Intelligenza Artificiale: la persona al centro di P. Sales

Nello scorso numero di Viottoli è stato pubblicato un articolo in cui ho cercato di raccontare la storia e le modalità di funzionamento dei sistemi di intelligenza artificiale; nel frattempo, alcune cose che poco meno di un anno fa erano previsioni sono diventate cronaca. È il momento di riprendere il filo del discorso parlando di privacy e tutela dei dati, di IA nel lavoro e nella scuola, di salute mentale, di IA e teologia

La privacy e i nostri dati

Quando utilizziamo sistemi di intelligenza artificiale generativa (ChatGPT, Claude, Gemini, Copilot, Perplexity, Grok, Deepseek, Mistral, Llama, Qwen) o qualunque altra app o programma online, state condividendo informazioni personali (a volte anche riservate) con aziende private. Questa è una realtà delle tecnologie moderne che, dobbiamo conoscere.

Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), in vigore dal 2018, è il fondamento della tutela della privacy in Europa: in esso viene sancito il diritto al consenso informato prima che un’azienda utilizzi i dati degli utenti, il diritto di conoscere quali informazioni un’azienda possieda su di noi e il diritto all’oblio, ossia la possibilità di chiedere la cancellazione delle proprie informazioni personali, salvo alcune eccezioni previste dalla legge. Nel GDPR è presente, inoltre, il principio della “Privacy by Design”: chi scrive un programma deve progettare la protezione dei dati fin dal primo momento, evitando di aggiungerla come una soluzione successiva.

Con l’arrivo di sistemi di intelligenza artificiale sempre più presenti nella vita quotidiana — assistenti vocali, chatbot, programmi che analizzano le email per suggerire risposte — la quantità di dati condivisi, spesso inconsapevolmente, è cresciuta enormemente. Comprendere il contenuto dei “Termini di Servizio” al momento della firma rimane un piccolo gesto di responsabilità personale, oggi ancora più necessario.

Cina ed Europa: due strade diverse

Mentre l’Unione Europea privilegia il diritto individuale alla privacy, la Cina mantiene un approccio centrato sul controllo statale, con sistemi di sorveglianza di massa basati su IA, riconoscimento facciale capillare e meccanismi che valutano il comportamento dei cittadini attraverso punteggi di “credito sociale”. La stessa tecnologia, utilizzata secondo logiche politiche e culturali opposte, produce esiti molto diversi. Non si tratta di una questione di “IA buona” contro “IA cattiva”, ma di scelte collettive sull’utilizzo della stessa.

LAI Act europeo

Nel dicembre 2023 l’Unione Europea ha approvato l’AI Act, il primo regolamento al mondo volto a governare lo sviluppo e l’uso dell’intelligenza artificiale.

L’AI Act si basa su due pilastri:

  1. Sicurezza: i sistemi di IA non devono fare male alle persone, né fisicamente né mentalmente. Un programma che usa il riconoscimento facciale per controllarvi, per esempio, deve avere salvaguardie per non discriminare.
  2. Trasparenza: dovete sapere quando state interagendo con un’IA. Se leggete un articolo scritto da un programma, vi deve essere detto chiaramente.

La legge classifica i sistemi di IA in categorie di rischio:

  • Alto rischio: sistemi che potrebbero discriminare le persone o minacciare i loro diritti. Esempio: algoritmi usati per decidere se assumere una persona, o per il riconoscimento facciale nei luoghi pubblici. Questi devono essere testati rigorosamente prima di essere usati.
  • Basso rischio: sistemi come i chatbot per il servizio clienti, che hanno minore potenziale di danno.

Cosa significa nella pratica? Se un’azienda vuole usare l’IA per leggere curriculum e decidere chi intervistare, deve prima verificare che il suo programma non discrimini le donne, le persone di colore, o altri gruppi. Deve documentare come ha fatto questo test. Deve essere trasparente sui suoi criteri.

Il testo è entrato formalmente in vigore il 1° agosto 2024, con un calendario di applicazione distribuito su più anni: dal febbraio 2025 sono vietate le pratiche considerate a rischio “inaccettabile”, come la manipolazione psicologica inconsapevole delle persone o l’attribuzione di punteggi sociali ai cittadini; dall’agosto 2025 sono scattati gli obblighi per i modelli “general purpose”, ovvero i grandi modelli che alimentano sistemi come ChatGPT, Gemini o Claude. La legge prevede inoltre, fin dalle prime fasi, l’obbligo per le aziende di promuovere un’adeguata competenza sull’IA tra il proprio personale.

La data più attesa è il 2 agosto 2026, termine per la piena operatività degli obblighi più severi riguardanti i sistemi “ad alto rischio” (come gli algoritmi usati per le assunzioni o per il riconoscimento facciale nei luoghi pubblici o altri dati sensibili che possano entrare in gioco nella sanità, nel lavoro, nella scuola), i divieti sulle pratiche più pericolose e l’obbligo per tutti gli utenti di etichettare chiaramente i contenuti (testi, immagini, video…) generati dall’intelligenza artificiale.

Le sanzioni per chi viola i divieti assoluti possono raggiungere i 35 milioni di euro o il 7% del fatturato globale annuale dell’azienda, a seconda della cifra più alta.

Anche l’Italia, nel frattempo, si è dotata di una propria legge organica: la legge 132 del 2025. A giugno 2026 il governo ha approvato i primi due decreti attuativi, che regolano in modo dettagliato l’uso dell’IA nelle attività di polizia — vietando la sorveglianza di massa e ammettendo il riconoscimento facciale in tempo reale solo in casi eccezionali, come la ricerca di persone scomparse, e sempre con l’autorizzazione di un’autorità giudiziaria — e individuano le autorità italiane competenti a vigilare sul rispetto delle regole, tra cui l’Agenzia per l’Italia Digitale e l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale.

I rischi concreti dellintelligenza artificiale

Parlare di benefici è importante, ma resta cruciale comprendere i rischi reali dell’intelligenza artificiale.

Il problema delle allucinazioni

Uno dei problemi più interessanti dei sistemi di intelligenza artificiale generativa è la tendenza talvolta a generare informazioni false, “inventare cose”. Gli esperti le chiamano “hallucinations”, allucinazioni. Immaginate di chiedere a un’IA di suggerirvi un buon libro di fantascienza degli anni Settanta: il programma potrebbe rispondervi con il titolo di un libro che non esiste, scritto da un autore che non esiste, con una trama che suona plausibile perché è costruita su pattern simili a libri veri incontrati durante il suo addestramento. Se prendeste quel suggerimento per vero e cercaste il libro in biblioteca, non lo trovereste: è un errore convincente, che sembra vero perché è costruito in modo logico, ma è falso. Per questo è sempre importante verificare le informazioni che l’IA vi fornisce, soprattutto quando riguardano fatti importanti: sanità, finanze, questioni legali.

I bias e la discriminazione

Un altro problema serio è il “bias”, il pregiudizio. L’IA impara dagli esempi contenuti nei dati: se quei dati contengono pregiudizi umani, l’IA li riproduce e li amplifica. Un esempio storico, che resta tra i più citati: nel 2015 Amazon aveva sviluppato un sistema di IA per selezionare i curricula da esaminare. Il sistema aveva imparato dai dati storici di chi era stato assunto in precedenza, e poiché storicamente erano stati assunti più uomini in ruoli tecnici, l’IA aveva imparato a preferire i curricula maschili. La discriminazione era involontaria, ma reale. È anche per evitare casi come questo che le nuove normative, come abbiamo visto, richiedono controlli sui sistemi di IA prima che vengano messi in uso.

Il deepfake

Un “deepfake” è un video o un’immagine falsa creata dall’IA, talmente realistica da sembrare vera: immaginate un video in cui dite cose che non avete mai detto. Non è un semplice errore fotografico, ma una falsificazione sofisticata, difficile da riconoscere, che può essere usata per diffamare qualcuno, manipolare l’opinione pubblica prima delle elezioni o realizzare frodi, per esempio facendo credere che il proprio capo stia chiedendo un trasferimento urgente di denaro.

Con l’applicazione progressiva dell’AI Act, i contenuti generati o manipolati dall’intelligenza artificiale devono ormai essere etichettati chiaramente come tali, un obbligo che vale per le grandi piattaforme e, in prospettiva, anche per chi pubblica contenuti online. Anche i decreti italiani approvati a giugno 2026 si muovono nella stessa direzione, con regole più severe sull’uso del riconoscimento facciale: un segno che la falsificazione dell’identità digitale resta una priorità per chi scrive le leggi.

LIA e il lavoro: cosa dicono i dati più recenti

Una domanda che molti continuano a porsi è se l’IA finirà per “rubare” il lavoro. La risposta è: non direttamente, ma cambierà in profondità il panorama lavorativo, soprattutto per i lavori creativi e amministrativi.

I settori più interessati

  • Creatività e media: scrittori, disegnatori, compositori. Oggi le redazioni giornalistiche usano IA per scrivere articoli di routine su eventi sportivi o risultati finanziari.
  • Servizio clienti: molte aziende usano chatbot per rispondere alle domande frequenti, riducendo il bisogno di operatori umani.
  • Amministrazione: la compilazione di moduli, l’estrazione di dati da documenti, è sempre più automatizzata.

Il World Economic Forum, nel suo più recente Future of Jobs Report, stima che entro il 2030 l’intelligenza artificiale e le altre tecnologie digitali porteranno alla scomparsa di circa 92 milioni di posti di lavoro nel mondo, ma ne creeranno circa 170 milioni di nuovi, con un saldo positivo di 78 milioni. Quasi un ruolo su quattro, secondo lo studio, cambierà in modo significativo. I settori più esposti restano quelli amministrativi e quelli legati alla produzione di contenuti standardizzati — oggi molte redazioni giornalistiche usano l’IA per scrivere articoli di routine su risultati sportivi o finanziari — mentre cresce la domanda di competenze come il pensiero critico, la capacità di adattamento e l’alfabetizzazione digitale.

Il lato positivo è che le competenze umane rimangono insostituibili: nessun algoritmo può automatizzare completamente il discernimento e la decisione etica, l’empatia e la relazione umana, il pensiero creativo davanti a problemi complessi. Quello che cambia è il modo di lavorare: invece di scrivere un testo dal nulla, uno scrittore userà l’IA come assistente, che genera una bozza da raffinare, migliorare, personalizzare con una voce propria. Avrà successo, in futuro, chi imparerà a usare l’IA come uno strumento, non chi cercherà di competere con essa.

L’intelligenza artificiale nella scuola: opportunità e rischi

L’IA continua a trasformare il modo in cui si insegna e si apprende, e questo richiede ancora cautela. Tra gli aspetti positivi vi è la personalizzazione: un programma di IA può adattare il materiale al ritmo di apprendimento e alle caratteristiche personali di ogni studente; permette di avere un feedback immediato, che evita di aspettare giorni per avere una valutazione; facilita in certi ambiti sociali l’accesso alle risorse educative.

La stessa normativa, del resto, si è fatta più precisa su questo punto: l’AI Act chiede esplicitamente a chi fornisce o utilizza sistemi di intelligenza artificiale — comprese le scuole — di promuovere un’adeguata alfabetizzazione tecnologica tra il personale che conduca ad un uso consapevole responsabile dei sistemi IA, traducendolo in obbligo normativo.

Il rischio resta però quello dell’isolamento: troppe ore davanti a un’IA possono far perdere agli studenti abilità sociali essenziali, perché la scuola non è solo imparare una materia, ma anche lavorare insieme, risolvere conflitti, negoziare. Ed è per questo che nessuna intelligenza artificiale può sostituire un insegnante capace: l’IA può dare informazioni, fornire contenuti, semplificarne l’accesso, ma non può ispirare, incoraggiare uno studente demoralizzato, adattarsi intuitivamente ai bisogni emotivi di una classe.

Il ruolo dell’insegnante, nel futuro che si sta disegnando, sarà quello di supervisore critico dell’IA e mediatore della tecnologia, capace di dire: “Questo strumento è utile per questo compito, ma non per questaltroQui c’è un errore nel risultato dellIA, sapete riconoscerlo?”.

L’IA e la salute mentale: una ferita che si è aperta

Negli ultimi anni chatbot come Replika, Character.AI o MyAI di Snapchat (programmi progettati per avere conversazioni personali, incoraggianti, non giudicanti, sempre disponibili e comprensivi) sono diventati “amici virtuali” per molti giovani, sollevando il problema della “solitudine digitale”.

Negli Stati Uniti diverse famiglie hanno avviato cause legali contro Character.AI e contro OpenAI, sostenendo che i chatbot delle due piattaforme avrebbero contribuito al suicidio dei loro figli adolescenti; in un caso, quello di un sedicenne californiano, i genitori sostengono che il programma avrebbe fornito al ragazzo anche informazioni utili a portare a termine il gesto. Una ricerca dell’organizzazione Common Sense Media ha rilevato che oltre il 70% degli adolescenti statunitensi ha già usato un compagno virtuale basato su IA, e che circa la metà lo fa regolarmente.

Di fronte a queste vicende, Character.AI ha annunciato a fine ottobre 2025 che, dopo un periodo transitorio con un limite di due ore al giorno, dal 25 novembre dello stesso anno avrebbe vietato del tutto le conversazioni aperte ai minori di 18 anni: la prima grande piattaforma di chatbot a prendere una misura così drastica.

La California ha approvato una legge specifica sui chatbot “compagni” di IA, entrata in vigore all’inizio del 2026, e a gennaio 2026 Character.AI e Google, che ha legami societari con la piattaforma, hanno raggiunto un’intesa preliminare per chiudere alcune delle cause più gravi. Anche OpenAI, da parte sua, ha riconosciuto pubblicamente, con l’aiuto di centinaia di professionisti della salute mentale, che ogni settimana centinaia di migliaia di utenti di ChatGPT mostrano segnali di disturbi psichiatrici gravi, e che oltre un milione scrive messaggi con intenzioni suicide esplicite.

Quando si chatta con un’IA cresce l’illusione di una relazione reale, ma è una relazione a senso unico: il programma non prova emozioni vere, non conosce davvero chi gli scrive, non crescerà insieme a lui. E molti di questi servizi raccolgono le conversazioni per profilare meglio chi li usa, anche a fini pubblicitari: quello che sembra un amico è, in parte, anche uno strumento di raccolta dati.

L’IA, tuttavia, può avere un ruolo positivo nella salute mentale se resta uno strumento e non un sostituto: può aiutare a monitorare l’umore nel tempo, ricordare tecniche di rilassamento, fare da ponte verso un professionista umano. Non può, e non deve, sostituire la psicoterapia vera, che richiede relazione, storia personale e discernimento umano: qualità che nessun algoritmo possiede

LIA come nuova frontiera teologica e pastorale per la Parola


L’intelligenza artificiale sta emergendo come un interlocutore teologico e metodologico di grande potenza per lo studio, l’esegesi, e l’uso pastorale dei testi biblici e religiosi. La sua utilità non risiede soltanto nella capacità computazionale, ma nell’opportunità di rinnovare il metodo interpretativo e il discernimento spirituale alla luce della modernità digitale.

Lintelligenza artificiale come strumento ermeneutico

Nel campo dell’esegesi biblica, l’IA consente analisi linguistiche, semantiche e storiche di una vastità e precisione mai raggiunte prima. Grazie all’elaborazione del linguaggio naturale, può confrontare traduzioni, individuare modelli retorici e tematici, e offrire mappe di corrispondenze tra passi vetero- e neotestamentari, favorendo una “esegesi integrale” che unisce dati storici e teologici.

Un recente studio della Duke University, ad esempio, ha utilizzato l’intelligenza artificiale per confrontare le varianti linguistiche e individuare specifiche mani redazionali in diverse sezioni dei libri biblici.

Queste tecnologie integrano e non sostituiscono l’esegesi tradizionale: permettono di elaborare analisi comparative su larga scala, visualizzare citazioni intertestuali e generare ipotesi sui nessi tra testi, culture e teologie.

Tuttavia, come sottolineano autori biblisti contemporanei, il ruolo dell’IA deve restare quello di supporto: strumento per ampliare la conoscenza, non sostituire la comunità ermeneutica che interpreta la Parola in modo spirituale e comunitario.

Teologia dellartificiale e discernimento

Alcuni teologi, come Andrea Valori e Khegan Delport, propongono l’idea di una “teologia dell’artificiale”, in grado di riconoscere nel processo creativo umano un riflesso dell’immagine divina, ma anche di vigilare sui rischi di idolatria tecnologica, secondo cui la riflessione cristiana deve superare il dualismo tra naturale e tecnologico.

L’intelligenza artificiale, creazione dell’uomo a immagine del Creatore, partecipa simbolicamente alla dinamica del “custodire e coltivare” il creato (Gen 2,15). Tuttavia, questo non giustifica un’adorazione tecnologica: l’uso dell’IA deve essere accompagnato da discernimento etico, apertura al trascendente e rispetto della libertà umana. Joshua Baru, in sei tesi recenti, invita a leggere l’IA non come minaccia, ma come occasione per rinnovare il linguaggio della fede e il rapporto tra l’uomo e il mistero della conoscenza.

Il futuro, secondo questa prospettiva, non sarà fatto di “macchine credenti”, ma di esseri umani capaci di usare le macchine come mediatori intelligenti della fede, nelle scuole teologiche, nei seminari, e persino nella catechesi digitale.

La Bibbia stessa, con la sua distinzione tra profezia e divinazione in Deuteronomio 18, fornisce una categoria interpretativa utile: l’IA non può essere consultata come un oracolo, ma utilizzata come strumento profetico che stimola la riflessione e la conversione personale.

IA e teologia: dal calcolo al mistero

Nel rapporto tra teologia e IA, si delinea un confine tra il mistero della fede e la logica del calcolo. L’IA può assistere nella comprensione dei testi, ma non può sostituire l’esperienza dello Spirito né l’atto di fede che dà senso alla Parola.

Secondo Vito Mancuso, l’intelligenza artificiale ha valore religioso solo se “promuove la libertà e la dignità della persona”, rifiutando ogni deriva di idolatria tecnologica. In questa prospettiva, l’IA diventa un’occasione per rilanciare la teologia della creazione e della responsabilità, ricordando che la scienza non è infallibile e che la dignità umana non può essere ridotta ad algoritmo.

Etica e discernimento spirituale

L’uso responsabile dell’IA richiede uno statuto etico chiaro, fondato su una teologia della persona e del limite. Paolo Benanti, teologo francescano, sottolinea che ogni tecnologia riflette scelte morali e interessi politici, quindi l’IA va regolata da criteri di discernimento e giustizia.

La riflessione etica deve dunque precedere l’applicazione, per evitare ciò che l’articolo “AI e Religione: Fede nell’Algoritmo o Etica Trascurata?” definisce “la tentazione dell’onniscienza digitale”, cioè la sostituzione del divino con il meccanico.

Uso pastorale e catechetico

Nella pastorale, l’IA apre prospettive per un accompagnamento spirituale personalizzato, la formazione teologica accessibile e la diffusione della Parola a nuove generazioni con linguaggi contemporanei.

Nel gennaio 2025 il Dicastero per la Dottrina della Fede ha pubblicato la nota “Antiqua et Nova” sulle implicazioni spirituali dell’intelligenza artificiale: la tecnologia, se orientata al bene comune e alla dignità della persona, può essere un potente mezzo di evangelizzazione e di dialogo interculturale. L’IA può “assistere” la ricerca spirituale, ma solo se preserva la dignità umana e la libertà di coscienza, senza mai ridurre la fede a calcolo. Tuttavia, la catechesi mediata dall’IA non deve mai ridursi a una comunicazione impersonale. L’autenticità dell’esperienza di fede esige empatia, testimonianza e reciprocità che nessun algoritmo può sostituire.

Nel campo pastorale, l’IA offre strumenti di traduzione simultanea, accessibilità e formazione biblica interattiva. Esperimenti come “AI Jesus”, una piattaforma che simula dialoghi ispirati alla voce di Cristo, sono già stati utilizzati in contesti educativi e spirituali, aiutando utenti con difficoltà comunicative o psicologiche a ritrovare un dialogo con la dimensione religiosa.

Allo stesso modo, la teologia digitale vede nella “Parola che diventa interattiva” un modo nuovo per evangelizzare, studiare e meditare i testi sacri in chiave globale e multilingue.

Etica e responsabilità morale

La Chiesa sottolinea che la vera sfida dell’intelligenza artificiale non è tecnologica ma antropologica. Come osserva “Agenda Digitale” nel contributo “Uso etico e morale dell’Intelligenza artificiale”, la dignità umana, la giustizia sociale e il bene comune devono essere i criteri guida.

L’IA può diventare un’estensione della cura pastorale solo se non compromette l’autonomia morale dell’uomo e la libertà del discernimento spirituale.

Al contrario, l’attribuzione di infallibilità alle macchine, analogamente a un divino impersonale, genera la “sospensione della responsabilità” — uno dei principali pericoli etici del tempo digitale.

In prospettiva, l’IA potrà:

  • sostenere la filologia biblica e la critica storica con analisi multilivello;
  • aiutare la modellazione semantica di concetti teologici complessi
  • promuovere piattaforme di dialogo interreligioso automatizzato;
  • fungere da assistente teologico per predicatori, docenti e catechisti.

Ma, come ricorda Vito Mancuso, “la tecnologia è autenticamente religiosa solo quando promuove la libertà”. L’intelligenza artificiale, dunque, deve rimanere il frutto della libertà creatrice e non il suo sostituto.

Linee guida etiche per usare l’IA in contesti pastorali

Le linee guida etiche per l’uso dell’intelligenza artificiale in contesti pastorali si fondano su documenti ufficiali della Santa Sede pubblicati nel 2025 ed in particolare sulla Nota “Antiqua et Nova” del Dicastero per la Dottrina della Fede e sulle Linee Guida Vaticane sull’Intelligenza Artificiale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. Questi testi costituiscono la cornice più autorevole per l’impiego dell’IA nel servizio alla fede.

L’uso dell’IA in ambito pastorale deve rispettare la dignità della persona e il valore trascendente dell’essere umano. La tecnologia è accettabile solo se rimane strumento al servizio dell’uomo e non fine a sé stesso:

  • Le Linee Guida Vaticane ribadiscono che ogni applicazione deve mantenere un chiaro orientamento antropocentrico, evitando modelli che possano ridurre la persona a semplice dato numerico o target digitale.
  • Antiqua et Nova vieta di considerare l’IA come se possedesse una vera “intelligenza” spirituale, ricordando che solo l’essere umano è imago Dei.

Ogni strumento di IA usato in ambito pastorale o catechistico richiede supervisione umana costante:

  • Le decisioni e le risposte prodotte da sistemi automatizzati devono essere trasparenti e spiegabili, per permettere la verifica teologica e spirituale da parte di operatori qualificati.
  • La responsabilità morale e giuridica resta sempre in capo all’essere umano; nessuna funzione di IA può sostituire il discernimento personale, il consiglio spirituale o la direzione pastorale.

L’uso dell’IA nella catechesi, nella liturgia o nella pastorale digitale non deve simulare o sostituire le relazioni personali:

  • Antiqua et Nova avverte che la fede nasce dall’incontro tra persone reali, e nessun algoritmo può riprodurre empatia, grazia o presenza spirituale.
  • L’intelligenza artificiale può invece sostenere la pastorale attraverso strumenti accessibili, traduzioni bibliche per fedeli con disabilità o supporti educativi multilingue, se integrati con prudenza.

Ogni applicazione deve promuovere equità e giustizia sociale, in linea con la dottrina sociale della Chiesa:

  • L’IA deve essere progettata e usata per favorire l’inclusione, non per escludere. È vietato qualsiasi utilizzo che comporti discriminazione o che limiti l’accesso ai servizi pastorali, specialmente per persone vulnerabili o disabili.
  • Papa Leone XIV ha ribadito che l’IA va “governata con responsabilità e orientata al bene della persona”.

Le Linee Guida Vaticane invitano infine a esercitare una “ecologia digitale”: usare le tecnologie con sobrietà, evitando sprechi informatici e modelli che accrescano le disuguaglianze globali. L’IA pastorale deve essere progettata in modo sostenibile, sicuro e rispettoso della privacy.

Lenciclica Magnifica Humanitas

Il 15 maggio 2026, esattamente 135 anni dopo che Leone XIII aveva pubblicato la “Rerum Novarum”, papa Leone XIV ha firmato la sua prima enciclica, “Magnifica Humanitas”, dedicata per intero all’intelligenza artificiale. Il documento, presentato pubblicamente il 25 maggio in Vaticano, porta come sottotitolo “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale” ed è un testo lungo, diviso in cinque capitoli.

Uno dei passaggi più significativi è il richiamo all’episodio della torre di Babele, in Genesi 11: il tentativo umano di costruire una torre che arrivi al cielo, escludendo Dio. Secondo il pontefice, quel racconto antico descrive bene un rischio che si ripropone oggi con l’intelligenza artificiale, la tentazione di costruire il futuro lasciando Dio fuori dal progetto e riducendo l’altro essere umano a semplice mezzo. Sono parole dure ma non disperate: l’enciclica invita a fermare “il cantiere dell’ennesima Babele” e a unire le forze per costruire nel bene, nella convinzione che l’esito negativo non sia inevitabile.

Una delle espressioni più riprese del documento è l’invito a “disarmare” l’intelligenza artificiale: non solo nel senso militare, anche se il papa è esplicito nel ricordare che nessun algoritmo può rendere la guerra moralmente accettabile, ma in un senso più ampio, che riguarda la vita quotidiana di tutti. Disarmare, in questa accezione, non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedire che essa arrivi a dominare l’essere umano.

Il parallelo con la Rerum Novarum non è casuale. Così come Leone XIII, alla fine dell’Ottocento, difendeva la dignità dei lavoratori dalle conseguenze più dure della rivoluzione industriale, Leone XIV guarda alla transizione verso l’intelligenza artificiale come a una trasformazione di portata analoga. Il lavoro, ricorda l’enciclica, non serve solo a guadagnarsi da vivere: è parte della realizzazione personale e della dignità umana. Per questo il rischio di un’economia in cui le persone valgono solo in base alla loro efficienza misurabile va preso sul serio, e il pontefice chiede ai governi di aprire un confronto strutturato con le imprese, la comunità scientifica e le parti sociali, affinché le tutele nate per i lavoratori durante la prima rivoluzione industriale possano essere ripensate per l’era digitale.

L’enciclica non si limita a osservare da lontano il mondo della tecnologia, ma chiede un confronto diretto con chi la costruisce. Alla presentazione del documento in Vaticano era presente Christopher Olah, cofondatore della società americana Anthropic e responsabile della ricerca sulla “interpretabilità” dell’intelligenza artificiale, la disciplina che cerca di capire cosa accade realmente dentro questi sistemi. Nelle settimane precedenti, Leone XIV aveva incontrato anche rappresentanti di Google, Meta e Amazon. Il Vaticano ha chiarito che la presenza di questi interlocutori non equivale a un’approvazione delle loro attività, ma esprime la volontà di dialogare con chi decide concretamente come l’intelligenza artificiale si svilupperà.

C’è, infine, un appello specifico ai più giovani e a chi li educa: l’enciclica chiede ai governi un impegno concreto per proteggere i bambini dai contenuti violenti e da quelli che sessualizzano il corpo umano, e per favorire fin dalla scuola un approccio critico verso questa tecnologia, un’eco diretta di quanto la cronaca ha purtroppo confermato negli ultimi mesi.

Resta valido, infine, l’insegnamento più semplice e più antico: non adorare gli idoli. Nel nostro tempo, l’idolo può prendere la forma della tecnologia stessa, la tentazione di credere che una macchina intelligente possa risolvere domande che richiedono saggezza umana e spirituale. Non può. L’intelligenza artificiale resta, anche per Leone XIV, uno strumento: potente, capace di assistere la ricerca biblica, di confrontare traduzioni, di trovare connessioni tra testi, ma sempre uno strumento, mai un sostituto dell’incontro, del mistero e della libertà che la fede comporta.

Come dunque usare responsabilmente l’IA nella vita quotidiana

Verificare sempre le informazioni importanti. Se un’IA vi dice che un farmaco cura una malattia, chiedete al vostro medico; se vi genera una ricetta, cercate conferma altrove. L’IA è una fonte di informazione, non l’autorità finale.

Essere consapevoli di cosa condividete. Le domande che scrivete a un’IA pubblica vengono spesso memorizzate sui server dell’azienda che la gestisce: evitate di scrivere numeri di conto corrente, password o informazioni mediche sensibili.

Non lasciare che l’IA faccia scelte morali per voi. Se un’IA vi suggerisce di dire una bugia per evitare un conflitto, non seguite il suggerimento solo perché viene da un programma “intelligente”: voi avete esperienza e coscienza, l’IA no.

Insegnare ai più giovani a pensare criticamente. Un testo scritto al cento per cento da un’IA non è apprendimento, è copiare. Un testo in cui l’IA aiuta a strutturare le idee, e lo studente le riscrive con il proprio pensiero, è invece un uso consapevole della tecnologia: è esattamente ciò che l’enciclica di Leone XIV chiede ai governi e alle scuole di favorire.

L’intelligenza artificiale non è né nemica né salvatrice, ma uno strumento potente creato da esseri umani, che amplifica sia il nostro bene che i nostri pregiudizi. Il futuro dipende dalle scelte che facciamo oggi: quali regole stabiliamo per l’IA, come decidiamo di usarla nelle nostre istituzioni, come educhiamo le persone a usarla con consapevolezza, come proteggiamo chi potrebbe essere più esposto ai suoi rischi.

Non è necessario conoscere il funzionamento tecnico delle reti neurali per contribuire al dibattito. Le scelte sulla tecnologia sono scelte umane, etiche e politiche. La tecnologia più rilevante rimane quella che si comprende abbastanza da utilizzare con consapevolezza e responsabilità.

Paolo Sales