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L’avvento come esodo

Anna Maria Marenco

“Abbiamo alle spalle un governo dove l’alleanza con la Chiesa è stata pagata con i diritti dei cittadini, delle donne, dei malati, degli studenti della scuola pubblica.” (cfr. Adriano Prosperi, Il gran ritorno dei cattolici, in La Repubblica del 19.11.2011).

Un governo soltanto? Ritorna in mente lo sconcerto di Don Milani (Esperienze pastorali )davanti al risentimento e/o disprezzo degli umili verso i pulpiti negli anni dell’onnipotenza democristiana, per non citare altre epoche che fanno pensare ad una vera e propria costante storica nei rapporti Stato e Chiesa cattolica e non solo in Italia. Costante storica, quindi, per quanto notevole, non perenne ma modificabile.

Forse pochi altri periodi liturgici di Avvento si sono svolti in momenti come questo caratterizzato dall’esigenza di radicali rimesse in discussione di traguardi considerati positivamente acquisiti, come, ad esempio, il modello di sviluppo economico, la democrazia occidentale, ecc.; l’elenco non potrebbe comprendere anche il patto di potere tra stati e chiese ?

Si avverte infatti una sintonia profonda con un’altra tematica biblica: la prospettiva di un mondo nuovo è l’altra faccia di un “esodo”, volontario oppure obbligato che sia, a cui tutte le persone di buona volontà sono sollecitate.

Il Concilio Vaticano II ha già messo le premesse per un grande rimescolamento di quelle categorie, maturate nell’era costantiniana, relative al rapporto tra le comunità di fede e il contesto sociale: ha recuperato insegnamenti presenti in altri secoli, ha accettato sia pratiche pastorali sia riflessioni teologiche emarginate come eterodosse nella fase acuta di scontro con la modernità.

Di questa paura sembra che in Italia si prolunghino esageratamente gli effetti a senso unico dall’epoca fascista alla interminabile congiuntura della guerra fredda ( come non ricordare in proposito i grandi interrogativi suscitati da eventi quali ,ad esempio, la strage di Portella delle ginestre oppure il delitto Moro sino ai monotoni sconsiderati addebiti dei berlusconiani ai “comunisti”?).

Una memoria purificata porterebbe ormai a sostituire l’arrogante continuo colpevolizzare chi non è fedele (nel senso di non obbediente alle gerarchie ecclesiastiche) con la mortificazione per “ l’insufficienza delle dighe da noi erette contro il dilagare del male” per adoperare l’espressione dolente del Vescovo Tonino Bello.

Anche per l’area dei cattolici conciliari progressisti, la rassegnata accettazione dei vincoli concordatari dovrebbe essere affiancata almeno dalla ricerca fattiva ed efficace delle linee di resistenza democratica presenti nel quadro costituzionale, riferimento che può unificare l’azione dei semplici cittadini come dei vertici politici per rendere davvero la Repubblica “casa comune” di tutti i residenti nel territorio italiano.

Un passo significativo in questa direzione richiede il prendere coscienza che sinora il Concordato ha rappresentato in un certo senso un vero e proprio “cavallo di Troia” nei riguardi del programma di res publica e di società delineato dalla Costituzione; avviare , in merito, un’inversione di tendenza a livello sociale e politico potrebbe essere una parte significativa del complessivo processo di ricostruzione dell’Italia.

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