Primo Piano

Per una “teologia del limite”

Gilberto Squizzato
(CdB di Busto Arsizio)

Queste riflessioni non costituiscono un editoriale in senso stretto, ma si presentano come il resoconto molto sintetico di un incontro fra le Comunità di Base della zona Nord Milano che si è tenuto a Busto Arsizio domenica 18 settembre.

Il tema del confronto era molto impegnativo: “La fatica di credere oggi, fra rabbia, delusione e speranza, guardando alla concretezza del nostro vivere quotidiano”. Non si è parlato in termini generale e astratti, ma abbiamo messo in comune esperienze, emozioni, sentimenti, riflessioni esistenziali per provare a dire che cosa può significare per noi la fede nel dio di Gesù di Nazareth oggi che gli orizzonti della storia sono così mutati da quando nacque, anche in Italia, il movimento delle Comunità di Base.

A metà degli Sessanta il mondo aveva appena conosciuto la decolonizza-zione dei paesi del Terzo Mondo, sembrava che interi popoli si stessero avviando a un riscatto storico epocale, i sindacati e la sinistra disponevano di una vitalità enorme, il dialogo fra cristiani e marxisti creava le condizioni per una collaborazione fra le forze del progresso e della liberazione non solo politici ed economica. E intanto il Concilio voluto da Giovanni XXIII insegnava ai catto-lici uno sguardo nuovo e fiducioso sul mondo chiamando i credenti ad una consapevolezza attiva che li rendesse protagonisti di profonde trasformazioni degli assetti sociali dominanti.

In sintonia con questa temperie storica e spirituale, le teologie che opera-vano come lievito dentro la Chiesa erano tutte orientate in questa direzione: la “teologia della storia” di Danielou, e subito dopo la “teologia della speranza” di Moltmann e la “teologia della “liberazione di Gutierrez” che fecondò l’America Latina e da lì si diffuse agli altri continenti.

Furono tempi di lotta e di vivida speranza che lasciarono intravvedere agli occhi entusiasti e forse un po’ ingenui di tanti credenti critici la presenza del Dio dell’Esodo, operante nella storia, fomentatore di coraggio e libertà, creatore di tempi nuovi, difensore dei deboli e degli oppressi: e lo Spirito apparve fervidamente all’opera nel suscitare dedizione creativa e generosa solidarietà fra gli uomini, al di là di ogni recinto ecclesiale, di ogni perimetro religioso. La nostra fede, radiosamente aperta al futuro, in questo contesto seppe spendersi e prodigarsi per creare, come ci fu possibile, fraternità solidali e attive anche con tanti amici non appartenenti alla Chiesa, nella fiducia di un imminente futuro di maggiore giustizia che pensavamo alle porte.

Ma vennero altri tempi, e sono i nostri, nei quali la “Storia” è apparsa tradire queste aspettative, mettendoci davanti a delusioni epocali e imponendoci lo spettacolo di nuovi dolori planetari, spesso disperanti. Ecco il Vietnam finalmente libero che fa guerra alla Cambogia, ecco la scoperta terrificante dei massacri di Pol Pot, ecco la Cina che si fa gigante del capitalismo, e poi le guerre in Medio Oriente, i massacri per fame e per guerra in gran parte dell’Africa, i nuovi razzismi anche nostrani che fanno breccia nell’opinione pubblica che credevamo fino a ieri già traghettata ai valori della fraternità, e poi le bibliche migrazioni dal sud e dall’est del mondo, i barconi che naufragano nel nostro mare, la rivincita del capitale planetario che mette in ginocchio sinistre e sindacati, le crisi finanziarie che allagano interi paesi con disoccupazione e nuove povertà, fino al terrorismo dell’Isis e ai controterrorismi che limitano pesante-mente le libertà e i diritti.

Perfino le grandi novità tecnologiche che in un primo momento parevano giunte a rendere il mondo più unito e solidale mostrano una seconda faccia: i grandi network dell’informatica diventano potenze globali dell’economia, la rete finisce sotto il controllo della pubblicità, i social diffondono non solo occasioni di amicizia ma anche tribune virtuali per le brutalità più feroci. Speravamo in un mondo fraterno e Baumann ci spiega che tutto adesso è fluido, instabile, che la società si è atomizzata e viviamo di solitudini molecolari.

Mentre accadeva (e ancora accade) tutto questo, la ricerca biblica ci ha insegnato (obbligato) a guardare con occhi nuovi anche alla nostra storia biblica, alle radici della nostra fede ebreo-cristiana, mettendo in discussione tante certezze fino a ieri indubitabili: la realtà storica dei patriarchi (a cominciare da Abramo), di Mosè, dello stesso Esodo di cui gli archeologi israeliani non hanno trovato alcuna traccia, della prima monarchia (il nome di Davide inciso solo su un coccio siro-aramaico come quello d’uno sconfitto d’una piccola guerra tribale)…

La stessa nascita e redazione dei testi del Pentateuco è stata ricollocata storicamente e culturalmente in un quadro ben diverso da quello tradizionale, mentre anche i testi del Nuovo Testamento, riletti alla luce delle nuove scienze bibliche, hanno detto con più chiarezza che cosa volevano dire ( ai loro tempi) ma anche che cosa certamente non volevano dire, a dispetto di tanta tradizione cristiana dei secoli e millenni successivi. Per non parlare del nuovo dialogo che si è instaurato fra scienza e Vangelo una volta archiviate le altezzose pretese dogmatiche di molte dottrine cristiane.

Dunque i tempi sono molto cambiati, da quando nacque il movimento delle CdB e l’orizzonte appare oggi meno luminoso, per non dire fosco e deprimente.

Certo non mancano i segni innumerevoli di un amore coraggioso e incondizionato per i deboli, i vulnerabili, gli oppressi del mondo: Emergency, Medici senza Frontiere, l’infinita galassia del volontariato, le innumerevoli associazioni e comunità che si prodigano per i poveri, i profughi, i migranti, i senza diritti; abbiamo voci e testimoni forti e coraggiosi, Francesco è in prima linea del ricordarci la possibilità di un mondo diverso, quello che con le parole di Gesù di Nazareth abbiamo sempre invocato come l’imminente “regno di Dio”…

Ma sembra proprio che la cosiddetta “Storia” in cui confidavamo come territorio della manifestazione della potenza liberante del Dio biblico abbia fatto dei grandiosi passi all’indietro, per insegnarci che nessuna libertà è mai definitiva, nessun diritto mai stabilmente conquistato, che l’umanità non può mai essere sicura di aver estirpato avidità, barbarie, crudeltà, sadismi dal proprio cuore.

In questo contesto, dov’è dunque finito il Dio potente e irresistibile dell’Esodo nel quale avevamo tanto confidato? E dove si è nascosto lo Spirito creativo che sembra oggi lasciar prevalere le forze del maligno, la brutalità degli istinti di possesso, di dominazione e di morte? Forse davvero “il Regno” annunciato da Gesù in quelle nebbie della storia e della cronaca si è perso, la-sciandoci smarriti e confusi? Ma soprattutto: quale è, in questa situazione, la “buona notizia” che possiamo davvero annunciare al mondo ferito, lacerato, prostrato da tanto strazio quotidiano?

Durante l’intensa discussione che ha animato il nostro confronto alcune indicazioni sono provvisoriamente ma chiaramente emerse, a suggerirci nuovi itinerari di conversione, nuove parole, e anche nuove immagini capaci di dare sostanza alla nostra fede. Soprattutto è apparsa in sintonia coi tempi nuovi e con il nostro vissuto una possibile “teologia del limite” che è ancora tutta da in-ventare.

Se la stessa immagine del Dio cristiano ha perso i tratti bizantini dell’onnipotenza assoluta e universale, se abbiamo riscoperto con sgomento la croce come il luogo dell’impossibilità del Padre buono a salvare il Figlio innocente, se gli stessi miracoli di Gesù di Nazareth riletti con gli strumenti dell’analisi del profondo si manifestano non come luoghi del prodigio che va contro le leggi della natura ma come appelli al credente perché abbia il coraggio di osare (vedere, camminare, abbracciare, sperare, amare) nonostante i limiti della condizione di malattia e di esclusione che sono nella realtà delle cose quotidiane, ecco che ci si dischiude un orizzonte di fede tutto nuovo in cui il credere e la speranza non ci illudono di una palingenesi facile e imminente della condizione umana e della storia.

Il Dio di Gesù, se ci lasciamo alle spalle le dottrine del peccato originale e del sacrificio redentivo, se abbiamo l’onestà di abbandonare le immagini mitiche di un aldilà inteso come luogo geografico per le nostre anime, non teme di apparirci come il dio dell’ascolto, della condivisione, della compassione che non ha strumenti per cancellare il male e il dolore, ma in Gesù, come Gesù, ci insegna a farlo nostro, a condividerlo, a farci carico della sua assurdità e intollerabilità.

E’ così che anche i tradimenti, le illusioni, le delusioni della Storia possono entrare nell’orizzonte di una fede adulta, umile e matura, che non si aspetta più l’intervento trionfale del “Dio degli eserciti” di biblica memoria, ma la capacità vitale di quello Spirito che ci insegna e ci consente di stare fiduciosamente anche dentro le sconfitte – anzi, dentro lo strazio del mondo, quello che tv e web ogni momento espongono ai nostri occhi postmoderni- come Gesù di Nazareth seppe far proprio il dolore di coloro che incontrava sulla sua strada.

Forse dovremmo riprendere in mano “Resistenza e resa” di Bonhoeffer, il grande profeta della fede che la testimoniò fin sul patibolo di Flossenburg, per provare a meditare non più sull’onnipotenza del Dio che nel mito dell’Esodo apre le acque del Mar Rosso per il suo popolo in fuga ma sulla sua impossibilità a salvare dalla croce tutti gli innocenti della Storia (come non poté salvare il figlio di Maria).

E questa è forse l’immagine più umana, più credibile, più forte, che il Vangelo può offrirci del Dio di Gesù perché «ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio» (Lc 18, 27). Sì, proprio questo è possibile a Dio, questo è ciò che Gesù ci ha mostrato: la fedeltà al mondo e agli uomini così come sono, la condivisione della loro fatica, del loro dolore, della loro sconfitta, dentro la crudeltà della storia e la brutalità della cronaca quotidiana che ci raggiunge non solo negli schermi televisivi ma -concretamente- anche nelle no-stre strade, dentro le nostre case. E’ di una “teologia del nostro limite” (e perché no? del limite del dio cristiano) che abbiamo oggi bisogno.