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Dare a Dio quel che è di Cesare? di M.Vigli

Marcello Vigli
www.italialaica.it

Dare a Dio quel che è di Cesare? È l’interrogativo posto da alcuni gruppi cattolici di base di Roma al centro di un loro convegno organizzato, con l’apporto anche delle redazioni di Adista e di Confronti, per il 1 ottobre  con l’intento di riflettere su Il progetto culturale della CEI nella crisi italiana. Sono gli stessi gruppi che hanno negli ultimi anni organizzato altri incontri (*) per esercitare il loro dovere di cittadini del Popolo di Dio, come il Concilio ha definito la Chiesa, il diritto/dovere di critica e di proposta nella sua gestione.

La loro scelta non contrasta con la proposta, molto condivisibile di Bonetti: noi laici, credenti e non, dovremmo smettere di giocare di rimessa come troppo spesso facciamo.

Pongono, infatti,  al centro della loro riflessione l’analisi del Progetto culturale non per un esercizio accademico né per una giusta polemica, ma per ricercare le radici ideologiche del ruolo che la gerarchia italiana sta sempre più assumendo nelle vicende sociali e politiche attraversate dalla nostra Repubblica.

Le premesse della strategia della Cei nei confronti della crisi italiana si possono, infatti, individuare già abbozzate nel suo documento fondativo, Progetto culturale orientato in senso cristiano, pubblicato dalla sua Presidenza nel 1997, dopo tre anni dal primo annuncio proposto dal cardinale Ruini per assumere la cultura come terreno di incontro tra la missione propria della Chiesa e le esigenze più urgenti della nazione

Da allora un Servizio nazionale per il progetto culturale all’interno della Segreteria Generale della Cei svolge la funzione di centro di raccordo per i diversi soggetti impegnati nella sua attuazione: comitati diocesani, Associazioni, Centri e singoli intellettuali. La sua importanza è confermata dalla scelta dello stesso Ruini di farsi assegnare la gestione di quel Servizio e dei relativi finanziamenti, tratti dalla quota dell’otto per mille a disposizione della Cei, dopo le sue dimissioni per limiti di età da Presidente della Cei stessa.

Da allora convegni e pubblicazioni hanno sviluppato, contestualizzandole con le nuove situazioni, analisi e proposte atte ad influenzare l’azione dei cattolici in politica.

In questo patrimonio “culturale” si trovano le premesse della svolta impressa dagli interventi dei cardinali Bagnasco e Bertone che, pur non pienamente convergenti nei mezzi, convergono nell’obiettivo di condizionare pesantemente la transizione al post berlusconismo. Vogliono che se ne mantenga la disponibilità ad affidare alla gerarchia ecclesiastica, oltre ai compiti e ai privilegi  previsti nel Nuovo Concordato in particolare il lauto finanziamento, la definizione dell’etica pubblica, il primato nell’educazione delle nuove generazioni, la piena cogestione dell’assistenza.

Cesare si spogli dei suoi compiti e li affidi a quelli che si proclamano rappresentanti di Dio! Se è questo il progetto politico da loro coltivato: che fare se la risposta dovesse essere affermativa?

Non sono purtroppo molti i cattolici che sentono la responsabilità di porsi questa domanda e di rispondere in modo autonomo, come cercheranno di fare, invece, quelli che si ritroveranno il I ottobre a Roma e come hanno fatto nei giorni scorsi quelli riuniti a Bologna per affrontare nella quindicesima edizione della Festa dei popoli il tema: «Laicità vo’ cercando: nella Chiesa, nella società, nel mondo».

Sono molto più numerosi, al contrario, quelli che si stanno agitando per individuare come inserirsi nelle manovre avviate da settori influenti  della gerarchia per non rischiare, come politici e intellettuali inseriti nel Progetto culturale, di perderne i favori, o come  la Compagnia delle Opere o quei gruppi di volontariato arroccati in piccole nicchie della sanità pubblica le posizioni di potere conquistate nella società.

La grande maggioranza dei cattolici però comincia a ad “ascoltare” perplessa Lo strano silenzio della Chiesa analizzato da Barbara Spinelli su la Repubblica del 21 settembre.

A differenza di tanti politici e intellettuali della cosiddetta area laica, diventati clericali di complemento, Spinelli riflette sulla svolta in corso nell’interventismo della gerarchia ecclesiastica affermando:  Penso che la Chiesa sia alle prese con la terza e più grande tentazione. Alcuni la chiamano satanica, perché di essa narra il Vangelo, quando enumera le prove cui Cristo fu sottoposto: la prova della ricchezza, del regno sui mondi: “Tutte queste cose ti darò, se prostrandoti mi adorerai”. La Chiesa sa la replica di Gesù.

Sostituirsi a Cesare nell’esercizio del potere, diventato impossibile da quando questo si era fatto Stato moderno, sembra tornato ad essere un obiettivo praticabile in questa Italia. Nel nostro Paese da tempo Cesare si è progressivamente compromesso di Concordato in Concordato grazie alla complicità di tanti mangiapreti, chiamati ad esercitarne le funzioni, magari nascondendosi dietro l’alibi della necessità di “modernizzare” i rapporti con la Chiesa. Con la legge 22, attuativa dei  Nuovi accordi firmati da Craxi nel 1984, ispirata dal socialista Giulio Tremonti, oggi ministro berlusconiano, condivisa dal comunista Carlo Cardia, oggi editorialista dell’Avvenire e benedetta dal repubblicano Giovanni Spadolini, si è coinvolta la gerarchia ecclesiastica nella gestione del bilancio statale, almeno per l’otto per mille del gettito dell’Irpef.

Anche allora ci furono cattolici e non cattolici che denunciarono apertamente che si dava A Dio quel che è di Cesare, come si legge nel dossier pubblicato dal Manifesto il 29 aprile 1990, quando, per la prima volta, i contribuenti furono chiamati a “votare” sulla scheda della Dichiarazione dei redditi sull’otto per mille.

Allora si cedeva alla Cei “solo” una fetta di potere economico, oggi si tratta, invece, di riconoscerle vere e proprie funzioni politico/istituzionali.
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(*)  Gli altri incontri hanno avuto per temi : nel 2009 Tra Memoria e Profezia: le aperture del Concilio e le sfide di oggi; Un’etica condivisa per una società pluralista, nel 2010 Sotto le due Cupole Chiesa, religione, mafia

1 comment

giuseppe coscione lunedì, 26 Settembre 2011 at 18:30

Grazie, Marcello, per la puntuale analisi. Sappiamo che Dio non c’entra e sarebbe meglio “non abusare di Dio” come titola il libro di Gian Enrico Rusconi. La pelle che veramente abita la gerarchia ecclesiatica, soprattutto quella cattolico.romana è quella del potere che ritornano a visibilizzare più di prima con scettro-pastorale, mitria etc…Non mi convincono e non cammino più con quei vescovi e quei preti, anche progressisti, che non mettono in discussione la dimensione gerarchica della chiesa ( con l’invenzione di uno specifico sacramento ) e il magistero come norma superiore che vincola la libertà del vangelo.
Un saluto fraterno ed affettuoso.
peppino.

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