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40 anni cdb S.Paolo – L’utopia che continua a camminare

Luca Kocci
Adista Notizie n. 36/2013

Erano in oltre 500, lo scorso 5-6 ottobre, nello “storico” salone di via Ostiense, a ricordare e festeggiare i quarant’anni della Comunità cristiana di Base di San Paolo, che, il 2 settembre 1973, poche settimane dopo le dimissioni di Giovanni Franzoni da abate della basilica di San Paolo fuori le Mura, celebrò “fuori dal tempio” la sua prima messa «non autorizzata né proibita» dall’allora vicario del papa per la città di Roma, il card. Ugo Poletti (v. Adista Notizie n. 32/13). «Da allora sono passati quarant’anni e – spiegano dalla Comunità –, come abbiamo fatto dieci e vent’anni fa, abbiamo pensato di fermarci un momento a guardare indietro per poi meglio guardare avanti e proseguire il cammino».

Ad aiutare nella riflessione – dopo la proiezione di filmati storici che hanno ripercorso il cammino, le attività e le battaglie della CdB, e i saluti “istituzionali” di Paolo Masini, assessore alle Periferie del Comune di Roma, ma «soprattutto amico della Comunità», come ha tenuto a presentarsi – Vittoria Prisciandaro, giornalista del mensile Jesus, e Maria Immacolata Macioti, docente di Sociologia delle Religioni all’Università “La Sapienza” di Roma.

Ricorda Prisciandaro come «la Comunità di San Paolo sia stata capace, in questi anni, di tenere le luci accese e di portare nel dibattito politico-ecclesiale temi e questioni che altrimenti sarebbero passati sotto silenzio», perché non affrontati dall’istituzione ecclesiastica e dai suoi mezzi di informazione ufficiali. E aggiunge, senza nascondere le proprie speranze per il futuro, che «questo incontro sarebbe stato molto diverso se si fosse svolto prima del 13 marzo 2013», ovvero prima dell’elezione di Bergoglio al soglio pontificio, in piena era Ratzinger: «Allora c’era una Chiesa che guardava al mondo con timore, che parlava di relativismo e di “principi non negoziabili”. Oggi invece sembra che il tempo sia cambiato e che si vada in un’altra direzione, verso una Chiesa più accogliente e inclusiva, una Chiesa “popolo di Dio”. Confesso – aggiunge – che in questa Chiesa mi sento più a mio agio, mi sembra di camminare su sentieri più vicini a quelli del Concilio. Mi pare che ci sia la volontà di affrontare alcuni nodi: la collegialità episcopale, le Chiese sorelle, il rapporto con le Chiese locali, la riforma della Curia. Insomma forse è cominciato un percorso diverso, che va seguito con attenzione».

Una visione che Macioti condivide solo in parte: «Bergoglio fino ad ora ha azzeccato tutte le mosse, ma non sono sicura che questo pontificato sarà davvero in grado di riformare la Chiesa», puntualizza la sociologa. «Al di là della mia diffidenza verso i cambiamenti che arrivano dall’alto e non salgono dal basso, voglio solo ricordare che anche gli inizi di papa Wojtyla, che mi sembra piuttosto simile a Bergoglio, ebbero un grandissimo successo popolare e mediatico. Poi però abbiamo visto in che direzione è andato quel pontificato. Quindi io suggerirei di essere molto attenti e prudenti anche nei confronti di papa Francesco».

Macioti mette poi in guardia su quelli che potrebbero essere i nodi problematici delle Comunità di Base italiane in questo momento storico: «La trasmissione dell’esperienza alle giovani generazioni che non hanno vissuto la fase storica della CdB; e il rischio che il loro ruolo possa esaurirsi nel momento in cui vengono meno le persone carismatiche attorno alle quali sono nate, che nel caso della Comunità di San Paolo, era addirittura un vescovo, un unicum nel panorama italiano». Il titolo di abate della basilica patriarcale di San Paolo fuori le Mura aveva infatti dignità episcopale, quindi dom Giovanni Franzoni era un vescovo a tutti gli effetti, e in virtù di questo ministero ha partecipato alle ultime due sessioni del Concilio Vaticano II.

Un nodo, quest’ultimo, che però, secondo Marcello Vigli (uno degli animatori delle Comunità di Base italiane), è già stato in parte superato, perché «il grande merito di Enzo Mazzi della Comunità dell’Isolotto, di Giovanni Franzoni e di altri preti che hanno fatto da catalizzatori alla nascita delle CdB è stato proprio quello di calarsi completamente nella comunità, rinunciando al loro ruolo di “potere”. Infatti quando Mazzi e Franzoni sono stati richiamati dalle autorità ecclesiastiche, non hanno risposto loro come singoli preti, ma a rispondere del loro operato e delle loro scelte sono state le comunità tutte intere».

In ogni caso, aggiunge Macioti, «la società e la Chiesa sono profondamente cambiate rispetto a quarant’ anni fa, e le CdB devono trovare il modo, come già stanno cercando di fare, di andare avanti evitando la tentazione di trasformarsi in “isole felici”. Insomma quella della trasmissione dell’esperienza non deve diventare un’ossessione, ma bisogna tenerne conto. Poi, come nella parabola del seminatore, qualche seme cadrà lungo la strada e verrà mangiato dagli uccelli, qualcuno cadrà in un suolo roccioso e inaridirà subito, ma qualcuno cadrà sulla terra buona e crescerà. In ogni caso i semi vanno gettati».

Sono intervenuti poi i numerosi amici della Comunità, dagli esuli argentini accolti alla fine degli anni ‘70 ai ragazzi afghani accampati da anni alla stazione Ostiense che fanno un pezzo di strada insieme alla Comunità (v. Adista Segni Nuovi n. 9/12); dal presidente della Comunità palestinese di Roma a nome di tutti i palestinesi sostenuti dai numerosi progetti della CdB di San Paolo agli amici delle altre Comunità di Base arrivati a Roma per condividere questo momento.

La domenica, celebrazione eucaristica comunitaria, come avviene da quarant’anni, con la riflessione di Giovanni Franzoni che, prendendo spunto da un pensiero di Eduardo Galeano («Lei è all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare»), ha voluto condividere le sue utopie: «Che tutti i popoli lavorino per il bene comune. Che con voli low cost andiamo noi a prendere i profughi nei loro Paesi e li portiamo a Bologna, così da incrementare anche il traffico aereo e dare una mano all’Alitalia e ai padani ad abituarsi all’idea. Far tornare gli ebrei che c’erano una volta a Gaza, creando una convivenza pacifica sotto la protezione delle truppe di Hamas, dei palestinesi in genere».

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La comunità che prega con la Bibbia e il giornale

Luca Kocci
il manifesto, 5 ottobre 2013

Era il 2 settembre 1973 quando le donne, gli uomini e i giovani della comunità della basilica di San Paolo fuori le mura riuniti attorno all’ex abate Giovanni Franzoni uscirono fuori dal tempio e celebrarono la loro prima messa in un salone della via Ostiense, a poche centinaia di metri dalla basilica dove erano soliti incontrarsi, discutere e pregare.

Nacque così la Comunità cristiana di base di San Paolo – che oggi festeggia i suoi 40 anni –, una delle esperienze più significative della stagione del post-Concilio, del “dissenso cattolico” e di quella Chiesa di base lontana dal Vaticano ma vicina al Vangelo che, come un fiume carsico, continua a scorrere nelle profondità nel corpo della Chiesa.

Non è la più anziana delle Comunità di base italiane. Prima di lei, alla fine del 1968, a Firenze era nata la quella dell’Isolotto, attorno a don Enzo Mazzi, in seguito all’episodio che diede il via al ‘68 cattolico: l’occupazione del duomo di Parma da parte di un gruppo di giovani cattolici che denunciavano i finanziamenti delle banche alla Curia per la costruzione di una nuova cattedrale.

Dopo il ‘68 il dissenso cresce sia in Italia che all’estero – in America latina sboccia la teologia della liberazione –, messo in moto dalle istanze di rinnovamento del Concilio Vaticano II, ed arriva fino a Roma, il “cuore dell’impero” ecclesiastico: don Roberto Sardelli lascia la sua parrocchia al Tuscolano e i privilegi che essa gli garantiva per andare a vivere fra i senza casa dell’Acquedotto Felice – uno dei tanti “borghetti” dove migliaia di persone avevano costruito delle abitazioni di fortuna e vivevano ai margini della città – dando vita ad una scuola popolare (la Scuola 725) sul modello di quella di Barbiana; i salesiani allontanano – e poi espellono dalla congregazione – due professori dalla loro università, don Giulio Girardi, fra i maggiori protagonisti del dialogo fra cattolici e marxisti e dei Cristiani per il socialismo, e don Gerard Lutte, che aveva scelto di andare ad abitare con i baraccati di Pratorotondo, alla periferia nord est di Roma, e di sostenerli nelle loro lotte fino all’assegnazione delle case popolari alla Magliana; nasce una moltitudine di gruppi di base riuniti nell’Assemblea ecclesiale romana che si mobilita contro il Concordato e per una «Chiesa povera e dei poveri».

Nella basilica di San Paolo fuori le mura, retta dai benedettini cassinesi, dal 1964 c’è un giovane abate, Giovanni Franzoni, che aveva partecipato alle fasi finali del Concilio e iniziava a farsi interrogare dalle contraddizioni della città e di un quartiere popolato e popolare come San Paolo, animato anche dalla convinzione che la vita monastica non significava isolamento dal mondo ma impegno nella storia. Prende forma così una comunità “orizzontale” di laici, donne e uomini, che cominciano a riflettere sul che fare per vivere un Vangelo ancorato alla società e alla città e si immergono nelle vicende sociali e politiche: l’opposizione alla parata militare del 2 giugno e ai cappellani militari, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam, il sostegno all’obiezione di coscienza al servizio militare, le lotte degli operai licenziati della Crespi (una fabbrica di infissi non lontana dalla basilica), l’attenzione agli emarginati e agli esclusi, in particolare i reclusi nell’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà. A San Paolo si realizza anche quella piena partecipazione dei laici alla vita della Chiesa proclamata dal Concilio e mai compiuta: l’omelia della messa domenicale, celebrata in basilica dall’abate Franzoni, viene preparata il sabato sera in un confronto collettivo e paritario con i laici.

Fascisti e cattolici tradizionalisti protestano – passando anche all’azione con irruzioni durante le assemblee e con scritte contro Franzoni sui muri dei palazzi del quartiere –, i gerarchi ecclesiastici mugugnano e guardano a vista la comunità, ma non trovano elementi per intervenire con delle sanzioni. Fino all’aprile del 1973. «Durante la messa, un giovane andò al microfono per pronunciare la sua preghiera, che veniva proclamata spontaneamente da chiunque – ricorda Franzoni –. In quei giorni sui giornali si parlava di un’operazione speculativa sul dollaro compiuta dallo Ior che era stata criticata addirittura dagli organismi finanziari internazionali. E quel giovane, nella preghiera, chiese che i suoi figli potessero crescere in una Chiesa che non si dovesse vergognare perlomeno di fronte ai santuari del capitalismo. Due giorni dopo venni convocato da mons. Mayer, segretario della Congregazione vaticana dei religiosi, il quale mi chiese di censurare le preghiere. Ne parlammo in comunità. Alcuni mi suggerivano di accettare, aggiungendo però che in tal caso l’esperienza della comunità sarebbe finita perché avrebbe perso l’autonomia. Tornai dal monsignore, gli dissi che non avrei obbedito e contestualmente fissammo la data delle mie dimissioni da abate di San Paolo: il 12 luglio 1973. Credo che tirò un grande sospiro di sollievo».

Prima di lasciare la basilica, Franzoni fa in tempo a pubblicare La terra è di Dio, una lettera pastorale – quindi a pieno titolo un documento del magistero perché San Paolo era sede vescovile – che conteneva un severo atto d’accusa contro la speculazione fondiaria ed edilizia portata avanti con il silenzio e la complicità dell’istituzione ecclesiastica e contro gli stretti legami fra Chiesa e poteri economico, all’ombra della Democrazia cristiana. Il 26 agosto Franzoni celebra la sua ultima messa in basilica, davanti a 3mila persone. E il 2 settembre c’è la prima eucaristia nel salone di via Ostiense: partecipano in più di 800. È nata la Comunità cristiana di base di San Paolo.

Desacralizzare e riappropriarsi del Vangelo per incarnarlo nella storia, in piena autonomia e libertà di coscienza, sarà la linea della Comunità, che in questi 40 anni camminerà “tenendo in mano la Bibbia e il giornale”. Nel referendum del 1974 si schiera a favore del divorzio e in questa circostanza Franzoni viene sospeso a divins, gli viene cioè proibito di amministrare i sacramenti, che in Comunità continueranno ad essere celebrati comunitariamente, con o senza prete. Nel 1976, dopo la sua dichiarazione di voto per il Pci pubblicata sul settimanale Com Nuovi Tempi, viene dimesso dallo stato clericale. Poi il referendum sul divorzio e il coinvolgimento in tutte le lotte sociali degli anni ’80 e ’90. In tempi più recenti l’opposizione alle guerre in Iraq e Afghanistan, la partecipazione al World Gay Pride del 2000, nell’anno del Giubileo; nel 2005 il referendum sulla legge 40, contro l’ordine di astensionismo arrivato dal card. Ruini; poi il sostegno alle battaglie di Beppino Englaro e Piergiorgio Welby, commemorato a San Paolo mentre Ruini gli aveva negato il funerale religioso; oggi le attività con i profughi afghani accampati alla stazione Ostiense, nell’indifferenza delle istituzioni capitoline; le storiche battaglie contro il Concordato e i cappellani militari, ma anche i percorsi di fede con il gruppo biblico e il gruppo donne che, seguendo il filone della ricerca teologica e biblica femminista, approfondisce le tematiche riguardanti la condizione della donna nella Chiesa e nella società. Non un’altra Chiesa ma una Chiesa altra.

1 comment

Bruno Antonio Bellerate, prof. emerito giovedì, 17 Ottobre 2013 at 09:57

Non posso che congratularmi con L.Kocci, bravo “giornalista”, che, tuttavia, penso non abbia vissuto in prima persona, come il sottoscritto, gli avvenimenti di cui parla. Qui però vorrei, in particolare, far notare alla ex-collega M.I.Macioti, che il parallelo tra Giovanni Paolo II (che ho conosciuto bene) e Bergoglio non sta in piedi, dal punto di vista “storico” (non “sociologico”!), per il loro contrario background.

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