Home Politica e Società Razzismo. Diritti umani e “storti” subumani

Razzismo. Diritti umani e “storti” subumani

Pierstefano Durantini *
Adista n. 2/2012

Il 10 dicembre ricorreva il 63° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. A Torino, in quello stesso giorno, una folla inferocita ha dato fuoco a un campo nomadi, costringendo vecchi e bambini, uomini e donne a fuggire nella notte. Solo per un caso non c’è scappato il morto, ma intanto tutto è bruciato.

Il motivo di tanto odio? La sete di vendetta per un falso stupro denunciato da una ragazzina sedicenne, che, pur di non dover confessare alla sua famiglia, legata ad una mentalità arretrata, di aver volontariamente perso la sua “sacra verginità”, ha inventato una violenza compiuta da due rom. Un semplice e naturale gesto d’amore con un coetaneo si è trasformato in un’accusa infamante verso una comunità che convoglia su di se, da sempre, tante paure e troppo disprezzo. La paura di una ragazzina, in piena rivolta ormonale, e alla sua prima esperienza sessuale, ma con una famiglia bacchettona e arretrata, ha scatenato una reazione da Mississipi burning, neanche fossimo nell’Alabama della seconda metà del ‘800, quella del Ku Klux Klan.

Tre giorni dopo, a Firenze, un uomo di 50 anni, un ragioniere con idee neonaziste, frequentatore di Casa Pound che scriveva su riviste fomentando antisemitismo e tesi negazioniste, ha preso una pistola, una 357 magnum che deteneva regolarmente, e se ne è andato in giro a sparare ai neri. In due ore di violenza assassina e razzista, che non va assolutamente confusa con un raptus, ha ucciso due senegalesi, i primi due che ha incontrato. Poi è risalito in auto, si è diretto verso il centro, ha parcheggiato con calma e lì ha fatto fuoco di nuovo, ferendone gravemente altri tre. Infine vistosi braccato dalla Polizia si è suicidato con la stessa arma.

Trascorrono altri due giorni e a Verona un tredicenne cingalese sale sul bus e si sente dire da un gruppo di ragazzi poco più grandi: «Che cazzo guardi, negro di merda!». Il giorno successivo li incontra di nuovo. Dapprima uno di loro gli versa il contenuto di una birra in faccia, poi lo picchiano in cinque, infine lo spingono sulla strada tentando, senza riuscirci, di farlo investire da un’auto in transito. Il ragazzino è terrorizzato e non vuole più uscire di casa. Un sentimento di paura che ormai vivono tanti stranieri qui in Italia: il clima è pesante e pericoloso.

Non si tratta di episodi isolati, né di presunti gesti di qualche disadattato affetto da disturbi mentali, bensì di un virus che ha infettato buona parte della mentalità comune, inoculato da partiti e movimenti di destra, ormai sdoganati e legittimati, che hanno fatto leva sulle paure della gente per fini elettorali, e dal populismo della Lega Nord che, stimolando i peggiori istinti di cittadini poco e male informati dalla tv, troppo spesso è stata considerata solo un partito con linguaggio colorito e verace, anche da parte di una certa sinistra e, ancor più grave, da gran parte dei vertici della Chiesa. Come non ricordare l’ex ministro della Repubblica Bossi che definiva gli immigrati africani «bingo bongo», aggiungendo poi «fora di ball!»; l’altro ex ministro Castelli che si rammaricava di non poter sparare alle carrette del mare che trasportavano decine di profughi a Lampedusa; l’europarlamentare Salvini che proponeva vagoni della metropolitana di Milano differenziati tra italiani e stranieri; l’altro europarlamentare Borghezio che un giorno andava a disinfettare i sedili dei treni, a suo dire infettati dai fondoschiena delle ragazze africane che vi si sedevano, e un altro andava a dar fuoco ai poveri giacigli dei senza fissa dimora. Lo stesso Borghezio che nemmeno sei mesi fa ha detto, tre giorni dopo la strage compiuta a Oslo e sull’isola di Utoya da un neonazista norvegese: «Condivido al 100% le idee di Anders Breivik, sono buone, in qualche caso sono ottime!».

Le reazioni a questi comportamenti, quando ci sono state, sono risultate sempre morbide e accomodanti; nessuno, soprattutto ai livelli più alti – si pensi al presidente della Repubblica, che pure non difetta nell’esternare frequenti moniti –, ha mai denunciato in maniera ferma e seria questo linguaggio xenofobo e intollerante. Del resto, non c’è da stupirsi, visto che nel 1998, quando era parlamentare, firmò la legge sull’immigrazione “Turco-Napolitano”, poi integrata dalla Bossi-Fini: una serie di norme che servono solo a ostacolare l’arrivo in Italia di persone che vorrebbero lavorare; una legge che ha istituito i Cpt (oggi Centri di identificazione ed espulsione), una sorta di lager degli anni 2000, una specie di carcere dove si può rimanere fino a 18 mesi senza aver commesso alcun reato. Ecco perché le parole del presidente della Repubblica dopo la strage razzista di Firenze suonano come di circostanza: «Ho appreso con profondo turbamento e dolore del barbaro assassinio di due lavoratori stranieri; mi faccio interprete del diffuso sentimento di ripudio di ogni predicazione e manifestazione di violenza razzista e xenofoba».

Ma è così diffuso questo sentimento antirazzista? A leggere certi commenti su internet che inneggiano al gesto del neonazista toscano sorgono parecchi dubbi. Così come forse andrebbe analizzato in maniera più approfondita il ruolo di organizzazioni di estrema destra come Casa Pound, che forniscono il brodo culturale all’ignoranza di ragazzotti quantomeno confusi. Come affrontare allora questo presente minaccioso che ci fa intravedere un futuro ancora più cupo? Bisogna partire dalla nostra Costituzione, che contiene in se tutti gli antidoti, proprio perché nata subito dopo una dittatura pesante e tragica come il fascismo. Ricordare l’articolo XII delle disposizioni transitorie e finali della Costituzione, in cui si vieta la riorganizzazione del disciolto partito fascista. Da esso deriva l’ancora valida legge 545 del 20 giugno 1952 – detta legge Scelba –, che prevede «la reclusione da cinque a dodici anni per chiunque in un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, o compie manifestazioni di carattere fascista». E la più recente legge 205 del 25 maggio 1993 (detta legge Mancino) che punisce «con la reclusione fino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi». Basterebbe applicare queste due leggi per evitare quella pericolosa zona d’ombra, se non addirittura, in alcuni casi, quella grave saldatura e connivenza tra certi violenti comportamenti e le urla becere di determinati personaggi politici locali e nazionali.

Reazioni troppo timide anche per Amnesty International, che ha provato a darci una scrollata da questo pericoloso torpore, «auspicando un maggior impegno da parte delle autorità italiane per prevenire la violenza basata sull’odio etnico e razziale, affinché non si ripetano più attacchi come quelli di Torino e di Firenze». Più che «giustificare, con l’esigenza di sicurezza, legislazioni e pratiche discriminatorie verso i migranti e le minoranze, le autorità italiane dovrebbero adottare misure che garantiscano un’autentica sicurezza fondata sul rispetto dei diritti umani per tutte le persone che vivono in Italia». Sembrano allora una tristissima, nonché vergognosa e agghiacciante previsione le parole che aprono il sito fortresseurope.blogspot.com (Fortezza Euro-pa), un osservatorio online e una preziosa rassegna stampa sulle vittime dell’immigrazione verso l’Europa, curato da Gabriele Del Grande, che così descrive l’obiettivo del suo lavoro: «Alla ricerca delle storie che fanno la storia. La storia che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni Duemila morirono a migliaia nei mari d’Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città. Mentre tutti fingevano di non vedere».

* Giornalista, aderente al gruppo romano di Noi Siamo Chiesa

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