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Democrazia. La rivolta d’orgoglio dei popoli arabi

Mostafa El Ayoubi
www.confronti.net

La caduta di Ben Ali in Tunisia e di Mubarak in Egitto potrebbe provocare un effetto domino sugli altri regimi dittatoriali arabi: Libia, Yemen, Bahrein… Quali saranno le conseguenze di questi eventi sulle relazioni con Israele e sul futuro dei palestinesi? E come reagiranno gli Usa e gli altri governi occidentali?

Le due rivoluzioni popolari che in meno di un mese hanno spazzato via due dittatori, prima in Tunisia e poi in Egitto, costituiscono una svolta storica nella vita politica e sociale non solo in queste due nazioni ma in tutto il mondo arabo e aprono un capitolo nuovo nelle relazioni tra il Nord e il Sud del mondo, di cui fa parte la maggior parte dei paesi arabi. Ma in quale direzione? Non è facile in questa fase fare previsioni, ma tante domande sì.

Porteranno le due rivoluzioni ad una democratizzazione reale della Tunisia e dell’Egitto, oppure «morto un dittatore se ne fa un altro?» È sufficiente far cadere un dittatore per instaurare la giustizia sociale e la libertà di coscienza in questi paesi? I tunisini e gli egiziani sono sufficientemente coscienti che la democrazia è un processo lungo e difficile che richiede a tutti i cittadini dei sacrifici ed un costante impegno civile in prima persona? La caduta di Ben Ali e di Mubarak avrà un effetto domino sugli altri regimi dittatoriali arabi? Quali saranno le conseguenze di questi eventi sulle relazioni con Israele e sul futuro dei palestinesi? E gli Usa e i governi occidentali accetteranno di buon grado la transizione verso la democrazia in questi paesi oppure prevarrà la logica dei propri interessi nella regione rispetto al diritto di questi popoli di essere governati secondo gli stessi principi vigenti nel Nord del mondo?

Delineare degli scenari su quello che succederà realmente nel prossimo futuro è praticamente impossibile, vista e considerata la complessità geopolitica che caratterizza la regione e le tante incognite e i tanti attori protagonisti chiamati in gioco.

La Tunisia e la fuga del primo dittatore

La rivolta dei tunisini che ha costretto Ben Ali alla fuga dal paese il 14 gennaio scorso è stata una sorpresa per tutti. Nessuno si aspettava che un dittatore al potere da 23 anni avrebbe mollato facilmente la presa, visto l’apparato poliziesco repressivo di cui si era dotato per consolidare il suo potere, reprimere il popolo e rubare le sue ricchezze. E soprattutto nessuno pensava che il popolo tunisino sarebbe sceso in piazza con coraggio e determinazione per chiedere pacificamente la caduta del regime. Pur sapendo che prima o poi nei paesi arabi qualcosa sarebbe successo, gli esperti non consideravano la Tunisia tra i primi paesi dove sarebbe scoppiata la rivolta. Questa valutazione deriva dalla convinzione che il principale fattore scatenante di una rivoluzione sia l’estrema povertà.

La Tunisia ha un’economia che si basa sostanzialmente sul turismo e l’agricoltura e non dispone di risorse energetiche come altri paesi arabi. Ciononostante, la popolazione tunisina è una delle più urbanizzate e scolarizzate del Nord Africa e del Medio Oriente. Il numero dei tunisini che vivono sotto la soglia della povertà (meno di un dollaro al giorno) è inferiore rispetto a quello dei paesi confinanti: il 7,6% rispetto al 22,7% in Algeria, secondo il rapporto «The Future of the Global Muslim Population». Inoltre tra i tunisini è diffusa una discreta tradizione di militanza politica e civile. Basti ricordare che la Tunisia fu il primo paese arabo a dotarsi di un’organizzazione sindacale, già durante l’era del presidente Habib Burghiba che aveva avviato le riforme e gettato le basi per la secolarizzazione e la modernizzazione del paese.

Quindi non è stata la variabile «povertà», o per lo meno non da sola, a scatenare la rivolta. Sono stati soprattutto lo sdegno e la rabbia di una popolazione giovane con tanti diplomati e laureati che hanno subìto l’umiliazione a far traboccare il vaso e a far gridare alla gente: «Basta con l’oppressione del popolo da parte di un regime mafioso e corrotto che considera i cittadini come animali da cortile!».

Dopo tre settimane di protesta ininterrotta i tunisini sono riusciti a mandar via Ben Ali. Ma il regime da lui costruito è in parte rimasto in piedi. Gli amici del dittatore sono ancora lì al potere. «Il paese ha bisogno anche di loro per fare le riforme e stabilire la democrazia», dicono coloro che sostengono che la rivoluzione porterebbe al caos se venisse smantellato tutto l’apparato del regime. Tuttavia è singolare pensare che uomini di un regime totalitario deposto possano partecipare alla democratizzazione del paese. Oggi molti tunisini in effetti sono preoccupati per il fatto che la loro rivoluzione possa essere svuotata di contenuto e che venga messa in piedi una nuova dittatura, perciò continuano a scendere in piazza e a chiedere le dimissioni dell’attuale primo ministro Ghannouchi.

La rivoluzione tunisina non è stata di certo un’operazione indolore: come era prevedibile, ha generato effetti collaterali. Il vuoto istituzionale e la paralisi dell’apparato dello Stato, che si sono verificati dopo la fuga del capofila del regime, hanno causato forme di anarchia da parte di individui e di gruppi sociali (limitati) che hanno approfittato della situazione per compiere atti illeciti: appropriazione indebita di proprietà privata, costruzioni abusive sorte dall’oggi al domani, contrabbando e traffico di clandestini, come si è verificato con lo sbarco in Italia all’inizio di febbraio di centinaia di migranti tunisini. Si tratta tuttavia di sparuti elementi parassitari – che hanno vissuto all’ombra di un regime approfittando della sua «cultura» incivile e mafiosa per sopravvivere – le cui azioni illegali non possono indurci a pensare che la rivoluzione ha portato solo al caos e quindi oscurare la grande impresa di un popolo onesto e coraggioso entrato nel guinness dei primati: il primo nel mondo arabo a cacciare via il tiranno che lo opprimeva.

La caduta del «moderato» Mubarak

Molti esperti internazionali scommettevano invece sull’Egitto come primo paese arabo candidato ad una insurrezione popolare contro un regime totalitario guidato da 30 anni da Mubarak. La loro previsione era sorretta da analisi oggettive sulla drammatica situazione economica, sociale e politica, nella quale il rais e il suo apparato ha fatto precipitare il Paese. Oltre 16 milioni di egiziani (su 80 milioni di abitanti) vivono con meno di un dollaro al giorno, 24 milioni circa sono analfabeti, più del 55% della popolazione vive nelle zone rurali e il tasso di natalità è di 3 figli per donna. Una popolazione povera in un Paese ricco di materie prime e di risorse naturali derubate da un dittatore e dalla sua cricca. Si stima che la ricchezza accumulata da Mubarak in questi 30 anni di potere assoluto si aggiri intorno ai 70 miliardi di dollari, più di quella dichiarata dall’imprenditore informatico Bill Gates.

Questo quadro di povertà, ingiustizia, malaffare e corruzione lasciava supporre che prima o poi sarebbe scoppiata una rivolta «del pane», come era già successo nel 1977. Tuttavia nemmeno in Egitto il fattore della fame ha spinto da solo i cittadini a ribellarsi, ma è stata prima di tutto la sete di libertà e di giustizia di cui sono stati privati gli egiziani da diversi decenni. E i protagonisti dell’«intifada» sono stati i giovani, che hanno avuto il coraggio di sfidare il regime. Un coraggio la cui fonte di ispirazione è stata senza dubbio la rivoluzione tunisina. E in 18 giorni di resistenza pacifica – o quasi, visto che i manifestanti avevano dato fuoco alla sede del Partito nazionale democratico, simbolo del regime – questi giovani, insieme a gran parte della società civile, sono riusciti a cacciare via Mubarak.

Le rivolte d’orgoglio e i media

Ciò che accomuna le due rivoluzioni, tunisina e egiziana, è il ruolo determinante dei giovani che attraverso i social network (Facebook, Twitter ecc) sono riusciti ad organizzarsi mettendosi in rete, bypassando il rigido controllo sull’informazione e le restrizioni in materia di libertà d’espressione imposte alla popolazione da entrambi i regimi. Internet è stato un mezzo importante nella mobilitazione, nell’organizzazione e quindi nella riuscita delle due rivolte. Ma ancora più determinanti sono state le tv satellitari in lingua araba come Al Jazeera, Al Arabia, Al Alam ecc.

Contrariamente a quanto facevano le tv del regime, che cercavano di nascondere la polvere sotto il tappeto, questi canali via satellite sono riusciti – nonostante i tentativi di censura e di intimidazione – a trasmettere in tempo reale quello che succedeva sul campo dando voce ai giovani, agli oppositori a quei regimi e agli esuli e migranti che vivono all’estero. Ciò ha dato forza e coraggio alla popolazione e ha convinto anche i più scettici e meno coraggiosi a scendere in piazza: nelle ore precedenti la caduta di Mubarak, per le strade di diverse città c’erano tra gli 8 e i 10 milioni di manifestanti, tra cui anche anziani e bambini, a gridare lo slogan diventato ormai famoso in tutto il mondo arabo: «Il popolo vuole la caduta del regime».

La posizione dei media occidentali nei confronti delle due rivolte – soprattutto quella egiziana – oscillava tra prudenza, scetticismo o addirittura netta opposizione. All’indomani della rivolta al Cairo, il noto giornalista Bernardo Valli, in un editoriale su Repubblica (26 gennaio 2011) aveva definito i manifestanti un branco di «skinheads e barbuti», i primi più «vicini ai vecchi contestatori occidentali», i secondi «legati ai movimenti fondamentalisti islamici». L’atteggiamento dei più importanti mezzi di informazione in Europa riflette in gran parte la posizione ambigua dei governi occidentali – Stati Uniti compresi – che da un lato raccomandavano (timidamente) ai regimi il rispetto dei diritti dei manifestanti, ma dall’altro lato si mobilitavano per trovare vie d’uscita che garantissero la continuità della loro influenza politica e militare e i loro interessi economici nella regione, soprattutto in Egitto.

Questo paese è in effetti un punto strategico per il controllo del Medio Oriente e di tutto il mondo arabo. L’instaurazione di un altro regime – soprattutto se è democratico – preoccupa molto la Casa Bianca e i suoi alleati, perché potrebbe rimettere in discussione un equilibrio geopolitico ed economico stabilito a scapito degli egiziani e di altri popoli arabi. Mubarak era l’alleato fedele e strategico del Governo americano, abituato da decenni a sostituirsi ai popoli per «eleggere» questo o quell’altro presidente attraverso colpi di Stato o rivoluzioni colorate (come quelle avvenute in Serbia, Georgia, Ucraina, ecc).

A chi giova la democrazia?

Nel caso dell’Egitto, ciò che preoccupa l’Occidente non è se la rivoluzione che ha spazzato via Mubarak darà seguito a riforme capaci di instaurare la democrazia in questo paese, ma piuttosto le conseguenze di una eventuale sua democratizzazione. Tale processo non gioverà a Washington, ma soprattutto al governo israeliano. Quest’ultimo in effetti ha finora contato sul sostegno dell’amico Mubarak per mantenere la questione israelo-palestinese nel suo status quo. Pare che l’establishment israeliano avesse indicato – prima ancora che scoppiasse la rivolta al Cairo – Omar Souleyman, uomo forte del regime, come gradito successore di Mubarak, il cui quinto mandato scadeva a settembre di quest’anno. E il caso ha voluto – si fa per dire – che proprio durante la rivolta, Souleyman venisse nominato dal rais come vicepresidente della Repubblica, posto che era rimasto vacante per ben 30 anni. Secondo molti osservatori, questa improvvisa decisione è stata in effetti imposta dalla Casa Bianca nella speranza di calmare le anime dei rivoltosi. Ma non ha funzionato.

Con tutti i suoi limiti, Israele, al suo interno e rispetto ai paesi confinanti, può essere definito un paese democratico perchè i suoi rappresentanti istituzionali sono liberamente eletti dal popolo: Netanyahu e Lieberman, che ci piaccia o no, sono arrivati al potere attraverso elezioni libere e trasparenti. Ma rispetto all’esterno, Israele non può continuare a basare la sua stabilità, la sua sicurezza e il suo welfare sul sostengo dei regimi totalitari antidemocratici che la circondano. Questa strategia politica è fragile e miope ed è destinata al fallimento. La sicurezza di Israele passa per quella di tutta la regione ed è possibile e garantita solo se il suo governo si impegna a sostegno della democratizzazione di tutti gli altri paesi vicini. Deve quindi dare l’esempio rispettando le risoluzioni dell’Onu relative al conflitto con i palestinesi. Ad oggi non sembra che ci siano segnali tangibili in questa direzione: il governo israeliano è allineato sulla posizione di Washington e delle cancellerie europee che non vedono di buon occhio quello che è avvenuto in Tunisia ed Egitto e paventano il rischio di un’ascesa degli islamisti al potere, come è successo con la rivoluzione iraniana del 1979 e l’instaurazione di un regime islamico/teocratico.

Lo spauracchio del pericolo islamista

Ma esiste davvero il rischio che fondamentalisti confischino il potere dopo la rivoluzione? La storia dell’Iran (persiano sciita) è completamente diversa da quella dell’Egitto (arabo sunnita). E nonostante l’influenza politica e sociale dei Fratelli musulmani è poco probabile che questo paese si trasformi in una repubblica islamica. «Questo rischio non esiste. Sono ben cosciente di questo dilemma occidentale. Esso agita gli occidentali al punto tale che alcuni di loro, intellettuali e uomini politici, sono pronti a sacrificare la democrazia in nome della loro paura della religione». Queste sono le parole del segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa, in un’intervista rilasciata al quotidiano francese Le Monde il 10 febbraio scorso.

In realtà il problema per le grandi potenze occidentali non è tanto l’affermarsi di uno Stato teocratico – con tutto ciò che consegue in termini di limitazione dei diritti individuali e collettivi e di libertà di coscienza e di espressione – quanto il rischio che esso non ubbidisca e si sottometta alle loro volontà. Se il regime degli ayatollah fosse stato accondiscendente nei confronti degli americani, Ali Khamenei, la guida suprema iraniana (e con lui anche Ahmadinejad), sarebbe stato trattato con gli stessi onori (e forse di più) riservati al re dell’Arabia Saudita. E come ben si sa l’Arabia Saudita, dove è in vigore la sharia, è esportatrice di una delle più virulenti forme di fondamentalismo islamico: il wahabismo salafista.

La verità è che l’affermazione della democrazia nei paesi del Sud del mondo non è «redditizia» per quelli ricchi del Nord. Per questi ultimi la giustizia, i diritti e la libertà degli altri passano sempre in secondo piano rispetto ai propri interessi. E la caduta dei due dittatori non significa affatto che l’obbiettivo posto dai protagonisti della rivoluzione, ovvero la democrazia, sarà raggiunto. Ne è la prova il fatto che a gestire la cosiddetta transizione verso la democrazia in Egitto siano le forze armate. Ma quando mai i militari nel Terzo Mondo sono stati assertori di libertà e diritti umani? È dal 1952 che l’esercito è al potere e Mubarak è stata una sua espressione. Ben Ali era un militare come lo sono anche il libico Gheddafi e il presidente yemenita Ali Saleh. Prima di loro lo erano anche l’iracheno Saddam Hussein e il siriano Hafez al Assad. A causa loro il mondo arabo vive oggi una profonda crisi economica, sociale e culturale.

È davvero plausibile l’idea che le forze armate possano guidare la transizione? La «mediazione» militare sembra rassicurare la Casa Bianca e i suoi alleati: così avranno il tempo di manovrare affinché il prossimo presidente venga «eletto» dal segretario di Stato americano e non liberamente dal popolo egiziano. Questa situazione preoccupa ovviamente gli egiziani che temono di vedere svanire un sogno che durante i 18 giorni (e notti) di resistenza in piazza Tahrir li proiettava verso un orizzonte di libertà e democrazia. Ora che l’attenzione mediatica sulla piazza è calata, la loro speranza resta legata a quello che potrà succedere in altri paesi arabi. La rabbia con la quale hanno cacciato via Mubarak sta contagiando i cittadini di altri paesi arabi.

Le manifestazioni si stanno propagando a macchia d’olio nello Yemen, nel Bahrein, in Arabia Saudita, in Algeria e in Marocco. Mentre andiamo in stampa ci giungono notizie di una forte repressione dei manifestanti con decine di morti a Bengasi, capitale culturale della Libia. I libici a loro volta stanno chiedendo con forza la caduta di Gheddafi, al potere da ben 42 anni, che dopo una parentesi di disobbedienza, che gli è costata una «scomunica» e qualche missile americano sganciato su casa sua, era tornato all’ovile. È diventato anche amico del nostro presidente del consiglio Silvio Berlusconi che, dopo aver definito Mubarak «un uomo saggio», ha dichiarato di recente, mentre scattava la repressione contro i manifestanti, che lui non intendeva disturbare Gheddafi.

Cosa faranno i governi occidentali e la Nato se dovessero crollare tutti questi regimi arabi? Accetteranno la sovranità e la volontà di questi popoli all’autodeterminazione o minacceranno di guerra tutte le nazioni del mondo arabo dopo averle inserite nella lista nera dei «fiancheggiatori del terrorismo islamico»?

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