Home Politica e Società Il voto dei cattolici: dov’è? di A.Zanca

Il voto dei cattolici: dov’è? di A.Zanca

Aldo Zanca
www.italialaica.it, 30 settembre 2011

Ma veramente siamo convinti che i vescovi possono spostare con uno schiocco di dita centinaia di migliaia di voti da una parte all’altra? Forse fino a un certo momento erano capaci di tenersi stretti quelli che già controllavano con gli strumenti dell’ignoranza e del ricatto ideologico. Stiamo parlando del dopoguerra, del 1948 e giù di lì, ma anche allora milioni di voti cattolici se ne stavano tranquillamente fuori della DC nelle file socialcomuniste da una parte e liberali, monarchiche e missine dall’altra.

Quando, con la legge truffa del 1953 prima e con i referendum sul divorzio e sull’aborto poi, i cattolici, dinanzi a questioni di vitale importanza per la democrazia e per i diritti civili, furono chiamati ad esprimersi liberamente, lo fecero. Rifiutarono la prospettiva dell’istituzionalizzazione di un regime clericale sotto il controllo DC-Vaticano, rifiutarono la cancellazione di un fondamentale diritto di civiltà, rifiutarono l’aborto clandestino e la subordinazione della donna.

Chi ha una certa età si ricorda l’aggressività e la virulenza dei toni e la truculenza e la falsità delle argomentazioni. In tutte e tre le occasioni le chiese, da luoghi di culto, si trasformarono in piazze dove si tenevano sguaiati comizi all’insegna del terrorismo politico e morale. In tutte e tre le occasioni la mobilitazione e i mezzi messi in campo furono impressionanti, all’altezza di chi ha la consapevolezza di stare combattendo uno scontro per la vita o per la morte. In tutte e tre le occasioni l’integralismo cattolico è uscito clamorosamente sconfitto sotto il peso determinante del voto di milioni di cattolici, moltissimi dei quali di sicuro devoti e praticanti. Ho conosciuto piissime donne, che, avendo vissuto la tragedia dell’aborto clandestino, nel 1981 hanno votato convintamente a favore della legge 194.

La questione romana, o vaticana che dir si voglia, è morta e sepolta e sembra che nessuno su questo abbia da sollevare obiezioni. Dunque le ragioni che mal consigliarono la maggioranza dei costituenti ad approvare l’art. 7, confermando il concordato clerico-fascista del 1929, sono ormai del tutto insussistenti. Se fino a un certo momento poteva avere senso che lo Stato italiano compisse dei sacrifici per sdoganare le masse cattoliche, cooptandole alla vita politica dello Stato stesso, oggi questo, e da un pezzo, non più vero. I favori e i privilegi, in termini di potere e di denaro, resi alle gerarchie ecclesiastiche sono ormai solo favori e privilegi che non hanno più alcuna motivazione seria di tipo politico o culturale e non hanno più alcuna contropartita.

La questione cattolica, ossia l’idea che le masse cattoliche costituiscano per la vita civile del paese in qualche modo un problema, che richieda continui atti unilaterali di buona volontà, poggia su un colossale equivoco. Anzi due. Il primo equivoco è quello di pensare che certe proposte riguardanti alcune materie, che la chiesa cattolica definisce “non negoziabili”, costituiscano “offese” al mondo cattolico: divorzio, aborto, eutanasia, fecondazione assistita, coppie gay e via dicendo. Non è affatto così. Sono offese solo per la gerarchia cattolica e non per i cattolici, i quali un po’ sono disinteressati a queste faccende e un po’, suvvia diciamolo, le condividono. Il mancato raggiungimento del quorum nei referendum del 12 e 13 giugno 2005 per l’abrogazione della legge 40 non prova minimamente che i cattolici considerassero validi i contenuti della legge, ma solamente conferma una tendenza di vecchia data, interrotta solo con i referendum del 2011. Non è stato un caso che la chiesa cattolica abbia giocato facile, facendo la propaganda per l’astensionismo. Se fosse stata sicura del fatto suo avrebbe dovuto, almeno formalmente, battersi per il raggiungimento dei quorum e la vittoria dei sì.

Il secondo più grave equivoco consiste nel ritenere che i preti controllino i fedeli e siano in grado di orientarne efficacemente la manifestazione del voto. Sulla cosa si potrebbe discutere fino al referendum sul divorzio. Da quel momento in poi i cattolici hanno dimostrato sempre di votare in piena autonomia ed anzi di non volere connotare il proprio voto in senso religioso. Per essere più chiari: la dottrina sociale della chiesa ha un peso tendente a zero nell’agone elettorale. Il partito che più di tutti richiama il magistero ecclesiastico nel suo marketing politico, l’UDC, non riesce ad andare oltre una dignitosa piccola minoranza, che più probabilmente si regge sulla bravura dei suoi uomini di costruire clientele e reti di interessi che non sull’etichetta di cattolico.

Vittime di questo madornale equivoco, la questione cattolica è stata impostata e gestita non come sarebbe stato corretto, cioè come rapporto con le masse cattoliche per acquisirle a posizioni laiche, ma come rapporto con le gerarchie ecclesiastiche, nella presunzione che esse fossero portavoce fedeli delle masse cattoliche e ne controllassero i comportamenti morali e politici. Una simile impostazione ha portato con sé tutte le distorsioni che si possono immaginare: equilibrismi, diplomatismi, negoziazioni, elargizioni di privilegi e via dicendo.

Insomma: il voto cattolico è introvabile, è una categoria classificatoria assolutamente anacronistica. Come confermano tutte le recenti analisi dei risultati elettorali, i voti dei cattolici si spalmano su tutte le formazioni politiche. Il che significa che il loro comportamento elettorale prescinde dalla qualifica di cattolico. Questo è un argomento usato da parte di quegli eletti (e sono parecchi) che difendono gli interessi, leciti e meno leciti, della chiesa, giustificandosi con la motivazione che altrimenti perderebbero voti sedicenti cattolici. Come se gli elettori cattolici punissero i propri rappresentanti in Parlamento e negli enti locali che non seguissero i suggerimenti del clero e non riempissero le sue tasche.

Lo scorso 26 settembre, nella sua prolusione al Consiglio permanente della CEI, il presidente card. Bagnasco ha pronunciato una durissima condanna sia di tutta l’azione del Governo e della sua maggioranza, sia della condotta, di premier e di persona pubblica, di Silvio Berlusconi e della banda malavitosa che lo circonda. Meglio tardi che mai. Ma vorremmo sapere: la cosa muore là oppure, come avviene con i principi “non negoziabili”, verranno mobilitate la parrocchie per illuminare i fedeli? Se i precetti del magistero ecclesiastico fossero ascoltati, in questo momento i partiti della maggioranza, segnatamente il PDL, alla rpima occasione dovrebbero essere pesantemente penalizzati dal voto dei cattolici. Io penso che ciò non avverrà perché la gerarchia è ormai quasi del tutto autoreferenziale. Ovviamente ci sarà chi andrà in fibrillazione, non solo nella maggioranza ma anche nell’opposizione, dove si trova l’ormai vice-conte vaticano Massimo D’Alema.

Un paio di conclusioni. Tutte le volte che i vescovi italiani hanno puntato sui loro valori “non negoziabili”, cioè hanno preteso di fare emergere i confini del “mondo cattolico” rivendicandone il controllo, sono stati sconfitti, dimostrando di non avere il seguito sperato e di non interpretate e, peggio, di non essere in grado di indirizzare gli orientamenti dell’elettorato. I valori “non negoziabili” non stanno affatto a cuore agli elettori cattolici, ma solamente agli eletti, cattolici, meno cattolici, non cattolici fino agli atei devoti, che comunque condividono non tanto i principi etico-religiosi (chi? Berlusconi e compari?), ma interessi molto economico-materiali.

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