Home Comunità Cristiane di Base L’Angolo della gru: “Non uno di meno!” di A. Bifulco

L’Angolo della gru: “Non uno di meno!” di A. Bifulco

Aldo Bifulco – Cdb Cassano (Napoli)

Quando ho visto,  alla chiusura dell’anno scolastico, Glauco varcare la soglia del Centro Hurtado,  saltellando, in preda ad un’esplosione di gioia incontenibile, ho avvertito un filo di commozione.   Gridava:“Sono stati tutti promossi”, “ I miei ragazzi del doposcuola ce l’hanno fatta tutti!”; questa era la ragione della sua intensa soddisfazione.  Val la pena, allora, raccontare qualche tratto della storia di Glauco Del Bono.

Glauco, tu abiti a Bacoli, in una cornice stupenda, tra l’azzurro del mare e il verde dei campi, una miscela che richiama il tuo nome, ma io ti vedo sempre a Scampia….

Abito a Bacoli da otto anni, ma da ventuno faccio il volontario a Scampia. Avevo solo quattordici anni, quando frequentavo il Liceo Vittorio Emanuele a Napoli e seguendo la Comunità di S.Egidio approdai a Scampia, nel famigerato lottoP. Poi la Comunità di S.Egidio decise di spostarsi ed io volli rimanere in quel caseggiato, fondando una mia Associazione. In effetti lavoro part-time al Centro igiene mentale di Pozzuoli e…finito il lavoro spesso vengo a Scampia.

 Alla tua Associazione è stato dato il nome “Non uno di meno”, come mai?

Abbiamo preso spunto dal titolo di un film che, a suo tempo, vinse il Leone d’oro a Venezia. Parla di una giovane insegnante supplente che si trova a lavorare in un scuola difficile dell’Asia e che  rischia molto volendo inseguire e recuperare un ragazzo scappato dalla scuola….in fondo una versione della parabola della “pecorella smarrita”. Noi abbiamo una settantina di ragazzi, la maggior parte della scuola elementare, ma ci sono alcuni anche delle scuole superiori. Provengono dal lotto P, dalle Vele, dal Campo Rom, ma anche qualcuno dai Parchi privati…e noi ci proponiamo l’obiettivo ambizioso e difficile di non perdere “nessuno” per strada. Accettiamo anche i ragazzi rom che, normalmente, non  frequentano la scuola.

 Immagino che si tratti di un compito impegnativo, dispendioso di tempo  e di energie.

Tre volte alla settimana il doposcuola di pomeriggio, organizzare passeggiate e attività integrative, mantenere i contatti  di mattina con gli insegnanti della scuola pubblica, accompagnare i ragazzi, pulire i locali e preparare le lezioni…..certo che è impegnativo, non è possibile fare il volontario senza mettere a disposizione la risorsa più importante che abbiamo, il nostro tempo.

 E’ interessante questo modo di porvi, non come alternativa alla scuola pubblica, ma in modo collaborativo e integrativo.

A noi non piace l’atteggiamento arrogante di chi crede di sapere tutto ed essere migliore degli altri. Non siamo presuntuosi e sappiamo che il bene dei ragazzi e la loro crescita è possibile se noi ci rapportiamo agli insegnanti del mattino, a quelli che sono i loro programmi e le loro aspettative. Fare i compiti è primario, poi possiamo anche giocare, fare teatro, passeggiare ecc. Questo non significa che noi non sappiamo riconoscere le criticità della scuola italiana.

 Come vi ponete metodologicamente?

Sono laureato in scienze dell’educazione; non adottiamo un metodo unico ma cerchiamo di tener conto della realtà dei singoli ragazzi e di calibrare il metodo, a nostro avviso, più conveniente. ( a questo punto debbo sorbirmi una lezione interessante sulle varie metodologie didattiche)

 Hai notato, in questi anni, qualche cambiamento nel quartiere?

Luci ed ombre persistono. E’ migliorata la struttura del quartiere ed il livello di partecipazione. Ma il problema principale è la mancanza di lavoro. Questo spinge molti ragazzi, non per una scelta aprioristica, a varcare la soglia della legalità perché ti consente …un po’ di benessere! Una soddisfazione è il constatare come molti adulti che frequentarono il nostro doposcuola, ci tengano a che i loro figli siano seguiti dai nostri volontari.

Credi che sia importante la sinergia tra le varie Associazioni del territorio?

Fare rete è fondamentale, ma non possiamo relegarla a qualche momento, quando ci conviene, mantenendo invece la nostra autoreferenzialità. Fare rete dovrebbe essere una strategia globale che parta da un’analisi circostanziata  dei bisogni e delle necessità del territorio.

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