Home Politica e Società Statale o privata. L’equivoco della scuola “libera”

Statale o privata. L’equivoco della scuola “libera”

Don Vittorio Mencucci *
Adista n. 27/2011

Per riconquistare la fiducia del Vaticano, messa in crisi dalle note vicende di degrado morale, Berlusconi, conoscendo la sensibilità delle gerarchie ecclesiastiche per l’argomento, ha pronunciato il suo elogio alla scuola privata. Si tratta solo di parole, ma sufficienti per riaccendere la vecchia polemica tra scuola di Stato e scuola privata.

La coerenza allo spirito democratico mi impone di rispettare chi, pensando diversamente da me, vuole organizzare o frequentare una scuola privata. La democrazia però non è uno spazio vuoto, dove ciascuno mette ciò che vuole, ma convivenza che esige dialogo e confronto, attraverso cui si opera la maturazione umana e civile degli individui, perciò proprio la coerenza allo spirito democratico mi impone la fatica di esporre i motivi contrari alla scuola privata.

Il primo motivo nasce dall’equivoco di questa tanto sbandierata insegna di libertà. I sostenitori della scuola privata rivendicano la libertà dei genitori di scegliere l’indirizzo educativo dei propri figli. La cosa ha una sua plausibilità fintanto che il bambino vive totalmente immerso nell’orizzonte familiare, di cui la scuola diventerebbe un prolungamento. Già qui non mancano difficoltà: oggi molte volte la famiglia non c’è, oppure ha un orizzonte così ristretto e persino deforme da danneggiare la crescita umana del bambino.

Ma quando il ragazzo entra nell’adolescenza l’orizzonte protettivo diventa soffocante, allora il problema della libertà si pone in maniera diversa. Di quale libertà si intende parlare? Quella dell’individuo, alunno o professore che esso sia, oppure quella dell’istituzione sul cui schema l’individuo deve plasmare la propria identità?

Prendiamo il caso concreto di un insegnante che matura nella propria coscienza una diversa visione dei valori della vita. Nella nostra società aperta e dinamica, questo non è un caso del tutto infrequente. Nella scuola di Stato l’insegnante può vivere il suo interiore itinerario con serenità, alla luce del sole, come arricchimento personale e nuovo contributo di stimoli per gli alunni.

In una scuola “libera” invece, se la nuova visione del mondo viene in contrasto con l’ideologia ufficiale, non potrà esprimere liberamente l’interiore travaglio, né intessere il dialogo culturale che stimola il cammino di maturazione.
L’istituzione, minacciata nell’ortodossia, prima o poi deve ricorrere ai meccanismi di autodifesa. Inevitabile quindi la condanna, che getta sul povero malcapitato l’onta del tradimento, per reprimerlo interiormente con il senso di colpa e isolarlo esteriormente per impedire il contagio.

A questo punto l’insegnante non può evitare il dilemma: o lasciare la scuola per evitare l’umiliazione dell’allontanamento, o venire a compromesso con la propria coscienza. Una analoga esperienza traumatica può essere vissuta dall’alunno. Se per evitare le tensioni, in cui viene coinvolta la stessa famiglia, si piega alla pigra indifferenza o al conformismo, non avrà più senso parlare di educazione e tanto meno di libertà.

Il secondo motivo smaschera l’equivoco dell’identità. Il concetto fondamentale di identità riguarda l’individuo nella sua irripetibile diversità da ogni altro. Quando si parla di identità di un gruppo il suo significato viene stravolto. Qui l’individuo deve perdere la propria identità irripetibile per uniformarsi all’identità collettiva.

L’identità del cristiano, del marxista, dell’islamico… è l’identità del soldatino che consiste proprio nel non avere identità, ma nel marciare all’unisono, al fischio del caporale, nell’oscurare il senso di responsabilità delle proprie azioni, tanto da poter uccidere senza sentirsi colpevole, anzi, sbandierando l’orgoglio dell’eroe. La coscienza moderna sorge proprio combattendo questo equivoco.

Un terzo motivo di opposizione: la scuola privata disgrega il ruolo etico dello Stato democratico. Contro la gestione feudale del potere l’epoca moderna vanta come conquista fondamentale l’affermazione dello Stato, ente giuridico al di sopra delle parti e tutore della libertà e dei diritti di tutti.

Mentre nella fase dell’assolutismo lo Stato ha una propria fede e l’impone ai sudditi (cuius regio, eius religio), nella fase democratica non fa propria nessuna fede, ma svolge il suo ruolo etico nella misura in cui sa essere il luogo del dialogo, ove le varie proposte di valori emergono dalla base dei cittadini e si confrontano nel rispetto dell’unica regola costituita dalla ragione. Il dialogo si rivela come la più autentica situazione che l’uomo può vivere, quando prende coscienza della propria finitezza e dell’infinito cammino verso la verità, rispetto alla quale non è mai nella situazione del possesso dogmatico.

La scuola pubblica non fa sua nessuna particolare visione del mondo, ma attraverso la storia civile, la storia delle letterature e soprattutto la storia del pensiero filosofico presenta un panorama abbastanza completo del travaglio secolare vissuto dall’uomo per comprendere se stesso, per dare un senso all’esistenza e per riorganizzare in maniera più giusta e razionale la convivenza civile. La visione storica del patrimonio culturale dell’umanità è l’unico fondamento per un progetto educativo coerente con la società democratica.

Il quarto motivo di opposizione riguarda la costruzione della convivenza pacifica in una società pluralistica. Le scuole private che nascono sulla base di una ideologia culturale o religiosa accentuano le diversità e le trasformano in appartenenza identitaria, un aureo recinto da cui si guarda tutto il resto con ostilità. Il già difficile equilibrio della società pluralistica scivolerebbe verso forme di razzismo e di violenza.

L’interminabile conflitto dell’Irlanda del nord dipende anche dal sistema delle scuole private in mano alle fazioni opposte, dove l’educazione viene piegata agli interessi di parte e alla opposizione ideologica, che inevitabilmente sfocia in quella armata. Se i giovani cattolici e protestanti vivessero assieme nella stessa aula per un decennio circa, imparerebbero a non demonizzare l’altro e a convivere pacificamente oltre le diversità religiose e sociali.

Con l’aumento della presenza degli islamici l’Italia potrebbe trovarsi di fronte a un analogo problema. Anche la Lega vuole le sue scuole con una connotazione culturale ed emotiva ostile alla coscienza di solidarietà nazionale. Anche se non nella forma armata, spesso traspare una venatura di violenza, camuffata e giustificata dal freddo calcolo economico.

Sostituite alla scuola pubblica altrettante scuole di parte e mancherà, tra tanti mugnai intenti a trarre l’acqua al proprio mulino, chi sia consapevole che gli alunni non sono l’acqua per far girare le ruote del proprio mulino, né il grano da schiacciare con la macina per farne della farina da impastare a piacimento.

Anche l’ethos nazionale si frantumerà in tanti egoismi, sempre pronti a combattersi per l’interesse di parte, a costo di danneggiare, e persino rendere impossibile, la vita collettiva.

* Parroco nella diocesi di Senigallia (AN), ha insegnato storia e filosofia nei licei statali

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