Home Comunità Cristiane di Base Belgio. Celebrare l’eucaristia senza preti? di P.Collet

Belgio. Celebrare l’eucaristia senza preti? di P.Collet

Pierre Collet
http://ccbeurope.weebly.com/
  
Il contributo, che viene richiesto alle comunità del Belgio per il Convegno europeo delle comunità cristiane di base 2009, riguarda la nostra esperienza della celebrazione della eucaristia senza preti: trasgressione, scandalo, incoscienza,  una possibilità per il futuro, un gesto profetico? Sono, in effetti, possibili diverse interpretazioni.

Per  evitare di cadere in un approccio ideologico, abbiamo voluto interrogare i-le protagonisti-e, ai-alle quali abbiamo domandato di darci la loro  testimonianza. Delle 30-40 comunità che compongono la piccola rete belga/francofona, una dozzina ha risposto alla indagine ed è sulla base di essa che è stato predisposto il seguente rapporto.

Esso, dunque, non è esaustivo della totalità dell’esperienza delle comunità di base; e  neppure si può ritenere, sulla base di questi dati, che la maggioranza celebra senza preti. Per onestà e completezza, bisogna anche aggiungere che per qualche comunità il tempo della celebrazione eucaristica non è essenziale, in ogni caso non lo è in una forma (liturgicamente) strutturata: esse cercano soprattutto un ‘luogo’ di ristoro, di condivisione, di sostegno reciproco e di amicizia, a volte anche di azione comune.

Per quanto riguardo lo specifico della celebrazione dell’eucaristia senza preti, le risposte sono, in ogni caso,  significative:  da una parte molte  comunità – tra quelle  che hanno risposto – lo fanno e basta; sempre o qualche volta;  mentre altre dichiarano la possibilità di farlo, senza aggiungere altro. Dall’altra parte, l’indagine evidenzia una reale omogeneità sia a livello delle loro  prassi che per quanto attiene alle argomentazioni formulate per spiegarle.
 
Un po’ di storia

E’ all’inizio degli anni ’90 che le comunità cominciano a celebrare l’eucaristia: con o meno la presenza di un prete. Due gruppi affermano di aver cominciato dal 1980. Sono due le ragioni che spesso vengono avanzate.

Come  negli altri  paesi europei, le nostre comunità sono nate sulla spinta dello slancio partecipativo del Concilio e di una certa impazienza dei cristiani a fronte della lentezza o delle tergiversazioni dell’autorità della Chiesa. Esse sono formate, dunque, prevalentemente da persone di una certa età e i preti che hanno partecipato alla loro nascita non sfuggono a questa caratteristica. E’, quindi,  spesso l’assenza, la malattia, la morte di questi preti animatori che stanno all’origine della attuale situazione. L’idea di andare a cercare altrove, magari nella parrocchia  vicina, un prete per essere “in regola”, non è stata mai considerata adeguata: al contrario è stata percepita come un artificio.

Fin dall’inizio, in ogni caso, la scelta  è stata che la preparazione e la conduzione della celebrazione fosse fatta dai membri della comunità. E dunque, anche in presenza di preti, non c’era alcun celebrante accreditato che avesse un “potere” particolare rispetto agli altri partecipanti  Questa prassi della responsabilità condivisa  era unanime: a volte affidando la presidenza a turno, a volte ai piccoli gruppi addetti alla preparazione, altre volte riconoscendo la parità e la complementarità dei diversi cammini, quello che è stato sottolineato e vissuto è l’accoglienza di ciascuna-o,  il riconoscimento di ciò che egli-ella porta alla comunità  e l’affermazione del suo  ruolo insostituibile.

Si può, dunque, affermare senza paura di sbagliarsi, che la ragione fondamentale è stata il riconoscimento della  parità sostanziale tra preti e laici; è questa presa di coscienza che si è progressivamente sviluppata nelle comunità e, quindi, nelle celebrazioni. Sono molte le testimonianze  del fatto che questa evoluzione non sarebbe stata possibile se alcuni preti non si fossero volutamente tirati indietro, al fine di favorire questa dinamica comunitaria: coloro che lo hanno conosciuto ricordano con riconoscenza  una delle grandi idee di Pierre du Locht, che egli ha saputo far condividere con gli altri.

Una terza ragione viene spesso sottolineata, molto vicina alla precedente: “ Noi vogliamo finirla con una visione del sacro che sconfina nella magia. Il prete aveva un potere esclusivo quasi magico per “trasformare” – “la transustanziazione”- il pane e il vino con parole immutabili, sacrosante, che egli solo aveva il potere di pronunciare. Noi eravamo lontani mille miglia da questa visione delle cose. La condivisione eucaristica era divenuta per noi un incontro, una mensa,  forme simboliche certamente, ma di  uomini e donne in carne ed ossa, fortemente ancorati-e nell’umano, radicalmente uguali, animati-e da una fede comune: quella di vivere l’Incontro con il Signore Gesù e di essere da Lui nutriti nel profondo. Alcuni passi delle Scritture suggeriscono questa concezione non clericale della prassi liturgica”.
 
E’ la comunità che celebra

Il documento Kerk en Ambt dei domenicani olandesi, del settembre 2007,  se mai ce ne fosse stato bisogno, è venuto a confortare il convincimento delle comunità [3]. Fedele al concilio Vaticano II, questo documento si fonda su un vero “ ritorno alle fonti” della fede cristiana: la Chiesa è il Popolo di Dio e la struttura gerarchica è letteralmente “secondaria”, in quanto  totalmente al servizio di questo Popolo. In questa prospettiva di  una Chiesa come un corpo di cui la testa non può che essere il Cristo, il documento propone alle comunità locali di  scegliere il loro presidente o la loro ‘équipe’ per celebrare l’Eucaristia. La comunità dovrebbe, quindi, domandare al proprio vescovo di confermare, dopo una consultazione, la loro scelta, con l’imposizione delle mani. Un po’per  provocare, i domenicani aggiungono: “se dovesse capitare che un  vescovo  rifiuta la conferma – “ordinazione”- le comunità abbiano fiducia: esse celebrano una vera eucaristia quando esse sono riunite nella preghiera e nella condivisione del pane e del vino”.

Anche se le nostre comunità di base non si sentono in generale molto interessati a quella struttura evocata precedentemente, esse condividono senza alcuna reticenza il convincimento che è la Comunità che celebra, e non una  persona  particolare, chiunque essa sia. Le due ragioni che giustificano questa posizione sono molto complementari: la dimensione democratica è parte della nostra cultura e, in generale, del nostro impegno nella società; non sarebbe logico che nelle nostre riunioni di comunità, noi lasciassimo sullo zerbino la  preoccupazione che noi portiamo con noi, ogni giorno, della partecipazione e della eguaglianza uomo donna, piccoli grandi, intellettuali e non, ecc.  Certamente, questa scelta dà una certa configurazione socio-politica alle comunità di base, ma noi crediamo che non è capitato diversamente al Regno annunciato da Gesù… La seconda ragione è ancora più evidente: si tratta di essere fedeli al modo in cui il messaggio di Gesù è stato ricevuto e vissuto dai primi cristiani; sono molte le comunità che ci tengono a sottolinearlo:

-“Essi si mostravano assidui all’insegnamento degli apostoli, fedeli alla comunione fraterna, alla frazione del pane e alla preghiera” (Atti 2,42)
– “ Giorno dopo giorno, con un cuore solo, essi frequentavano assiduamente il tempio e spezzavano il pane nelle loro case, e si nutrivano nella gioia e nella semplicità di cuore” (Atti, 2,46)
– “ Quanto a voi, non fatevi chiamare maestri, perché non avete che un solo maestro e voi siete tutti fratelli. Non chiamate nessuno Padre, perché non ne  avete che uno:  il Padre celeste. Non fatevi più chiamare dottori: perché non avete che un solo dottore: il Cristo. Il più grande fra voi sarà vostro servitore; chiunque si innalzerà, sarà abbassato e chiunque si abbasserà,  sarà innalzato” (Mt. 23,8-12).
-“ Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”(Mt.18,20).
 
Questioni aperte

Non c’è dubbio che la scelta di celebrare l’eucaristia senza preti non è stata senza  fatica  o senza complessi; alcune comunità ricordano che questa scelta ha provocato l’abbandono di alcuni membri; ma in generale la valutazione è molto positiva per le ragioni appena dette. Ciò non impedisce che molte questioni restano aperte: esse si possono così riassumere.

A livello del funzionamento delle celebrazioni, la prima questione riguarda un certo rischio di anarchia (“non si sa chi, non si sa cosa, non si sa come”) che fa correre il pericolo di vedere rimpiazzata la leadership del prete da parte di un qualche altro guru…Nessuna testimonianza arriva a questa esplicita deriva, né alcuna invoca un qualche “statuto speciale”, ma tutti insistono sulla necessità di rispettare delle regole ( anche  soltanto una “carta”),  da sottoporre ad una continua valutazione o di affidarsi ad un sistema di delega temporanea: “le assemblee dei discepoli di Gesù sono sempre state “strutturate”, ansiose di manifestare che la loro origine proveniva dalla iniziativa di Gesù e non dalla loro, ed esprimevano questa realtà attraverso una attribuzione di ruoli, sulla base di carismi dati dallo Spirito”.

Più complicata è la questione di una sorta di “banalizzazione del sacro”.Noi non siamo ancora  tutti usciti dalla confusione tra il sacro e il magico. E per rispettare la fede personale e il cammino di ciascuno, molte testimonianze fanno riferimento a momenti di silenzio e di raccoglimento e di una formale espressione di preghiera in collegamento con la condivisone della parola.

La ultima questione porta, infine, ai collegamenti tra le comunità e gli altri cristiani: è la questione del rischio di “settarismo”. C’era senza dubbio un poco di questo consapevolezza nella volontà di Ernest Michel, quando egli ha messo in piedi un “coordinamento” tra le comunità di base. Ma al di là di questo circuito, si tratta comunque di tenere le porte ben aperte, di rifiutare il ripiegamento in piccoli gruppi chiusi e nostalgici, di assicurare il collegamento attivo con la società e con la Chiesa locale. Il “come” di questi riconoscimenti reciproci è  necessariamente variabile, dipende molto dalle persone e dai luoghi, ma non  deve essere   mai  da dimenticato.

Due citazioni, per concludere questo tentativo di sintesi.

La prima viene dalla Parrocchia libera di Bruxelles. “ Senza pretendere che la nostra prassi liturgica sia l’unica buona, la sola valida, senza soprattutto volere che essa venga imposta dovunque, noi possiamo almeno dire che i nostri incontri sono tranquilli, pacificanti, pieni di speranza, che li viviamo con il sentimento di avere trovato progressivamente un modo di funzionamento umanamente e spiritualmente soddisfacente: cioè, soprattutto, dove ciascuno e ciascuna ha il suo posto, il suo ruolo, la sua voce – qualunque sia il suo sesso, la sua formazione, il suo personale percorso, pubblico o privato”.

La seconda, in queste parole di Gérard Fourez, che partecipa ad una comunità di base di Namur: “Cosa  è che fa che ci sia una eucaristia? La presenza di un prete o la esistenza di una comunità, che – seguendo Gesù – dice: ecco la mia vita che io dono. Non sono le parole della consacrazione che fanno che ci sia l’eucaristia e che Dio sia presente. E’ l’impegno della comunità, suscitata dallo Spirito e dal Vangelo. E’ così che, quando una comunità si riunisce per fare memoria – con le parole e con le azioni – della buona Novella di Gesù Cristo, essa celebra l’eucaristia,  che ci sia o meno un prete ordinato”. 

Vienna, 1 maggio 2009

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Notes

[1] A cette occasion, nous avons publié plusieurs articles autour de la question. Le plus explicite est celui de Gérard FOUREZ, Faut-il un prêtre pour qu’il y ait une messe ? La difficile sortie d’un catholicisme magique, nov 2007. On peut le trouver sur la page “Publications” du site de www.paves-reseau.be, ainsi que quelques autres de Paul TIHON, Ignace BERTEN, Jean KAMP, André LASCARIS, Juan CEJUDO et Gabriel SÁNCHEZ, etc
[2] Gérard FOUREZ, article cité.
[1] Bei diesem Anlass haben wir dazu mehrere Artikel zu dieser Frage publiziert. Die klarste Schrift dazu ist von Gérard FOUREZ, Faut–il un prêtre pour qu’il y ait une messe? La difficile sortie d’un catholicisme magique, nov 2007. Der Artikel befindet sich in der Seite “Publications” von www.paves-reseau.be, sowie einige weitere von Paul THION, Ignace BERTEN, Jean KAMP, André LASCARIS, Juan CEJUDO und Gabriel SANCHEZ, etc.
[2] Gérard FOUREZ, im zit. Artikel        
[3]  Abbiamo pubblicato diversi articoli sulla problematica. Il più importante è quello di Gerard FOUREZ, C’è bisogno del prete per una messa? La difficile uscita da un cattolicesimo magico, nov. 2007. Cfr il sito www.paves-reseau.be ; come pure altri articoli di altri autori: Paul TIHON, Ignace BERTEN, Jean KAMP, André LASCARIS, Juan CEJUDO, Gabriel SANCHEZ, ecc.

2 comments

VeraLezzi venerdì, 30 Maggio 2014 at 15:45

Tutti possono, anzi devono vivere Dio nutrimento e gioia delle nostre vite, e possono, e devono farlo sia individualmente che insieme, senza bisogno alcuno di delegarne ad altri il diritto-dovere santo.

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CosmoTuri venerdì, 30 Maggio 2014 at 21:47

La struttura Religiosa, in quanto struttura è potere, prima ti stordisce con il “peccato di origine”, dopo ti fa rivivere con il Battesimo rivelandoti che sei “Figlio di Dio” impedendoti, mantenendoti sotto la sua tutela, di esprimere la ricchezza sacerdotale di ogni Figlio di Dio in quanto “figlio dell’uomo”. impedisce che si aprano i cieli e che l’uomo prenda coscienza di essere Figlio dell’Eterno riconoscendo in tutti gli uomini in quanto genere umano di crescere ed esprimere tutta la ricchezza… della libertà di un “Dio” d'”Amore”!!!

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