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New York, sì ai matrimoni gay. Una lezione anche per l’Italia

Maria Mantello
www.italialaica.it

Dopo Massachusetts, Connecticut, Iowa, New Hampshire, Vermont, e Distretto di Columbia, anche lo Stato di New York ha legalizzato i matrimoni gay: 33 voti a favore e 29 contrari. Questo il responso che il 25 luglio 2011 ha dato il Senato di Albany, capitale dello Stato di New York, ribaltando il No di due anni prima.

Andrew Cuomo, governatore dello Stato dal 1 gennaio 2011, lo aveva promesso. E per conquistare alla causa l’opinione pubblica ha puntato sul sentimento libertario dell’America progressista e tutrice dei diritti umani. L’America della Rivoluzione. L’America della Dichiarazione d’Indipendenza, che in quel famoso 4 luglio 1776, a Filadelfia, proclamava il diritto alla “ricerca della felicità”, e ne faceva il collante statuale dell’emancipazione di individui e popoli.

Sul filo rosso di quella Dichiarazione, che come un fiume carsico riemerge potente nella coscienza americana per affrontare e vincere le grandi battaglie contro discriminazioni e razzismo, New York ha legalizzato il Marriage Equality Act.

L’italo-americano Andrew Cuomo ha riannodato questo filo rosso nel solidarismo delle libertà. E lo ha fatto attraverso una campagna d’informazione che ha messo a nudo ipocrisie perbeniste omofobe, e connivenze della cattiva coscienza politica che le alimenta. Una campagna capillare che ha potuto contare sulle generosissime erogazioni di magnati della finanza repubblicana del calibro di Paul Singer (un figlio dichiaratamente omosessuale) e che ha creato grandi turbamenti tra i parlamentari repubblicani, spezzando atavici pregiudizi e legami clericali.

Come è accaduto al senatore cattolico Mark J. Grisanti della città di Buffalo (contea di Erie), che ha votato per i matrimoni gay e che ha così spiegato il suo cambiamento di giudizio: «Ho letto numerosi documenti e fatto studi indipendenti. La posta in gioco era alta e ho sentito tutto il peso di dover prendere davanti a tutti una decisione informata. Sono giunto così a ritenere che tutti i newyorchesi debbano avere gli stessi diritti. In qualità di avvocato ho analizzato la legislazione e ho concluso che non si possono prevedere deroghe determinate da veti di istituzioni religiose. Non posso negare a una persona, a un essere umano, a un contribuente, a un lavoratore, a nessuno della mia città e di tutto lo Stato di New York di avere gli stessi diritti che io ho con mia moglie».

Un cambiamento di rotta che è qualcosa di più di una giustificazione. È una presa di coscienza democratica, che viene prima del Partito e della Chiesa, e che ha il suono di un formidabile appello a riflettere sul concetto stesso di appartenenza nella cittadinanza democratica: intransigente su pariteticità e reciprocità di diritti e doveri. Perché sta qui la sostanza della pratica democratica. Il fulcro della democrazia americana, che non fa sconti su quel fondamentale diritto umano alla ricerca della felicità che è un tutt’uno con vita e libertà, come appunto la Dichiarazione del 1776 proclamava.

Eccolo il piedistallo della Statua della Libertà, solido appoggio per l’alleanza a favore dei matrimoni gay che si è strutturata nello Stato della Grande Mela tra il suo governatore, Andrew Cuomo, e il suo sindaco, Michael Bloomberg.
Democratico e cattolico il primo. Repubblicano ed ebreo il secondo. Storie e culture personali diverse, ma che si sono incontrate sul terreno comune del pluralismo democratico per dare il loro apporto istituzionale di governanti al diritto dei gay alla felicità.

«È arrivato il momento di consentire a milioni di uomini e donne di diventare pienamente membri della famiglia americana, dobbiamo continuare il cammino iniziato dai nostri padri fondatori. Oggi la maggioranza degli americani è a favore del matrimonio gay e sempre di più le persone giovani tendono a vedere il matrimonio gay come negli anni Sessanta si vedevano i diritti civili», aveva detto, il 26 maggio 2011 all’università Cooper Union di Manhattan, Bloomberg che in risposta a quanti pensavano che bastassero le già previste “unioni civili”, aggiungeva: «non sono abbastanza. Nella nostra democrazia, la quasi uguaglianza non è uguaglianza».

Libertà e uguaglianza insomma non posso essere a mezzo servizio! Questo il valore anche espresso da un Cuomo raggiante dopo la vittoria del Sì: «Questo voto oggi manda un messaggio al paese. Questa è la strada da seguire, è un trionfo storico per eguaglianza e libertà. New York è sempre stata leader nei movimenti che si battono per ampliare libertà ed eguaglianza alle persone a cui è stata negata piena cittadinanza nella famiglia americana. Nell’accogliere tutte le persone, non importa da dove provengano, quale fede o filosofia professino, o chi amino, New York è diventata la più forte città dinamica del mondo. E oggi siamo più forti di quanto non lo fossimo ieri».

Libertà giustizia uguaglianza: valori fondativi dell’emancipazione umana. Richiamo ai diritti umani voluti dai Padri fondatori. Impegno a rendere tutto questo realtà nel dovere dei governanti a trovare le soluzioni legislative per garantire ai cittadini quella «sicurezza e felicità» sancita già a Filadelfia.
Questa l’anima del patto tra Bloomberg e Cuomo, che sulla strada della giustizia e della libertà hanno fatto dialogare anche il miglior ebraismo del primo: impegno a costruire il paradiso in terra, col miglior cristianesimo del secondo: la carità che è comprensione e assunzione della prospettiva dell’altro.

Democratici e repubblicani uniti dunque perché la libertà è bene comune. Perché quella statua della Libertà che svetta all’entrata del porto di New York resti la fiaccola che vuole ancora illuminare ciascuno nella ricerca della propria emancipazione e autodeterminazione da conquistare anche –per chi lo voglia – attraverso la serenità affettiva di un progetto di vita matrimoniale.
La patria della libertà, che spesso proprio l’accesso alla reciprocità delle libertà ha tradito, oggi questo valore della libertà lo ha rimesso al centro della sua storia. Con la consapevolezza orgogliosa di aver sottratto all’infelicità delle discriminazioni spicchi di aspirazioni alla felicità.

E a ben poco sono valse le reprimende del vescovo Timothy Michael Donal, presidente della Conferenza Episcopale Usa, che vorrebbe che i principi del catechismo cattolico – considerati eterni e assoluti – fossero legge statale. Secondo la chiesa curiale, infatti, come ha ribadito Dolan anche dalle colonne dell’organo di stampa vaticano, il matrimonio fondato sull’unione tra un uomo e una donna per tutta la vita è una «verità senza tempo», «una verità innegabile», «una pietra angolare».
Ma negli States la separatezza tra Stato e Chiesa è una cosa seria. E ben lo sanno i suoi cittadini e i suoi governanti.

Sarebbe bene che certi politicanti italici, che si dicono liberisti e si riempiono la bocca di viva l’America, lo avessero ben presente. E sarebbe anche cosa buona e giusta da parte di costoro, per altro, ricordare che la separazione tra “leggi umane” e “leggi divine” è iniziata a veicolare con l’italiano Rinascimento. Attingendo a quelle radici della democrazia occidentale che nascono in Grecia con Platone, che nel Politico affermava che la democrazia poteva farsi strada soltanto quando gli dei avessero lasciato il mondo e gli uomini si fossero assunti la responsabilità di costruire, nella ricerca di una maggiore felicità per tutti, la civile convivenza nella Repubblica.

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