«….MA NON NE PROVAVANO VERGOGNA» (Gen 2, 25)

Paola Cavallari   –   (marzo 2015 – apparso sul sito di Esodo)

Chiese, anime, corpi: di donne e di uomini

“La chiesa … è l’unica istituzione che, se morissero tutte le donne, esisterebbe lo stesso”. (Ivana Ceresa)

“Quando leggo il catechismo del Concilio di Trento, mi sembra di non avere nulla in comune…Quando leggo il Nuovo Testamento, sento con una specie di certezza che questa fede è la mia… E’ come se nel tempo si fosse finito per considerare non più Gesù, ma la Chiesa, come Dio incarnato quaggiù. La metafora del ‘corpo mistico’ serve da ponte tra le due concezioni. Ma c’è una piccola differenza: mentre il Cristo era perfetto, la Chiesa è macchiata di numerosi crimini. La concezione tomistica della fede implica un ‘totalitarismo’ soffocante al pari o più di quello di Hitler”. (Simone Weil)

  1. Paternalismo strabico.

La Chiesa ha, in qualche modo, riconosciuto la sua responsabilità nella tragedia della Shoah. Ha implicitamente ammesso un nesso tra il proprio antigiudaismo e quell’evento.

C’è stato chi ha ritenuto che la Chiesa, in merito l’avvento dei totalitarismi, non sia priva di responsabilità anche sotto un differente profilo: di quei regimi ne sarebbe stata antesignana, per via dei dispositivi psichici con cui essa ha conculcato la facoltà dell’intelletto nei fedeli. I regimi avrebbero governato: “con un meccanismo analogo all’uso dell'<<anathema sit>>1.

Parallelamente, un atroce filo rosso è rintracciabile tra linguaggi/segni che le chiese adottano e la rabbia tribale maschile contro le donne, accompagnata alla distruttività estrema dentro le pareti domestiche: fenomeni che sempre più dilagano nel mondo, umiliando, colpendo, assassinando; incluse le schiavitù inerenti alla frastagliata sfera del commercio sessuale, con l’uso del corpo femminile.

Riflettono le chiese sul loro coinvolgimento, sulla loro responsabilità, diretta o indiretta, rispetto a questa catastrofe?

La mia riflessione è circoscritta rispetto alla chiesa cattolica, che è quella che mi riguarda.

Ben inteso: la chiesa non mai istigato alla pur minima sopraffazione! Nell’ufficialità, essa ha sempre mostrato un volto integerrimo, e proclamato la condanna per ogni profanazione contro la persona umana. Per cui, ciò vale anche per le donne.

Ma, escludendo la figura di papa Francesco e di una ristretta minoranza, non si sfugge all’impressione di una messinscena, di una stanca recita. Come timpani che suonano a vuoto, così si spengono, anemiche, tali parole. Altri segni (che chiamerò significanza), più “veri”, più diretti al sangue, e più potenti, parlano in altra direzione. Essi esprimono in primis una sorte di indifferenza atavica al sopruso, tanto più se se impregnato di sessualità: “da mondo è mondo” esso è sempre esistito. Giungendo poi all’ironia brutale, come la battuta del cardinale Biffi, a proposito dell’ordinazione delle donne: “Sarebbe come celebrare con coca cola e crescentine, invece che con pane e vino”.

Osservati con un’ “ermeneutica del sospetto”, questi segni rivelano un basso continuo di fondo: intriso di torsione rancorosa, di un nascosto sentire, inquieto, misto a vergogna. Che troverebbe una via d’uscita nella paternalistica separatezza dei chierici dalle donne, ma “in verticale, segnando muri perimetrali che, per troppi secoli, hanno riparato questi “funzionari del sacro” 2. Ma le orme di una intima con-fusione, ostinatamente murata, sofferta, sono intuibili.

  1. Considerazioni preliminari

Il sessismo autoritario della chiesa si manifesta a più livelli.

Innanzi tutto quello del linguaggio verbale. È il piano della teologia, della dottrina ufficiale (una interpretazione delle Scritture, presentata come la sola interpretazione), dove specialmente nei testi della sua giurisdizione troviamo un’esposizione dei rapporti, in seno ai fedeli, fra uomini e donne.

In secondo luogo sul piano dei linguaggi non verbali: dove operano tutte le pratiche pastorali, le devozioni, le abitudini religiose consolidate, la burocrazia [qui troviamo ad esempio gli uffici catechistici diocesani, il cui incarico è, al 98%, affidato a uomini, mentre il 90% delle catechiste sono donne].

Infine quello della liturgia, che è clou della significanza emotiva, dove Parola e gesto si incontrano, con l’impatto più decisivo nei confronti della ricezione dei fedeli e della formazione del senso comune. [Ma nella Eucarestia, le donne sono cancellate dal luogo della celebrazione (l’area dell’altare) che è popolata da uno o più uomini; dentro il perimetro dei muri ecclesiali, esse sono per lo più presenti come oggetti. Per quanto i documenti si sdilinquino a promuovere una liturgia partecipativa assembleare ecc…].

Benché, dopo il Vaticano II, sia avvenuta una riforma del Diritto canonico e, sospinti dai documenti conciliari, si sia provveduto a “legiferare” una parità “giuridica” tra uomini e donne, (siamo nel 1983), da questi documenti non è discesa -con incredibile incoerenza nonché difesa pervicace di privilegi – una nuova ricomprensione effettiva, e della Chiesa come Popolo di Dio e dei ministeri. Sono rimaste le distinzioni, in verticale, tra chierici e laici. Sul diaconato femminile, non escluso in via di principio, c’è ostracismo di fatto. Con ragionamenti falsamente logici e deduttivi, si è perseverato nella gerarchia e ideologia sessista.

Una ricaduta profonda sulla scena mondana si ripercuote dai modelli antropologici di questo apparato possente. Una responsabilità (solo?) morale è innegabile. Brevemente, vorrei darne conto.

  1. Il personale è politico, anche per la Chiesa.

La questione della gerarchia monosessuata dei chierici è un tema che non accende l’interesse dei “fedeli”, uomini e donne. Lo si considera una non-priorità. Non si coglie quanto sia una radice. E come sia intrecciato ai più popolari temi della svolta conciliare: della chiesa evangelica, profetica, inclusiva, sinodale. La sete di un discepolato degli uguali, seguendo le nota formulazione della teologa E. Schüssler Fiorenza, si sposa invece con le istanze più preziose dei movimenti conciliari.

Il tema non andrebbe recintato nello steccato dei credenti, come un affare “tutto loro”: esso è antropologico e politico, una politica che è amministrazione della polis, non dimenticando che il personale è politico.

Suggeriva Stefano Levi della Torre: “In quanto elaborano e gestiscono le forme simboliche degli psichismi fondamentali (la speranza e la paura, l’amore e l’odio, il bene e il male, la pace e la guerra, la verità e l’errore…) le religioni non solo detengono un profondo potere di influenza sull’animo umano, direttamente sul credente, ma anche direttamente sul non credente, condizionato da un sentimento comune accumulato nei secoli…..3 “La speranza e la paura, l’amore e l’odio, il bene e il male…”: realtà elementari ed essenziali dello psichismo umano. Innegabile l’intreccio con i nuclei semantici del sacro, poi delle fedi, e del religioso (che è di queste la traduzione condivisa, sociale e storica), che le ha raccolte e custodite sin da tempi ancestrali. Fluido incandescente della sostanza umana, il suo disciplinamento è stato – da secoli – ritenuto imprescindibile; ma il controllo della gestione del sacro è stato conferito esclusivamente alla figura maschile. “Clericalismo metafisico” lo ha chiamato la teologa cattolica M.C. Bartolomei, che in un saggio scrive: “Questo è il vero ruolo [rappresentare il potere] che gli uomini rivendicano per sé, mossi dall’ancestrale angoscia di non averne altrimenti un altro specifico e proprio, garantito, da contrapporre alla stupefacente potenza naturale della donna di generare bambini. Sulla rivendicazione del potere degli uomini da contrapporre alla potenza naturale femminile è precisamente fondato l’ordine patriarcale del mondo…. Che la Chiesa ne abbia subito l’influsso è una ovvietà”4. Ne ha subito l’influsso ma anche lo ha riperpetuato e rigenerato a sua volta. In un vero sussulto, illuminato e illuminante, Sergio Quinzio recriminava, simpaticamente, pressapoco così: “Ma insomma, donne, perché volete il sacerdozio, lasciateci almeno quello! Voi avete già questo rapporto misterioso con un irraggiungibile, inarrivabile; lasciate a noi la gestione del sacro esterno visto che voi avete già la gestione del sacro interno!”5

Ancora un’aggiunta. In un saggio su fede e psicanalisi, a proposito delle incidenze sui laici dei tratti della figura materna virginale, Julia Kristeva commentava: “Quanto alle donne, la censura della sessualità femminile [nutrita dall’immaginario religioso, ndr.] ha contribuito a ritardare l’evoluzione di una metà dell’umanità ostacolandone l’espressione sessuale e intellettuale”6.

  1. Contaminazioni poco presentabili.

In queste prospettive, parole quali “violenza, emarginazione, discriminazione verso le donne”… sono parole sbiadite, concetti banalizzanti. Dobbiamo cercare fra il non detto, fra le pieghe. In un impianto- quello del Magistero cattolico- che pone in bella mostra frasi o liturgie dall’apparenza benevola e virtuosa, [ad esempio l’elogio per il genio femminile (vedi oltre)], rimangono dissimulati, ma saldamente presenti, contaminazioni poco presentabili: fra il sessismo del mondo laico e quello della chiesa; fra la relazione “sacrificale” madre- figlio (di cui è icona la maternità di Maria) e la superiorità del maschile nella chiesa; fra il valore conferito alla castità (ritenuta più perfetta del matrimonio) e lo scardinamento sessuale distruttivo che travolge la società, e lo stesso mondo ecclesiale (pedofilia); e che poi viene rimproverato alla avidità di emergere del femminile.

Se la donna è santificata nella dottrina ufficiale, nei suoi profili si rivelano le stesse sembianze dell’eterno femminino: una idealizzazione tipica di chi teme l’incontro reale con i singoli volti, anime e corpi veri; teme di dialogare, misurarsi e negoziare con questa alterità. La donna avrebbe le sembianze del «buco vischioso», del vuoto orrendo. Per evitarla, si alzano i muri. Ma davanti, ciò che appare è la bellezza e l’eleganza di un idolo: la donna sarà la reincarnazione di quella madre protettiva, sconfinatamente misericordiosa e al tempo stesso casta. E l’eterna fanciullezza filiale non avrà rivali e sarà così custodita. E per di più da una madre immortale (la Vergine trapassa, in Oriente, nella dormizione, e in Occidente nell’assunzione al cielo).

  1. Genio femminile.

Premessa: a un papa che, primo nella storia, dice “Adesso vi benedico, ma prima chiedo a voi di benedirmi”, non posso che benedirlo, appunto. E proprio per la sua manifestata umiltà, credo che anche lui vada aiutato.

Le “fragranze” del genio femminile – espressione che anche lui ha usato per ricordare l’urgenza del tema delle donne – sembrano comunque una riedizione del modello della Madre-Vergine.

Chiediamoci: e se ci fosse una parentela tra il lirismo della devozione mariana e i tanti atti di disprezzo verso le singole donne? E se ci fosse una relazione tra lo sconfinato amore materno qui ostentato e il gesto estremo, l’assassinio della “propria” donna”, rea di pensarsi come individuo, singola, separata, e di non combaciare con l’immaginario del partner? La persona che avrebbe dovuto incarnare la prosecuzione della figura materna, con tutto il suo corredo di cure, dedizioni, accudimenti mi abbandona. Scatta il fantasma del “tradimento”: rispetto cui l’uomo a volte fa naufragio. Non trova risorse per reagire, perchè i dispositivi culturali in atto gli hanno consentito di rimanere nell’età dell’infanzia: una mitica età dell’oro in cui egli vive “fissato” come un re-burattino; imprigionato da un’immaturità che non consente di far fronte alla sventura.

  1. De-femminilizzarsi .

Le dinamiche appena esposte non andrebbero scisse da un altro filone, più filosofico. Tutta la cultura greco-romana è eretta su questi pilastri. Di “trionfo del principio paterno”[…] “potenza incorporea che si eleva al di sopra della vita materiale” parla ad esempio Bachofen commentando quest’epoca. Perchè? Nella concezione aristotelica della generazione, il principio vitale è prerogativa del seme maschile, la cui essenza è il pneuma; la femmina è solo un ricettacolo. Il seme maschile e quello femminile starebbero in rapporto tra loro come il vasaio con la creta del vaso (frase sua). Uomo è intelletto, donna è materia. Sappiamo che la filosofia di Aristotele fu tenuta per scienza sia nel medioevo sia fino agli albori dell’età moderna7. Tommaso d’Aquino, tuttora imprescindibile per gran parte della teologia contemporanea, è completamente imbevuto di questa concezione8. Lo sperma è il canale mediante in quale Dio trasmette la vita (quiddam divunum); solo l’uomo generava, la donna invece concepiva: accoglieva in sé il germe di una nuova vita9.

La Chiesa cattolica, essendo il tomismo linfa vitale del suo impianto, ha ereditato- in relazione al rapporto maschio/femmina- questo modello e lo ha trasmesso nei secoli. C. Molari10, riprende le parole di Benedetta Zorzi, che in uno studio interessante riporta alcuni frammenti: “Le donne potevano anticipare questa condizione [ di perfezione pertinente all’uomo ] tramite una defemminilizzazione, una negazione delle loro caratteristiche femminili, in modo particolare nella scelta di verginità o di vedovanza”11.

Attualmente le cose sono cambiate, come abbiamo detto, ma con questa ricerca si colgono le tessere di un mosaico che deve essere ricostruito, la genealogia di una idea: il deficit d’essere della donna, deficit che ora affiora in forme scomposte e sghembe.

  1. La Vergine ed Eva.

Nel Codice di diritto canonico del 1910 si legge: “Solo lui [l’uomo] ha immagine di Dio, perciò la donna non è fatta a immagine di Dio“. Nel Decreto di Graziano (1140 ca.) risplende l’apice della tentazione del femminile: “La trasgressione ebbe principio in lei [Eva]”12. E si fa piazza pulita senza indugi della ragione – essenziale13– per cui Eva fu creata. In quel dono germina la meraviglia della relazione, della dualità, che non a caso si radica nella differenza sessuale, mettendo in questione il corpo. Temi che rientrano a pieno titolo nel principio dell’alterità, cuore della Bibbia. Perchè, con Dio, il suo popolo fa un patto: l’uno incontra l’altro. Altrove leggiamo: << Guarda tutte le opere dell’Altissimo, tutte a due a due, l’una di fronte all’altra>>14.

Con questa accusa ad Eva, il cerchio dell’immaginario misogeno si è mirabilmente chiuso. All’idealizzazione del materno si è accompagnata, come contraltare, la figura della donna tentatrice, simbolo dell’impudicizia. È la contrapposizione, la polarità canonica di puttana e santa, rispettivamente Eva e la Vergine Madre, che infatti è venerata come colei che riscatta la colpa di Eva.

Lo scandalo è qui: l’ antropologia cristiana, seguendo l’esempio dell’uomo di Nazareth, avrebbe dovuto non solo distanziarsi da quella “profana” ma addirittura capovolgerla. Si è posta invece in un ordine di alleanza, di consanguineità, e ne ha fornito per millenni la legittimazione simbolica. Il matrimonio tra i due mondi è risultato riuscitissimo. E in entrambe le culture la donna-non-madre – e non appartenente al clero- [o la donna madre, ma non oblativa], veniva situata sulla soglia della devianza, in prossimità di lussuria, crudeltà, stregoneria… Per aggiungersi poi, nell’età della medicina moderna, il pregiudizio per cui la malattia mentale- da cui le donne erano più afflitte degli uomini- fosse frutto di una originaria mancanza ad “essere”; o, nel caso dell’isteria, di una predisposizione alla lussuria. Si continuava tenacemente a non mettere in relazione la causa e l’effetto: insignificanza simbolica della donna (nella cultura, nella Storia) e il suo disagio psichico (nell’intimo). Una strana eclisse, in questo ambito, della coscienza storica, l’ideologia dominante.

  1. Il Divenire uomo.

Per una religione che innalza “la relazione amorosa” (o quella tra Dio e il suo Popolo, o quella trinitaria) come fondamento, l’incoerenza è lampante. “La Chiesa, come luogo profetico ed icona del Regno, non dovrebbe curare d’essere esattamente un luogo in cui si scopre il disordine insito nell’ordine vigente?”15.

Eppure, su questo modello monosessista si incardinano le istituzioni di formazione del clero: i seminari. Luoghi dove le donne sono: da un lato fisicamente assenti [tra un po’ anche gli uomini, ma non per gli stessi motivi], d’altro lato, nell’approccio teorico, su di loro gemono silenzi e morte rappresentazioni, quelle dei modelli che conosciamo. E così si inverano dinamiche che bloccano i processi del divenire uomo adulto, maturo, che ha fatto i conti con le proprie fragilità, con la propria drammaturgia interiore. Come arma per addomesticarla, i futuri consacrati esclusivamente maschi, invece, per lo più introiettano il destino di persone “elette”. E le donne? Esorcizzate secondo i noti modelli, con una certa dose di complicità col “mondo” (sono anche loro uomini, no?). Inquietarsi per i rivoluzionari comportamenti che “quel tipo bizzarro di Nazareth” teneva con le donne che ha incontrato? Suvvia, non si dicano baggianate!

  1. Neutro ma non im-parziale.

Scriveva Sibilla Aleramo ai primi del Novecento: “Finora l’uomo ha creato, la donna no… La donna s’è accontentata di questa rappresentazione del mondo fornita dall’intelligenza maschile… In realtà io non mi esprimo, non mi traduco neppure: rifletto la vostra rappresentazione del mondo”.

L’interpretazione della realtà era costruita da chi occupava per secoli i territori del sapere (l’uomo maschio), il quale da un lato indossava queste lenti, ma d’altro canto smerciava il proprio prodotto come ” incondizionato” dalla determinazione di genere, im-parziale, quindi genuinamente universale.

Questo ha fatto sì che non si sia vista alcuna ragione, da parte delle donne, per distanziarsene. Perchè mai le escluse avrebbero dovuto denunciare l’imbroglio? Nei processi colonialistici, questo fenomeno è macroscopico: ai marocchini o altri africani dominati dai francesi, la scuola doveva insegnare che il loro antenato era Vercingetorige. E solo una lenta e faticosa rielaborazione della genealogia e memoria avrebbe potuto sciogliere la con-fusione di quei bimbi.

Restituendo come in uno specchio lo sguardo dell’uomo, avvolte da un sistema di segni così compatto, non è semplice metabolizzare tale genealogia.

  1. Non potere, ma il “riconoscersi”.

Se tutto ciò accade nel mondo secolarizzato16, lo scandalo , come ho detto, è molto più dirompente per i cristiani. È inammissibile, infatti, che l’asimmetria e la gerarchia tra i generi sia operata fra i seguaci di Gesù Cristo.

Come nel mondo arabo le femministe sono fiere di rifarsi al Corano, così le donne cristiane potrebbero assumere la Bibbia17 come una fonte feconda del loro desiderio di testimoniare e annunciare la parola: in una responsabile libertà18.

Gli studi improntati al metodo del Genere partono dal presupposto che il tradimento simbolico di uno dei due sessi abbia comportato un’amputazione anche dell’altro. Non solo le donne ma tutti ne sono coinvolti. La prospettiva di genere si fonda sulla specularità tra uomini e donne: pensieri e azioni che riguardano uno dei due mondi hanno per forza riverberi anche sull’altro.

E infatti non si può interpretale i pensieri qui esposti come una “rivendicazione”. Leggerlo in questo modo è -da parte degli uomini – una forma di comoda “reazione di difesa”.

Ne va invece dello schiudersi di un nuovo umanesimo, per uomini e donne.

D’altra parte le donne cristiane non possono cadere nella tentazione dell’obbiettivo anemico delle “quote rosa”, o comunque inscritto in un’ottica “emancipazionista”19. Si tratta di salire molto più su, pur abbassandosi (kenosi). È far circolare il vento della libertà femminile che, piuttosto, interessa; insieme al vento della volontà di esistere- anche nella comunità ecclesiale- senza annebbiare la propria differenza: noi siamo l’altra, come l’uomo è l’altro: riconoscersi reciprocamente.

Ciò non significa non perseguire le giuste conferme e legittimazioni delle proprie competenze e saperi20. Ma la mia speranza è che uomini e donne siano assetati dello spirito di Chiara e Francesco, e testimonino una chiesa povera: non solo sotto il profilo economico, pur importante, ma soprattutto nel congedo dalla “mondanità” ecclesiale: dal regno delle cariche, carriere, prestigio, onore.

Da quando è salito al soglio pontificio Papa Francesco si è registrata molta curiosità e benevolenza nel mondo laico. Mi sarei aspettata un po’ più di risveglio, attenzione, fermento nel popolo di Dio femminile. Invece, su questi argomenti, aleggia una folta coltre di rassegnazione; oppure si commenta: “Non è una priorità”, anche tra persone molto dotate di discernimento.

Porre qualche “perché” è già una pietruzza, un qualcosa, un seme.

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Note

1 Simone Weil, Lettera a un religioso. Il testo è pervaso di una critica radicale alla Chiesa riguardo al tradimento rispetto alla Parola del Vangelo. La parentela coi totalitarismi è ribadita anche alla fine della sua vita.

2 Con questo termine Kierkegaard appellava i pastori luterani, indicando con ciò una separatezza elitaria rispetto al gregge.

3 Laicità, grazie a Dio, Einaudi, Pag. 111

4 Donne presbitere: sono proprio ragioni quelle del no, in Protestantesimo, primo trimestre 95

5 Marinella Perroni, Tradizioni e tenerezza, Intervista a cura di Patrizia Morgante, Mosaico di pace, 2013, aprile, dossier.

6 (In principio era l’amore, pag. 82-3).

7 Tale dottrina della generazione sopravvisse fino ad Alfonso Borelli – sec. XVII.

8 Se ne distanzia per altre ragioni: dover tenere conto di un Dio impensato in Aristotele. A conferma dell’eredità aristotelica si ricordi il concetto tutt’ora indefessamente ripetuto dal Magistero di “legge naturale”. Tuttavia la fissità del dato biologico in Tommaso si incrina in parte (Giannino Piana) .

9 Tommaso D’aquino, De Malo q.15 a.2 resp.

10 In un suo articolo apparso su Rocca (1 ott. 2014).

11 Al di là del genio femminile, Carocci, 2014

12 Causa 33, q5, c 13.

13 Essenziale: perchè è nella prospettiva della relazione che si accende l’amore per il divino per noi e viceversa.

14 Siracide 33,14-15.

15 M.C. Bartolomei, Donne presbitere: sono proprio ragioni quelle del no, in Protestantesimo, primo trimestre 95.

16 “La donna non esiste” scriveva Lacan, in forma provocatoria.

17 Non solo i Vangeli, ma anche Genesi e molto altro.

18 Non uso la parola “autorità femminile” per scelta consapevole; se infatti tale concetto è molto fecondo per le domande che ha suscitato, vale per me ancora una consapevole presa di distanza. Penso all’illuminante esempio di Etty Hillesum, che certo è cresciuta nel faro di una autorità maschile. Al contrario ho registrato anche esempi deludenti. Ma è innegabile che le donne – sia che non abbiano riflettuto sulla questione, sia che invece lo abbiano fatto- hanno propensione a rifiutare l’autorità femminile. È una questione aperta.

19 Questo è comunque un argomento da moltissimi usato surrettiziamente come alibi, perchè si dovrebbe rispondere a questa domanda: “non ha forse anche il pastore M. L. King agito per una rivendicazione?”

20 Come ho già scritto nel precedente lavoro: “Donna perchè piangi“, apparso nel sito di Esodo.

Chiesa povera, e per questo non imbrigliata nell’ umile e libera ricerca spirituale, che germina e dà effetti nell’ anima e nel corpo.

2 pensieri su “«….MA NON NE PROVAVANO VERGOGNA» (Gen 2, 25)

  1. Buona l’analisi. Le conclusioni risentono di una certa arretratezza, in particolare sul pensiero del senso libero della differenza sessuale, pensiero agito nella pratica da molte donne e (per ora) pochi uomini, credenti e non credenti. Questo blog ne è la testimonianza. Non siamo delle rassegnate e sul pontificato di papa Francesco bisogna cercare di discernere il positivo dal negativo. Per es. sul sacerdozio femminile ho scritto un articolo titolato “Sacerdozio femminile? No, grazie”. Si può trovare pubblicato sul sito della Libreria delle donne di Milano, su quello del CTI (coordinamento teologhe italiane) e su questo blog,

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