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L’Isolotto, un caso serio del post-Concilio di L.Sandri

Luigi Sandri
Confronti, novembre 2011

Il 22 ottobre è scomparso Enzo Mazzi. Con la sua parrocchia, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, aveva avviato un’esperienza pastorale sgradita al cardinale Florit, arcivescovo di Firenze. La nascita di una comunità di base. Il primato dell’ortoprassi sull’ortodossia, per vivere una fede incarnata.

La scomparsa di Enzo Mazzi – morto a Firenze il 22 ottobre, ottantaquattrenne – è un grande lutto per quanti, e noi siamo tra quelli, gli vollero bene. Ma, a prescindere da questi legami di amicizia, cerchiamo ora di tratteggiare qualche aspetto della sua vita che, inestricabilmente, si mescola con quella della comunità cristiana di base dell’Isolotto. Parroco in questo quartiere, a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, avviò con la sua gente, e la gente con lui, una pastorale di frontiera, che provocò una serie di con¬trasti con l’arcivescovo fiorentino, cardinale Ermenegildo Florit ben prima che esplodesse una vicenda che poi travalicò la diocesi e costituì, a suo modo, un caso sintomatico del clima del post-Concilio in Italia.

L’occupazione della cattedrale di Parma

Il 14 settembre 1968 alcuni cattolici – tra essi «I Protagonisti» e alcuni membri del gruppo Mattei – occupano la cattedrale di Parma. Perché? Lo spiegano essi stessi: «Non vogliamo che la chiesa di s. Evasio sia costruita con i soldi della Cassa di Risparmio. È ora che la gerarchia ecclesiastica abbia il coraggio di fare una scelta discriminante a favore dei poveri contro il sistema capitalistico… La nostra coscienza e il nostro amore verso il popolo di Dio, ci induce a chiedere una netta discriminante tra coloro che sono dalla parte del vangelo dei poveri, e coloro che servono due padroni: Dio e il denaro».

Non si era mai visto che cattolici dichiarati occupassero per protesta, e con motivazioni sociologiche e teologiche insieme, una cattedrale: un gesto altamente simbolico, dunque, che provocò molti e variegati commenti. Il clamore fu così forte che ne parlò lo stesso Paolo VI, all’udienza generale di mercoledì 18 settembre. Erano diversi mercoledì che i discorsi del pontefice ruotavano intorno all’amore alla Chiesa e al dovere dei fedeli di essere obbedienti alle direttive stabilite dal magistero. Ad innescare la preoccupazione del pontefice era stato il coro di proteste – dalla base, dal mondo teologico, ed anche da vescovi – che si erano levate contro la Humanae vitae, l’enciclica del 25 luglio precedente che aveva proclamato immorale la contraccezione.

Riferendosi al Vaticano II, concluso tre anni prima, papa Montini lamentava: «Alcuni pensano che il Concilio sia già superato; e, non ritenendo di esso che la spinta riformatrice senza riguardo a ciò che quelle solenni assise della Chiesa hanno stabilito, vorrebbero andare oltre, prospettando non già riforme, ma rivolgimenti, che credono potere da sé autorizzare… Che co¬sa diremo poi di certi episodi di occupazione di chiese cattedrali, di proteste collettive e concertate contro la Nostra recente enciclica, di propaganda della violenza politica per scopi sociali, di conformismo e manifestazioni anarchiche di contestazione globale? Dov’è la coerenza e la dignità proprie di veri cristiani?».

L’Isolotto, un impegno programmatico che viene da lontano

Domenica 22 settembre ’68 nella chiesa parrocchiale dell’Isolotto, guidata da don Enzo Mazzi, veniva distribuito un ciclostilato nel quale si esprimeva solidarietà al gruppo di cattolici che aveva occupato la cattedrale di Parma.

L’Isolotto era un quartiere popolare di Firenze, la cui parrocchia – retta dal 1954 da don Mazzi
– si distingueva per una costante attenzione ai problemi delle classi più umili; per una solidarietà concreta (in occasione dell’alluvione di Firenze del 1966 il parroco aveva messo la canonica a disposizione di gente che in quel cataclisma aveva perso la casa); per uno sforzo di riflettere sia sui problemi locali, soprattutto quelli del mondo operaio (Mazzi aveva permesso l’uso della chiesa per assemblee di carattere sociale), che su quelli globali del mondo (molte le manifestazioni di denuncia della guerra statunitense contro il Vietnam). A livello più strettamente pastorale, Mazzi, altri preti e parrocchiani avevano redatto un Catechismo che metteva al centro del discorso la scelta radicale che Gesù aveva fatto per i poveri e gli umili, e la sua opposizione ai potenti. Insomma, una visione complessiva che incrociava il tema dei poveri risuonato al Vaticano II e una ricerca sulle strutture sociopolitiche che tale impoverimento generavano.

Questo «stile pastorale» piaceva poco all’arcivescovo Florit, che già a metà degli anni Sessanta aveva espresso a don Mazzi la sua disapprovazione, minacciando anche sanzioni. La tensione tra la parrocchia e la Curia fiorentina era rimasta tuttavia un fatto interno alla diocesi; a farla diventare un evento che oltrepassò i suoi confini e scosse l’intera Chiesa italiana fu quando l’Isolotto solidarizzò con gli occupanti la cattedrale, con tutte le conseguenze che, a valanga, ne seguirono.

Affermava, il ciclostilato di solidarietà: «Concordiamo pienamente con la vostra azione… Viviamo in una Chiesa che non ha a fondamento i poveri, gli oppressi, i rifiutati, gli affamati e assetati di giustizia… Le nostre mani cristiane hanno perduto la sensibilità evangelica e non si bruciano più nel ricevere l’oro diabolico dei “cristianissimi” sfruttatori della nostra società. Una Chiesa che ammette indiscriminatamente alla mensa eucaristica sfruttati e sfruttatori senza denunziare efficacemente questa degradante situazione non fa che “mangiare e bere senza discernere il Corpo del Signore”, ossia senza attribuire al cibo e alla bevanda eucaristica il loro valore di agglutinante sociale; e, pertanto, un tremendo sacrilegio: “Mangia e beve il proprio castigo” [vedi I Corinti, capitolo 11]».

Proseguiva, poi, il documento: «La nostra coscienza cristiana ci impedisce di essere d’accordo col papa quando vi accusa di mancanza di amore per la Chiesa. La sua accusa si addice a coloro che hanno chiamato la polizia per cacciarvi fuori dalla vostra casa. Non siamo neppure d’accordo con il vostro vescovo il quale asserisce
che il vostro metodo non è evangelico ed è lesivo della dignità e del rispetto che si devono alla persona umana. Come se fosse evangelico e rispettoso il metodo di costruire chiese col denaro proveniente dallo strozzinaggio legalizzato delle banche».

Una serie di affermazioni non nate sull’emozione del momento, ma quasi riassumenti scelte pastorali e un itinerario di Chiesa che da anni all’Isolotto si portava avanti, con la maggior partecipazione possibile della gente, in un dialogo continuo, per arrivare a scelte condivise, sempre partendo dal punto di vista degli ultimi. La vicenda di Parma non creò dunque l’Isolotto (come sbrigativamente ha scritto in questi giorni qualche giornale), fu solo un’occasione particolare perché esso, da tempo esistente, fosse conosciuto dalla più ampia opinione pubblica. Comunque il 30 settembre Florit scriveva a don Mazzi: «Tu abiti in una canonica e ti servi per le tue opere (asilo) e per la diffusione delle tue idee di un immobile e di una chiesa che sono tra le più belle di quante ne siano state costruite dal cardinale Dalla Costa [l’arcivescovo predecessore], col contributo dello Stato e con la cooperazione di tutti, non esclusi i ricchi e le banche, che vollero dare a suo tempo il loro obolo».

E quindi poneva un dilemma: «O sei disposto a ritrattare pubblicamente un atteggiamento così offensivo verso l’autorità della Chiesa, come quello assunto con la “lettera aperta” del 22 settembre, atteggiamento tanto contrario al tuo dovere di sacerdote e di parroco, oppure, riconoscendo che è assurdo continuare a far parte di “strutture” così violentemente condannate, intendi dimetterti dall’ufficio di parroco».

Il 9 ottobre la comunità parrocchiale – quella coinvolta nelle iniziative del parroco – replicava a Florit; dopo aver osservato che il documento del 22 settembre era stato composto e sottoscritto da quattro sacerdoti e da molti laici, si domandava: «Perché il vescovo si rivolge solo a don Mazzi? Perché chiama in causa solo la persona del parroco? Il questo modo il vescovo dimostra di considerare gli altri sacerdoti e i laici come un branco di pecore che (salvo un piccolo numero di dissenzienti) si lascia coinvolgere, influenzare, trascinare…Non solo il vescovo o il parroco, ma tutti i membri del popolo di Dio hanno lo Spirito profetico di Cristo; quindi tutti hanno il diritto di parlare e di esprimere quello che Dio suggerisce loro; e il magistero del vescovo è servizio e non dominio verso la libertà di coscienza e di parola del Popolo di Dio. Queste cose le ha dette il Concilio e noi abbiamo cercato di realizzarle, perché è inutile dirle se poi rimangono lettera morta non essendoci gli strumenti per realizzarle».

I nodi di fondo: tra Chiesa ed elogio dell’eresia

Il seguito della vicenda è conosciuto: dopo una serie di risposte e controrisposte tra la Curia e l’Isolotto e l’invito, disatteso, di 108 sacerdoti fiorentini a creare strutture di dialogo che permettessero di superare il contrasto in atto tra don Mazzi e l’arcivescovo, si apprese che il papa stesso sarebbe stato disposto a ricevere il parroco; ma l’ipotesi rimase tale, perché in Vaticano, come del resto nella Curia di Firenze, si continuava a voler trattare con il solo parroco, e non si accettava minimamente che egli venisse accompagnato da esponenti della sua comunità. Intanto, Florit vietava in tutta la diocesi l’adozione del Catechismo dell’Isolotto, accusato di presentare Cristo «inteso solo come agitatore sociale». Poi, il 4 dicembre ’68, l’arcivescovo emanò il decreto di rimozione di don Mazzi dall’ufficio di parroco; un mese dopo, protetto dalla polizia (perché mai?), il cardinale fece riprendere da un sacerdote di sua fiducia la chiesa della parrocchia. Quanti, nella parrocchia, erano legati all’esperienza precedente, continuarono la loro vita ecclesiale nella Comunità cristiana di base dell’Isolotto, una delle più note fra tutte quelle italiane; malgrado molte difficoltà, e certo più piccola rispetto ai decenni passati, essa ha continuato fino ad oggi.

Non vi è fatto geopolitico o ecclesiale importante sul quale, in questi decenni l’Isolotto, e/o don Mazzi in interventi su media vari, non si siano espressi. Basti qui, a titolo di esempio, citare quanto egli affermò sul caso di Eluana Englaro: «Chi ama di più la vita: la suorina che vorrebbe continuare ad alimentare forzatamente una donna in coma o il padre che ha scelto di generare di nuovo la figlia liberando la sua forza vitale da un corpo che la imprigiona da diciassette anni? C’è una critica che bisogna fare alle gerarchie cattoliche: l’incapacità a liberarsi dal dominio del sacro, cioè la tendenza a separare le sfere della nostra vita, ciò che è sacro da ciò che non lo è. Eluana e suo padre stanno seminando senso positivo della vita con sofferenza ma anche con forza. A loro sento di dover essere profondamente grato» (Micromega, 4 febbraio 2009).

Nella sua riflessione più recente, Enzo Mazzi aveva sottolineato «il valore dell’eresia», come affermava in un libro che aveva proprio questo titolo. Muovendosi con libertà nel mondo delle Comunità cristiane di base, egli, infatti, vedeva un pericolo nel tentativo, talora affiorante, di contrapporre alla «ortodossia» ufficiale un’altra e diversa «ortodossia». La via da seguire, insisteva, era un’altra: quella dell’«ortoprassi», cioè il cercare continuamente di tradurre l’impeto evangelico nell’agire, ponendosi dall’angolo di visuale e della prospettiva di vita e non-vita degli ultimi. E, nel fare questo, sapere di non avere risposte prefabbricate o ricette ben definite provenienti dalla fede: la strada, ribadiva Enzo, era quella di cercare, cercare sempre, laicamente, insieme a tutte le donne ed a tutti gli uomini di buona volontà, per trovare risposte possibili a problemi difficili e di fronte a scelte ineludibili per incarnare la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato.

Volendo, al di là della cronaca, sintetizzare il senso della vicenda dell’Isolotto, questi ci sembrano i punti nevralgici:

1. Una diversa comprensione dell’affermazione del Vaticano II che la Chiesa è il popolo di Dio pellegrinante nella storia. Nel concreto, come inverarla? Se si dà la voce alla gente, come fece don Mazzi, e la si ascolta veramente, è possibile che molte norme canoniche vengano disattese; ma se il metro di misura decisivo è, come lo fu per Florit, il Codice di diritto canonico, si finisce per espropriare il popolo, e svuotare un’affermazione costitutiva del Concilio

2. Una diversa pastorale nella Chiesa. Vista dai vertici, e senza alcuna mediazione, porta all’intransigenza di Florit; vista dalla base, porta a ridisegnare la concreta esistenza della Chiesa locale, diocesi, parrocchia, comunità.

3. Il rapporto Chiesa e povertà, sul quale il Vaticano II aprì qualche varco, porta inevitabilmente a ridiscutere
le scelte concrete dell’istituzione-Chiesa, i suoi rapporti con lo Stato e, quindi, a criticare dalle fondamenta i privilegi che la Chiesa cattolica italiana si è garantita anche con il Concordato del 1984.

4. Se Florit diede giudizi sferzanti su don Mazzi e sull’Isolotto, il suo secondo successore, il cardinale Silvano Piovanelli, riconobbe invece, di fatto, che la Chiesa fiorentina non aveva saputo accogliere semi evangelici presenti in quell’esperienza. Anche questa variabilità da vescovo a vescovo dimostra come, nella complessità della storia, le gerarchie ecclesiastiche, prima di giudicare e condannare, farebbero bene a discernere.

5. Porre l’accento non sull’ortodossia, ma sull’ortoprassi, cercando, a proprio rischio e pericolo, e senza pretendere di avere, come credenti, ricette prefabbricate per contribuire ad affrontare responsabilmente i problemi del mondo, e favorire la pace, la giustizia e la salvezza dell’ecosistema.

Con i suoi grumi risolti ed irrisolti, la vicenda di Enzo Mazzi e dell’Isolotto rappresenta a tutt’oggi – ci pare – un caso serio del post-Concilio nella Chiesa cattolica italiana. Rimuoverla non sarebbe una scelta saggia; misurarsi con essa, invece, è un’occasione rara per capire dal di dentro una storia che forse rimarrà nella Grande Storia, con le sue asperità e le sue luci.

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