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Intervista a Serge Latouche

L’intellettuale francese invoca di rallentare la corsa sfrenata al consumo che ci sta conducendo alla rovina globale: «In un anno bruciamo quello che la fotosintesi ha prodotto in 100mila anni. Nel 2050 ci serviranno trenta pianeti per poter vivere». Massimo profeta della decrescita sostenibile come unica via di salvezza per l’uma­nità, Serge Latouche spiega la perversione del modello occi­dentale di sviluppo con questo esempio: «In un angolino di uno stagno cresce un’alga microscopica. Ogni anno essa raddoppia la sua superficie sul­l’acqua, ma siccome è piccolis­sima, nessuno ci fa caso. Fin­ché, passati diversi anni, l’alga è arrivata a ricoprire metà del laghetto. A questo punto cosa accadrà dopo un solo altro anno? L’alga raddoppierà la sua superficie, e addio stagno!».

E con simili esempi concreti, oltre che con la robusta logica delle sue teorie, che Serge La­touche, sessantasettenne professore emerito di Scienze eco-nomiche all’Università di Paris – XI e direttore del Gruppo di ricerca in Antropologia, Episte­mologia ed Economia della Po­vertà, proclama da anni che il progresso è arrivato al capoli­nea e ha fallito i suoi obiettivi, generando mostruose disugua­glianze, immense sacche di po­vertà e una diffusa infelicità sotto forma di stress, inquina­mento, solitudine; perciò biso­gna urgentemente cambiare modello, invertire la rotta, fre­nare la corsa insensata al con­sumo e alla produzione, comin­ciando a decrescere, optando per il localismo, smettendo di voler occidentalizzare per forza l’intero pianeta e anzi prenden­do lezioni di vita dagli Africani, i quali sono, malgrado la loro povertà, immensamente più fe­lici di noi.

Tutte idee che questo econo­mista che raccoglie consensi sia a destra che a sinistra ha esposto in numerosi libri, molti dei quali tradotti in Italia, tra cui “II pianeta dei naufraghi” (1993), la fine del sogno occi­dentale. “Saggio sull’americanizzazione del mondo” (2002), “Giustizia senza limiti”. “La sfida dell’etica in una economia globalizzata” (2003), “Decolonizza­re l’immaginario. Il pensiero creativo contro l’economia del­l’assurdo” (2004), “Come soprav­vivere allo sviluppo. Dalla de­colonizzazione dell’immagina­rio economico alla costruzione di una società alternativa” (2005).

Prof. Latouche, lei è un «obiettore della crescita?

«Sì. Sono un obiettore contro la religione imperante della crescita. Si venera lo sviluppo come lo scopo della vita, uno sviluppo fine a se stesso. È un atteggiamento irrazionale e suicida».

Eppure la crescita viene auspicata come la soluzione di tutti i problemi.

«Senta, in Europa il prodot­to interno lordo in due secoli si è moltiplicato per trenta. E og­gi siamo forse trenta volte più felici di duecento anni fa? Con­sumiamo venti o trenta volte di più, questo sì. La logica domi­nante è: di più, sempre di più! Il che ci porta ad esercitare una spaventosa pressione sulle risorse naturali del pianeta, a esaurirle».

A quale ritmo cresciamo oggi?

«La crescita annuale del PIL in Europa è di più del 2 per cento. Un ritmo elevatissimo, dato che partiamo da un tasso di produzione e di consumo già altissimo. Mentre le risorse so­no limitate. Ogni giorno che passa ci rimane meno petrolio e la sua estrazione è sempre più costosa. Entro una quindi­cina di anni un barile costerà 400 dollari, il che toglierà le gambe all’aviazione civile».

Dovremo trovare nuove fon­ti di energia.

«Gli scienziati non sono tan­to ottimisti in proposito. Oggi come oggi, dietro ogni chilo di carne di bovino europeo c’è il consumo di sei litri di petrolio, necessari per produrre mangi­mi e concimi, far funzionare i trattori, e poi il mattatoio, il trasporto… Inoltre, se possiamo allevare questi animali, è solo perché usufruiamo di stermina­ti territori situati in altri conti­nenti per coltivare soia e altri foraggi».

E in cambio noi vi esportia­mo i nostri scarti…

«Un quinto della popolazio­ne del globo consuma l’86 per cento dette risorse. E al vertice ci siamo noi, il cosiddetto ceto consumatore mondiale, 600 mi­lioni di persone così distribui­te: 300 milioni in Europa, 200 milioni negli Stati Uniti e 100 milioni in Giappone e Cina».

E poi c’è tutto il resto dell’umanità che anela a entrare nei club di privilegiati…

«Per questo la sola cosa sensata da fare è decrescere. Conti­nuare a incentivare lo svilup­po è folle, ci conduce alla rovina».

Come si misura l’impoveri­mento delle risorse provocato dalla crescita economica?

«Si misura con l’indice di sostenibilità ambientale chia­mato “impronta ecologica”, os­sia valutando l’impatto che il nostro stile di vita ha sullo spazio bioproduttivo della Ter­ra».

Cosa s’intende per spazio bioproduttivo?

«È lo spazio che serve al nostro consumo, fornendoci ali­menti, energia e altre risorse, e a riciclare i nostri rifiuti: il pianeta ha 51 miliardi di ettari di terra, ma solo 12 miliardi di essi sono bioproduttivi. Dato che nel mondo siamo ormai sei miliardi e mezzo di persone, ognuno di noi avrebbe a dispo­sizione 1,8 ettari di spazio ri­produttivo».

Perché dice «avrebbe»? Non è così?

«La media mondiale è di 2,2 ettari consumati a testa, ma in realtà ogni italiano, per esem­pio, ne usa 3,8. Se tutti gli abitanti della Terra volessero vivere come gli italiani, ci oc­correrebbero più di due piane­ti. Se poi volessero vivere come i francesi, di pianeti ne servi­rebbero tre, e addirittura sei se volessero adottare lo stile di vita degli americani. Se continueremo a crescere al ritmo attuale, nel 2050 l’umanità do­vrebbe avere a disposizione trenta pianeti come il nostro. Oggi consumiamo le riserve ac­cumulate dalla Terra in milio­ni di anni: in un anno brucia­mo quello che la fotosintesi ha impiegato lOOmila anni a pro­durre».

Cosa fare per frenare que­sta corsa al suicidio?

«Dobbiamo tornare a un’im­pronta ecologica equivalente a un solo pianeta, ossia a 1,8 ettari di spazio bioproduttivo a testa all’anno. Come si può ottenere questo?Per esempio ottimizzando l’uso dell’energia: il gruppp Negawat ha dimostrato che noi francesi potrem­mo consumare quattro volte meno energia con pari rendimento.Recuperando l’agricol­tura ecologica, con concimi na­turali e senza pesticidi, e stimolando il localismo nel settore agropecuario. Smettendo di di­lapidare ogni anno cinque miliardi di dollari in pubblicità, e questo per motivi di igiene sia spirituale che materiale, dato che per fabbricare la carta ne­cessaria se ne vanno 50 chili di legname a persona all’anno…».

Chi sono i beneficiari dell’at­tuale modello economico?

«Le grandi multinazionali co­me la Monsanto. E tutti noi siamo insieme vittime e carnefi­ci».

Secondo lei, può esistere una ricchezza sostenibile?

«Dipende da cosa s’intende per ricchezza. Se la vincoliamo al consumo di beni materiali, no. La grande scommessa odier­na consiste appunto nel ridefi­nire l’idea di ricchezza, identifi­candola con la soddisfazione morale, intellettuale, estetica, con l’uso creativo dell’ozio».

Pensa che ci riusciremo mai, professore?

«Ci riusciremmo se tutti pen­sassimo come un mio amico poeta, che mi dice sempre: “Io preferisco acquistare un nuovo amico che una nuova automo­bile”».

Giorgio Gregori
Fonte: Opposta Direzione, Numero 7 – II° – 2008

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