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Afghanistan, la strage infinita

di Paul Rogers
da: www.opendemocracy.net

La guerra in Afghanistan – il primo colpo sparato nella Guerra al Terrore dichiarata dopo gli attacchi del 2001 sugli Stati Uniti – è stata lanciata il 7 ottobre 2001. Sette anni dopo, la sua fine sembra essere ancora lontana. Questo fatto crea preoccupazione e suscita un intenso dibattito nelle capitali occidentali. Tre differenti punti di vista circolano oggi a Washington e a Londra, soprattutto su quale sarebbe la strada migliore da seguire per andare avanti in Afghanistan.

La prima opinione è che la guerra può ancora essere vinta – nel senso che i talebani e le milizie di al-Qaida in Afghanistan e in Pakistan posso essere del tutto sconfitte. Questa visione, sostenuta da figure influenti a Washington, comporta sia un sostanziale incremento delle forze straniere, sia una inflessibile prosecuzione della guerra nella parte occidentale del Pakistan. Questa visione dà inoltre per certo che il governo di Asif Ali Zardari condivida questo approccio, e che l’opinione pubblica pakistana sarà obbligata ad accettarla.

Il secondo punto di vista è più cauto sulla vittoria totale. Una ragione fondamentale è l’esperienza delle truppe americane nell’est dell’Afghanistan dalla primavera del 2008. Ancora agli inizi di quell’anno, i comandanti americani credevano di star vincendo la guerra in questa regione chiave ed erano fortemente critici dei relativi fallimenti dei loro alleati della NATO che agivano in altre aree (i canadesi e gli olandesi, ma soprattutto gli inglesi nella provincia di Helmand). L’esperienza dei mesi estivi ha registrato però un aumento dell’attività talebana proprio in quelle zone dove le truppe americane credevano di essere in ascesa. Quest’esperienza è – insieme all’aumento di zone sicure per i Talebani e al-Qaida in Pakistan – quella che ha persuaso alcuni settori dell’esercito americano che quanto sta accadendo in Afghanistan non può essere ridotto ad una semplice progressione vittoriosa.

Eppure, complessivamente, la politica statunitense è ancora fondata sul sostanziale bisogno di raggiungere la superiorità militare. Il nuovo capo del US Central Command (Centcom), il generale David H. Petraeus, ha adesso la responsabilità di applicare alcune delle lezioni imparate in Iraq alle ben diverse condizioni afgane. Potrebbe, ad esempio, incoraggiare un cambiamento nelle tattiche di contro – guerriglia, con molta più attenzione al miglioramento dell’intelligence, alle relazioni con i civili e ad evitare “danni collaterali”. Ma anche con questo ribilanciamento, resta il fatto che gli USA devono guidare una coalizione che deve sottomettere i talebani al punto che in futuro non abbiano più alcun ruolo, o quasi, nella politica afgana.

Petraeus e i suoi colleghi possono sperare che le operazioni in Pakistan alla fin fine porranno termine alla prospettiva del movimento di al-Qaida di usare i distretti di frontiera come centro dei loro rifugi sicuri (safe havens), anche se la cosa è ben lungi dall’essere certa, vista la patologica instabilità politica del Pakistan e la sua traballante economia. Questo approccio, dopo tutto, comporterà certamente un aumento significativo delle truppe e un maggior coinvolgimento degli Stati Uniti nel Pakistan occidentale, e dovrà perciò affrontare una diffusa opposizione anche in quel Paese. In ogni caso, non c’è dubbio che i vertici militari e politici di Washington difficilmente continueranno a considerare la situazione in Afghanistan nei termini di un’operazione essenzialmente militare.

La terza opinione è che i talebani non possano essere sconfitti e che dovranno essere portati all’interno del processo politico in Afghanistan. Questa prospettiva emerge nei commenti di due autorevoli esponenti britannici: l’ambasciatore a Kabul e il nuovo capo delle forze inglesi nel Paese. L’analisi è spesso associata (come in questo caso) alla convinzione che i talebani siano in ritirata, ma più di frequente si tratta di un punto di vista più serio: con la guerra, questo progetto non può essere vinto. Ci sono persone nel governo afgano che la pensano allo stesso modo, e anche molti esperti funzionari pakistani credono che siano essenziali negoziati con le fazioni moderate dei talebani. Lo stesso generale Petraeus potrebbe arrivare alla stessa conclusione.

Cinque sviluppi

Come si rifletterà in Afghanistan questo dibattito sulla politica e sulla pratica messe in campo? È possibile che ci saranno dei cambiamenti nelle tattiche militari da parte delle forze statunitensi nei mesi a venire, sebbene entrambi i candidati presidenziali, John McCain e Barack Obama, vedano le attuali difficoltà come un motivo per aumentare le truppe. Ma anche un cambiamento nelle tattiche lascerebbe irrisolta una domanda centrale: è possibile assicurare uno stabile governo pro occidentale a Kabul, mandando in campo forze da combattimento straniere che molti in Afghanistan vedono come invasori?

Questa domanda solleva un problema più ampio, collegato all’intero conflitto post 11 settembre. Più volte ho sostenuto che c’è un problema di fondo alla radice della Guerra al Terrore: sta diventando politicamente impossibile per un Paese come gli Stati Uniti ricostruire i Paesi del Medio Oriente e dell’Asia sud-occidentale a immagine dell’Occidente. Come l’era coloniale era chiaramente sorpassata alla metà degli anni ’50 (anche se gli imperi francese e britannico si tennero stretti alcuni dei loro territori ancora a lungo), così per i Paesi occidentali non è più praticabile l’occupazione dei principali Stati di questa regione.

Questa opinione, limitata ad una minoranza di analisti, si sta facendo strada in alcuni ambienti sorprendenti. Andrei J. Bacevich, per esempio, è uno specialista di relazioni internazionali molto rispettato negli Stati Uniti, con una prospettiva molto conservatrice. Egli afferma:

“Malgrado i successi del generale David H. Petraeus, la lezione principale della guerra in Iraq resta la seguente: immaginare che gli Stati Uniti possano invadere facilmente e a poco prezzo, occupare e redimere qualsiasi Paese nel mondo musulmano è una pura follia”.

Questo è vero anche per l’Afghanistan, dove i rinforzi di cui il generale David D. McKiernan, recentemente nominato comandante in capo delle truppe Usa, dice di aver bisogno, non saranno disponibili fino alla prossima primavera.

Il contesto di queste prese di posizione è una considerevole dissonanza tra le azioni che vengono fatte e gli atteggiamenti adottati dagli strateghi occidentali della guerra. Basterà elencare cinque sviluppi contestuali:

– Le forze Usa potrebbe crescere di 20mila unità in un anno.

– Il conflitto nel Pakistan occidentale si sta allargando per divenire una guerra importante tra l’esercito pakistano e le milizie talebane, mentre l’opinione pubblica pakistana diventa sempre più anti-americana.

– Il ministro della difesa statunitense, Robert M. Gates, riconosce che ci sarà bisogno di trattare con elementi talebani “pacificabili”.

– Ci sono notizie di un incontro che si sarebbe tenuto in Arabia Saudita, organizzato da re Abdullah, nel settembre 2008 tra importanti leader talebani – tra cui l’ex-ambasciatore in Pakistan del movimento, Abdul Saleem Zaeef – e membri del governo di Hamid Karzai, tra cui il fratello del presidente Qayum Garzai; sarebbe stato presente anche l’ex-primo ministro pakistano Nawaz Sharif.

– Notizie non confermate riferiscono che al leader storico dei talebani, il Mullah Omar – che nell’ottobre 2001 era considerato dal governo di George W. Bush un nemico secondo solo a Osama bin Laden – potrebbe essere concesso di rientrare di nascosto in Afghanistan dal Pakistan.

Due tendenze

Quel che emerge da questa concatenazione di eventi è che attori diversi stiano seguendo percorsi diversi. Rivelano anche che il punto di vista britannico
, espresso dal loro ambasciatore, è condiviso in qualche misura da Robert M. Gates; ma l’opinione dominante tra gli strateghi occidentali è ancora quella che la guerra debba andare avanti e vada addirittura allargata. C’è, però, uno e un solo modo per riconciliare punti di vista così contrapposti: quello che sostiene che ci debba essere sì un negoziato con i talebani, ma che questi accetteranno un compromesso solo se si troveranno di fronte alla sconfitta o quanto meno a perdite gravi sul campo di battaglia. In altre parole, i talebani vanno spinti con le armi – non invitati – al tavolo del negoziato.

È questa la dinamica fondamentale di quanto sta accadendo in Afghanistan, Pakistan occidentale e persino Arabia Saudita. Ma comporta un enorme rischio che potrebbe rovesciarla: la possibilità che Bacevich e altri abbiano ragione – ovvero che allargare l’offensiva militare avrà l’effetto opposto a quello che si desidera. Un aumento nel numero di truppe straniere impegnate in Afghanistan potrebbe provocare una reazione ancora più decisa da parte dei talebani piuttosto che una volontà di negoziare, e allora la spirale della guerra sarà irreversibile.

Questo risultato, a sua volta, è tutt’altro che certo, ma due tendenze emerse con forza nel 2007-2008 (spesso riconosciute tardivamente) sono importanti per valutare cosa sta accadendo. La prima è che l’esperienza di questi due anni mostra che, più si immettono forze occidentali in Afghanistan, più le milizie talebane diventano forti e influenti. La seconda è che molti dati attestano come la forza crescente dei talebani abbia spinto sempre più jihadisti paramilitari ad andare in Afghanistan e Pakistan occidentale per combattere il “nemico lontano”, ovvero gli Stati Uniti e i suoi alleati. In effetti, la svolta paradossale della situazione afgana è che alcuni di questi giovani hanno in precedenza acquisito esperienza militare combattendo i soldati americani in Iraq.

Queste tendenze suggeriscono l’idea che “negoziare da una posizione di superiorità militare” abbia poco o nessun effetto sulla realtà dell’Afghanistan odierno. Se così sarà – in un contesto dove quest’idea continua ad avere corso politico nella campagna presidenziale Usa, e forse addirittura al di là di essa – la conseguenza è che la guerra in Afghanistan potrebbe durare ancora molti anni.

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