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Giovani migranti e costruzione dell’identità

Ileana Montini
www.womenews.net

Soprattutto quei giovani che hanno vissuto la migrazione nella preadolescenza o adolescenza, chiamati quindi a definire se stessi sul duplice piano della variabile psicologica e del percorso migratorio. Ben sappiamo che l’identità è il frutto di complicati processi di identificazione e individuazione volti a definirsi uguali a, ma anche diversi da mediante i confini atti a creare separazioni e distinzioni. C’è sempre,inconsciamente o meno, l’uso dell’alterità nella formazione dell’identità; attraverso la relazione -più o meno conflittuale- si negozia l’identità.

Elena Caneva in un interessante saggio (Adolescenza e migrazione: una ricerca sui processi di identificazione e le relazioni sociali dei giovani stranieri, in la generazione dopo a cura di Marzio Barbagli e CamilleSchmoll, ed. Il Mulino, 2011) scrive che l’identità etnica è un aspetto costitutivo dell’identità. L’identità etnica si costruisce nella relazione tra gruppi sociali tramite processi di inclusione ed esclusione in quanto è così che si definiscono i confini. La nozione di confine è fondamentale per comprendere la costruzione delle identità collettive e nazionali e, anche, per esempio le ineguaglianze di genere.

Nello svolgimento del saggio l’autrice insiste sul fatto che i confini dell’identità coincidono con l’appartenenza nazionale. Il paese di origine è, dunque, imprescindibile dalla definizione di sé. E si deve aggiungere la lingua come altro marcatore d’identità irrinunciabile, pena lo smarrirsi e l’eventuale deriva psicologica. Oltre alla lingua e alla nazione, i giovani usano come simboli identitari il modo di vivere e di comportarsi. Nella ricerca, limitata al alcune etnie nazionali, emerge poi chiaramente che il confine viene tracciato (anche) attribuendo agli altri caratteristiche negative.

In questo caso si può parlare di identità etnica reattiva derivata dalla percezione di sentirsi esclusi o, addirittura disprezzati.
Oltre alla lingua madre, è il gruppo religioso a esercitare la funzione di marcatore dell’identità e delle relazioni sociali. La ricercatrice lo ha notato soprattutto nei giovani di origine filippina. E’ vero che se istituzioni e organizzazioni civili (dalla scuola, alla parrocchia…ecc.) mettono in atto occasioni per la mescolanza con gli autoctoni, si può favorire un’identità mista ; in altri termini un transnazionalismo debole.

Scrive E.Caneva che i giovani di origine parentale straniera “rivendicano un’identità etnica originaria di fronte alle tendenze omologanti degli altri. Si richiamano allora al paese in cui sono nati, alla lingua e allo stile di vita associati sia di fronte ai connazionali che rifiutano le origini e desiderano essere assimilati sia di fronte agli italiani che vogliono includerli. “.

Talvolta “si assegnano caratteristiche con connotazione negativa agli altri e poi si prendono le distanze attribuendo a se stessi caratteristiche diverse.”. In tal caso si sviluppa una un’identificazione di contrapposizione.

Dalle interviste emerge che le interazioni con gli italiani o con ragazzi di altre origini etniche, sono confinate all’interno della scuola, perché al di fuori le relazioni di amicizia sono stabilite prevalentemente con coetanei della stessa nazionalità; nonostante la buona volontà delle istituzioni scolastiche quando creano momenti di intersoggettività tra attori di varia provenienza.

Ricordo che in un incontro di focus group in un istituto professionale superiore, le alunne (tutte straniere) si erano sedute per appartenenza etnica. L’unica cinese presente, con orgoglio, intervenne per dire che loro, rispetto alla morale sessuale, erano molto più avanti delle altre etnie asiatiche e africane.

Marzio Barbagli e Camille Schmoll nello stesso volume hanno pubblicato un saggio sul ruolo della religione (Le religioni delle seconde generazioni) rilevando, innanzitutto, che la religione svolge per gli immigrati tre funzioni primarie: rifugio, rispetto e risorse. Chiese, templi, moschee proteggono i nuovi arrivati dall’ostilità e dalle discriminazioni, fornendo anche aiuti pratici.

Credenze, sistema di valori, norme comportamentali, permettano di sentirsi parte integrante di un patrimonio di significati, di simboli, di riti. Di speciale valore assume l’adesione ai principi della morale, per esempio, sulla sessualità, il matrimonio, l’aborto. Lo sradicamento che l’insediamento in un nuovo paese comporta, produce un disorientamento cognitivo ed etico che spinge ad “aggrapparsi” alla religione per tracciare la propria identità culturale mediante la solidarietà con i propri simili.

Khaled Fouad Allam algerino, docente universitario, studioso dell’islam,membro del comitato ministeriale per l’islam, ha scritto un libro (L’islam spiegato ai leghisti, ed. Piemme, 2011) dove aiuta a comprendere cosa succede ai migranti di religione musulmana.

Nei paesi d’origine l’Islam era supportato da una cultura e da una dimensione statale che fornivano una struttura sul piano pubblico. Nello stato della migrazione tutto cambia perché si verifica la privatizzazione della pratica religiosa. E allora “in alternativa, si assiste a un ripiegamento comunitario che, non trovando una nuova cultura in grado di tradurre e supportare l’identità islamica, sposta l’identità sul piano del diritto e sulle regole comportamentali per mantenere viva l’identità religiosa.”. Si tratta di un’identità religiosa fondata su precetti elaborati nel VII secolo, e su metodi giuridici rimasti immutati dalla fondazione delle quattro scuole di diritto, avvenuta in epoca medioevale.

Il contrasto con la legislazione europea, caratterizzata dall’autonomia tra pubblico e privato e fondata sul principio di eguaglianza, crea una situazione di palese scontro.
La critica al multiculturalismo -come continua a essere sostenuto in certi ambienti culturali e politici- è netta: “Se si concepisce il multiculturalismo come mosaico di culture, è evidente il rischio del suo fallimento.”. Di più: “Le questioni culturali sono anche questioni politiche, poiché rimettono in causa la questione del ‘come vivere insieme’, dal momento che cultura, società e politica sono intimamente legate.”

I conflitti giuridici in cui si contrappongono diverse culture, come per questioni inerenti al divorzio, ai matrimoni misti, alla poligamia, alle mutilazioni genitali femminili “evidenziano come le società siano oggi divise tra due tendenze: l’accettazione di certe pratiche in nome dell’identità culturale, o all’opposto la loro condanna in quanto contrastanti con i fondamenti delle democrazie moderne.”

Ricordo ancora il focus group perché ho ben presente la fermezza con la quale sia le ragazze pakistane, sia quelle marocchine, sostenevano in nome dell’Islam la volontà di arrivare vergini al matrimonio. E’ la posizione neotradizionalista che attraversa soprattutto l’organizzazione delle moschee: si rivendica il diritto a “integrarsi” fino ad un certo punto. Fondamentale allora è la critica serrata al supposto,monolitico, sistema valoriale dell’”Occidente”.

In “Occidente” la donna non vivrebbe più l”eguaglianza” vera tra i sessi secondo la complementarietà dei ruoli sessuali naturali. Le si riconosce di lavorare fuori casa,ma deve assolvere a tutti i compiti di cura; in un atteggiamento ancillare. Scriveva recentemente un giovane africano (seconda generazione), nel corso di un laboratorio a scuola, che le ragazze italiane “la danno” con facilità. Un esempio di costruzione dell’identità dove l’altro, l’autoctono maschio, è visto come un perdente perché non è più in grado di tenere a freno le donne entro i limiti della legge patriarcale.

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