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Il tracollo del Congo

di: Alessandro Chiappetta

Quasi due milioni di sfollati. La crisi congolese si allarga, ma soltanto adesso l’occidente sembra accorgersene. I ribelli di Nkunda sono entrati a Goma e possono contare sull’appoggio ruandese. Impotente l’Onu, in fuga le ong. Una storia di massacri e affari che nasconde la spartizione delle risorse nell’area

A Goma sta arrivando la cavalleria. Giornalisti, aiuti umanitari, diplomatici. Il mondo si accorge della crisi congolese mentre i ribelli di Laurent Nkunda avanzano verso la città al confine orientale. Ma la situazione è al collasso da settimane, e il dramma di milioni di sfollati è arrivato ormai al culmine.
Oggi, militari congolesi e truppe dell’Onu pattugliano le strade di Goma dopo che nella notte diverse persone sono state uccise durante saccheggi di negozi e abitazioni. La città, importante centro commerciale e capitale della regione del Nord-Kivu (nord-ovest della Repubblica democratica
del Congo) al confine col Rwanda, è nel caos da ieri, sotto l’incalzare dell’offensiva dei ribelli capeggiati da Laurent Nkunda, che sono arrivati alle porte della città prima di dichiarare una inaspettata tregua unilaterale.

Il leader dei ribelli ha assicurato che “la missione delle Nazioni Unite (Monuc) non potrà impedirmi di raggiungere Goma”. Ma sono decine di migliaia gli sfollati in fuga verso Goma, altri 40mila quelli andati a nord, verso il confine ugandese. “Nel Nord Kivu migliaia di persone sono sfollate per la seconda, terza o perfino quarta volta – ha dichiarato Julien Harris, Responsabile UNICEF per le operazioni sul campo nell’est del Congo -. Per donne e bambini le conseguenze sono devastanti. In tali condizioni, sono alti i rischi di epidemie di colera, di morbillo e l’aumento dei casi di malnutrizione tra i bambini. Se non ci sarà una sospensione dei combattimenti, la vita dei bambini e delle loro famiglie sarà in grave pericolo”. Già ad agosto l’Onu aveva stimato che gli sfollati fossero 250mila. Oggi si parla di quasi due milioni di persone a rischio.

Gli uomini di Nkunda, congolese di etnia Tutsi, guidano da settimane una nuova offensiva contro le Forze Armate congolesi, e hanno guadagnando terreno negli ultimi giorni, mentre decine di migliaia di persone fuggivano verso la città di Goma. Pian piano i ribelli hanno conquistato il parco nazionale di Virunga e la base militare di Rumangabo, nei pressi del confine con l’Uganda, costringendo le truppe governative alla ritirata. Impotente l’Onu, che pure può contare su 17mila uomini della missione Monuc, che ha inviato parte dei contingenti sul posto nelle ultime ore, e starebbe considerando la possibilità di utilizzare elicotteri da assalto per costringere i ribelli a fermare la propria avanzata, come successe lo scorso dicembre.

Ufficialmente il conflitto è fra i miliziani ribelli del Cndp, che affermano di agire per difendere la comunità tutsi, e le forze governative congolesi, accusate di collaborare coi miliziani hutu delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr), presenti nel Nord Kivu dagli anni ‘90. E il Congo accusa il Ruanda di armare i ribelli.

La crisi ha in realtà radici lontane. La guerra in Congo (1998-2003) con le sue tragiche conseguenze umanitarie ha ucciso, secondo stime, circa 5,4 milioni di persone. E oggi si ripresenta drammaticamente. I ribelli, che pure hanno firmato un’intesa lo scorso gennaio, sono coperti dal governo ruandese, che non a caso si sta in questi giorni rifiutando di mediare. Ma a sua volta il presidente ruandese Kagame può contare sull’ombrello della protezione americana, e oggi parla di “conflitto che riguarda solo i congolesi”. Ecco svelato l’arcano.

La guerra che spazza via le popolazioni e sta costringendo al tracollo il Congo è in realtà il primo passo di una spartizione territoriale che porterà, secondo gli analisti internazionali, addirittura a riscrivere i confini dell’intera Africa centrale. Con una inevitabile e scontata razzia di risorse, dal petrolio al coltan, dall’oro ai diamanti. Tra i contenziosi c’è anche il disarmo delle migliaia di ex – ribelli Hutu rifugiatisi nel vicino Congo all’indomani della fine del genocidio ruandese, nel 1994, che pur previsto in un trattato di pace siglato anni fa a Roma, non è mai stato realmente attuato. Nkunda si è detto pronto a colloqui diretti con il governo di Kinshasa sulla sicurezza nella provincia orientale del Nord-Kivu, ma solo per presentare le sue obiezioni riguardo all’accordo da 9 miliardi di dollari raggiunto dal governo con la Cina per la costruzione di infrastrutture in cambio dei diritti di sfruttamento delle risorse minerarie del paese.

Le sue timide aperture delle ultime ore sono però la testimonianza del giro d’affari che più volte l’Onu ha denunciato, ma mai affrontato con decisione. Nkunda ha anche rivelato di aver rifiutato un’offerta da 2,5 milioni di dollari del governo per cessare le ostilità, sottolineando di non poter abbandonare la sua missione di proteggere il popolo congolese. Una volta riportata la pace in Congo, Nkunda si dice pronto a collaborare con il governo, per riformare l’esercito nazionale che definisce “feccia”.

Così l’impotenza regna sovrana, il governo congolese accusa il Ruanda di sostenere Nkunda, mentre Kagame ha più volte minacciato di invadere la parte orientale del Congo se il disarmo dei miliziani Hutu non verrà attuato. Nel mezzo è stretta la popolazione, che secondo le accuse di molte ong, alcune delle quali starebbero anche gradualmente lasciando la zona, paga anche l’inefficienza della Monuc. L’organizzazione umanitaria Soccorso cattolico ha infatti denunciato che i caschi blu impediscono a decine di migliaia di persone, in fuga dai combattimenti, di entrare in città.

fonte: www.aprileonline.info

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