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L’azione diretta nonviolenta di papa Francesco di C.Saja

Citto Saija
www.nuovosoldo.it, 15 settembre 2017

Attraverso gli eccezionali servizi di Tv 2000 ( televisione cattolica), ho potuto seguire, in diretta quasi integrale, il viaggio pastorale in Colombia di papa Francesco. Devo notare che la nostra stampa nazionale e la stessa televisione non hanno dato grande spazio ad un evento che mi sento di definire epocale.

Il viaggio in Colombia ( ma anche quello nella Repubblica Centroafricana per l’apertura del giubileo della misericordia in terra d’Africa ), segna uno spartiacque per affrontare, in una dimensione nuova, il problema centrale della risoluzione dei conflitti.

Né l’Organizzazione delle Nazioni Unite, né singoli Stati né tanto meno le forze politiche di ogni tipo, hanno mai affrontato in termini concreti e nuovi il problema della guerra e della pace. Oggi, il papa argentino è l’unico “leader” che, pur affrontando il problema in un’ottica religiosa, riesce a proporre un metodo che può avere grandi implicazioni di carattere sociale e politico.

I mezzi di comunicazione di massa non hanno evidenziato abbastanza il viaggio del papa in Colombia perché certamente le sue proposte ( le uniche realistiche ) danno fastidio al grande capitale, ai signori della guerra, ai fabbricanti e venditori d’arma ( e quindi agli stessi Stati, compresa l’Italia ) e a tutti gli sfruttatori che detengono il potere nel nostro pianeta.

Nella scenografia di un magnifico tramonto sul mar dei Caraibi, papa Francesco ha lasciato la Colombia, mentre nell’aeroporto di Cartagena un picchetto della marina gli rendeva gli onori e dei gruppi folklorici coloratissimi esprimevano con danze e canti la gioia del popolo colombiano che vuole pace e giustizia.

Avendo ascoltato tutte le omelie e i discorsi di papa Francesco in Colombia ed avendolo seguito, quasi da vicino, mi piace evidenziare tanti significati profondi e innovativi che hanno caratterizzato questo viaggio della speranza per l’affermazione, in Colombia e nel mondo, della pace che va coniugata con la giustizia sociale.

La Colombia è un Paese ancora in conflitto nel quale le lotte per la liberazione ( dopo quelle contro il dominio della Spagna ) sono inziate più di mezzo secolo fa.

ùUn Paese che da 54 anni vive un continuo stato di guerra tra sofferenze atroci, sopportate dalla popolazione con un esodo di circa 8 milioni di persone.

Uccisioni, sparizioni, mutilazioni e sofferenze di ogni tipo hanno martoriato un popolo che in maggioranza vive nella povertà, in un Paese in cui dominano corruzione, sfruttamento e narcotraffico.

Papa Francesco ha percorso il Paese da Bogotà ( la capitale ) a Villavicentio a Medellin a Cartagena. E’ sceso tra la gente, tra le strade seguito da moltitudini oceaniche (milioni di persone) semplicemente come costruttore di pace.

Nelle immagini vere di papa Francesco, ho visto il Cristo di tante finzioni cinematografiche che, nella Palestina del suo tempo, veniva seguito dal popolo osannante. I genitori offrivano, in tutte le strade del Paese, i propri bambini alle braccia e ai baci del papa.

Mi sembrava di vedere le tante mamme che offrono, qui in Sicilia, i propri bambini alle immagini della Madonna o dei Santi in processione, per assicurare loro una vita futura.

Durante questo viaggio, i bambini sono stati i protagonisti di massa perché potrebbero essere la prima generazione di questo secondo millennio a vivere in pace dopo tanti anni di guerra e di sofferenze.

Nel pellegrinaggio colombiano di papa Francesco ho visto in lui un profeta dell’azione diretta nonviolenta, il promotore del “disarmo unilaterale”.

Ho ricordato gli anni ’80, quando un gruppo di pacifisti messinesi, ispirati dallo scrittore Carlo Cassola che aveva ideato la “Lega per il disarmo unilaterale”, abbiamo costruito proprio a Messina non un semplice comitato per la pace, ma il “Comitato per la pace e il disarmo unilaterale”.

Non era certo uno slogan, ma una filosofia e quindi una conversione ontologica. Il disarmo unilaterale, come oggi insegna anche il papa, vale innanzitutto nei rapporti interpersonali ma anche nei rapporti tra i popoli e gli Stati.

Da quella intuizione nata in una città periferica, la “dottrina” del disarmo unilaterale è addirittura diventata in quegli anni, linea politica di quel piccolo e grande partito politico che è stato “Democrazia proletaria”.

Quelle intuizioni di 40 anni fa mi è sembrato di vedere attuate nella prassi pacifista di papa Francesco.

La teologia della liberazione di papa Francesco si fonda innanzitutto nella carità cristiana (Agàpe ) e segue la strada vincente della riconciliazione e del perdono che è la via maestra per raggiungere l’obiettivo della pace e della giustizia sociale.

Vorrei soffermami su alcuni punti centrali espressi dal magistero di papa Francesco nel suo cammino della riconciliazione in Colombia.

Per il momento rimango fermo in contemplazione giornalistica davanti al Cristo nero (di polvere da sparo ) e mutilato di Boyayà, un Cristo “rotto”, rimasto dopo l’attentato ad una chiesa nella quale sono morti 79 civili.

All’ombra di questo Cristo, a Villavicentio, nell’incontro della riconciliazione, stavano uniti assieme vittime e carnefici: un giovane guerrigliero delle Farc, una miliziana delle forze paramilitari di destra collegate con governi e settori dell’esercito,, una donna vittima delle mine antiuomo e la madre dolente Pastora Mira Garcìa che nella terribile guerra ha perso il padre, il primo e il secondo marito, la figlia e il figlio.

Con queste immagini di dolore, di perdono e di riconciliazione concludo queste mie prime riflessioni e spero di continuare il discorso analizzando alcuni punti essenziali del pensiero e della prassi di liberazione profetica di papa Francesco.

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