nella carità. E noi sappiamo che nessuna creatura appartiene a Cristo così profondamente come Maria, la vergine madre, la piena di grazia, l’immacolata, l’assunta nella gloria di Dio non solo nell’anima ma anche nel corpo.
Così, solo con uno sguardo in alto, con gli occhi della fede rivolti al cielo, ci è dato di immergerci in una bellezza spirituale che non ha quaggiù l’eguale: ci è dato di contemplare la vittoria di Cristo risorto e di quanti sono con lui, a cominciare – in modo sinora unico – con Maria assunta con la realtà umana del suo corpo verginale e materno.

3. E ancora in alto, al cielo, al cuore onnipotente e amoroso di Dio si rivolge Maria, di cui il vangelo d’oggi ci ricorda la visita alla parente Elisabetta (Luca 1,39-56). Quello di Maria è uno sguardo orante, tutto intessuto di gioia, di gratitudine, di riconoscimento della grandezza di Dio, d’una grandezza che gli fa volgere gli occhi misericordiosi alla piccolezza della vergine madre.
È il cantico così bello e profondo del Magnificat. Riascoltiamone l’inizio, facendo il più possibile nostri i sentimenti della Madonna: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva… Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome…” (vv. 46-49).
Sentiamola così, carissimi, la festa dell’Assunta: come la solennità mariana che in una maniera più intensa ci spinge a guardare in alto, a levare il nostro sguardo al cielo.

L’io è fatto per l’incontro e la relazione

Guardare in alto! È possibile, è bello, è doveroso. Ma è necessario il coraggio, tanto coraggio!
Sì, perché il rischio che tutti corriamo è di guardare in basso, solo in basso, imprigionati e rovinati come siamo dal nostro “io”: un “io” spesso pesantemente segnato dall’individualismo e dall’egoismo, un “io” che ripiegandosi su se stesso tende ad assolutizzarsi, a configurarsi come un “idolo” da adorare e per il quale si è disposti a sacrificare tutto.

Ma un “io” così inquina il rapporto essenziale che ciascuno di noi ha con gli altri: siamo fatti per l’incontro e la relazione. Quando però sull’incontro e sulla relazione prevale l’affermazione del proprio “io”, la sensibilità verso l’altro diviene indifferenza, l’impegno verso l’altro non è più percepito e vissuto come responsabilità, il dono di sé all’altro qualcosa di non dovuto.

Così la relazione corre il rischio di svilirsi e degradarsi ad atteggiamento fortemente elettivo – possibile solo con poche persone selezionate, magari perché portatrici di qualche utilità per il singolo -, oppure a dedizione temporanea, vissuta quando serve, non come scelta stabile ma solo quando ve ne è qualche necessità. Questo soggettivismo li riscontriamo nella società, ma non di rado – come virus che mina la sua esistenza – anche nella famiglia.

I limiti di un “io” così, ripiegato su se stesso, non è difficile riscontrarli anche là dove ci si esprime come un “noi”. In realtà, anche nelle stesse occasioni nelle quali si vivono modi di essere e di agire associati non necessariamente si è di fronte a relazioni veramente aperte all’altro.

Quante famiglie vivono isolate tra le proprie mura, nei propri progetti, perseguendo i propri interessi, sfuggendo alla relazione con i vicini di casa, con il quartiere, con le realtà associative del territorio, con la comunità cristiana, con chi domanda aiuto e sostegno o con le altre famiglie assetate di relazioni vere e significative.

Lo stesso purtroppo capita in alcuni gruppi, dove l’interesse che è al centro dell’associarsi è “privato”, esclusivamente corporativo, per tutelare interessi particolari e parziali, dove il bene dei singoli non è perseguito in relazione al bene comune dell’intera società, ma ricercato contrapponendosi ad altri, non di rado a scapito e a danno del bene altrui. Tanti sono gli esempi possibili, ricorro solo alla manifestazione estrema e attuale: non è questa la logica che anima le associazioni malavitose che operano nella nostra Città e nel suo hinterland?

E questo atteggiamento è altrettanto grave e dagli effetti altrettanto dannosi quando è realizzato da coloro dai quali invece ci si attenderebbe un contributo decisivo alla costruzione del bene comune: penso ad alcuni modi di vivere il “noi” tipico dell’esperienza dell’associarsi per fare politica, sindacato, impresa economica, servizio pubblico o – addirittura – ad alcuni modi di vivere l’esperienza ecclesiale…

In apparenza si dichiara – come dovrebbe essere per natura e statuto – di essere a servizio degli altri, in realtà si considerano “gli altri” funzionali ai propri interessi, per sfamare il bisogno di potere, notorietà, ricchezza. Così, senza l’apporto di queste istituzioni al bene di tutti, la Città e il Paese non sono più guidati e sostenuti in un percorso ragionato e lungimirante di crescita complessivo, attento ai bisogni di tutti. Gli interessi dei singoli e dei singoli gruppi prevalgono violentemente, ferendo e disgregando le città, limitando la sua progettualità, esponendo ad ancora maggiori povertà e debolezza chi povero e debole lo è già.

Ad immagine di Dio, il dono sincero di sé

L’uomo non può vivere senza l’incontro e la relazione. Dalle profonde radici del suo stesso essere è chiamato ad aprirsi agli altri sino a donare se stesso altri. Ce l’ha ricordato con parole stupende il Concilio Vaticano II: “l’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa, non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé” (Gaudium et spes, 24).

L’icona evangelica di Maria che visita Elisabetta è per noi esemplare. La madre di Gesù – già in gravidanza – non antepone il suo stato e le sue fatiche al desiderio di essere presso la cugina, ancor più prossima di lei al parto. Il guadagno di questa visita non sta solo nell’aiuto materiale e nel rispetto delle buone maniere imposte dal clan famigliare.

L’apertura generosa – pagata con la fatica del viaggio e i tre mesi di lontananza dalla propria famiglia – le permette di comprendere in profondità la propria identità, di intendere quanto le sta capitando, di leggere il senso e il fine addirittura della storia del suo popolo. Questo è il senso del Magnificat che ella proclama.
L’apertura all’altro aiuta a capire in verità chi sono io e il senso ultimo di quello che sto vivendo, orientando correttamente il mio agire e le mie relazioni, permettendo di interpretare autenticamente il “noi” in cui siamo inseriti.

È una grazia e un conforto per noi poter vedere che l’esempio di Maria è ancora oggi testimoniato da molte persone, in ragione della propria fede. Penso ai preti generosi e fedeli che donano totalmente se stessi agli altri sull’esempio di Gesù. Penso ai religiosi e alle religiose che per carisma servono incessantemente il prossimo; penso ai tanti volontari – spesso giovani – che impegnano le vacanze per i terremotati in Abruzzo o gli anziani soli di Milano.

Uno stile – quello di Maria – condiviso anche da coloro che agiscono così in nome di una sana e appassionata appartenenza alla Città: chi vive la politica come dedizione gratuita e senza tornaconti personali, chi si impegna nelle realtà produttive ed economiche per promuovere lo sviluppo, chi lavora nella scuola per servire il futuro dei giovani… Penso in particolare alla dedizione silenziosa, generosa, per il bene di tutti, anche a prezzo della vita, delle Forze dell’Ordine. Se le nostre città – nonostante l’egoismo di non pochi – sono ancora luoghi vivibili è grazie a persone così!

È stata un grazia per Elisabetta incontrare Maria, è una grazia per noi incontrare persone che ci aprono con generosità il ricco scrigno del proprio “io”. L’ascolto della Parola di Dio, la pratica dei Sacramenti, la preghiera personale e comunitaria sono l’antidoto a quel virus che imprigiona l’io in se stesso e il miglior corroborante per sostenere l’impegno del dono di sè agli altri.

Dimenticare la relazione con Dio, recidere il rapporto fondante e basilare di ciascuno di noi con Dio, l’Altro per antonomasia, significa abbandonare la sorgente e la forza dell’altruismo – dell’autentica relazionalità – proprio della persona. L’eclissi religiosa diventa eclissi sociale. Ricostruire allora il rapporto con Dio è la strada maestra da seguire per ricostruire il legame autentico con gli altri. È questa l’anima di cui ha bisogno il tessuto sociale d’oggi.

Ecco perché abbiamo bisogno di guardare in alto! Guardare in alto, a Dio, è tutt’altro che un’evasione da noi stessi e una fuga dalla nostra storia. Al contrario è il modo più vero per poterla vedere – questa nostra storia, presso di noi e gli altri, in un orizzonte vasto come il mondo –, vederla nella sua verità e per poterla assumere – cioè strutturare in modo veramente e pienamente umano – con tutto il peso della nostra responsabilità.

Paradossalmente, solo lo sguardo in alto rende possibile lo sguardo verso gli altri e verso il basso, verso la terra e i suoi problemi. L’esempio ci viene ancora da Maria, dal suo Magnificat: i suoi occhi e il suo cuore si aprono sulla storia del popolo eletto (di tutti i popoli del mondo, dell’umanità intera), e la vedono nello splendore della verità e della giustizia di Dio: una storia intessuta di bene e di male, di grazia e di miseria morale, di generosità e di egoismi: una storia di cui primo e ultimo “protagonista” è Dio e il suo amore giusto e misericordioso.

Sia dato anche a noi di vedere che Dio “ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili”, che il Signore “ha ricolmato di beni gli affamati e ha rimandato a mani vuote i ricchi”. Soprattutto sia dato di vedere e di sperimentare “di generazione in generazione la sua misericordia”.

+ Dionigi card. Tettamanzi, Arcivescovo di Milano

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