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La guerra silenziosa

I ribelli ugandesi del Lra mettono a ferro e fuoco Sudan e Congo, più di 200 morti

di Matteo Fagotto
da: www.peacereporter.net

Messo in ombra dai recenti scontri nell’est della Repubblica Democratica del Congo, un altro conflitto sopito da quasi tre anni è riesploso nelle ultime settimane. Secondo quanto riferito da numerosi fonti locali, i ribelli ugandesi del Lord’s Resistance Army, capeggiati da Joseph Kony, avrebbero condotto una serie di raid mortali contro numerosi villaggi nel Sudan meridionale, in Repubblica Centrafricana e nello stesso Congo. Il bilancio parla di circa 200 civili morti e più di cento rapiti. Nel solo Congo orientale, gli sfollati provocati dagli attacchi degli uomini di Kony sarebbero almeno 50.000.

La nuova, presunta campagna lanciata dal Lra potrebbe essere la pietra tombale sui colloqui di pace con il governo ugandese, avviati tre anni fa ma che, dallo scorso aprile, hanno conosciuto uno stop preoccupante. Al momento della firma finale, costata mesi di faticosissime trattative, Kony non si presentò infatti a Juba, la capitale del Sudan meridionale dove erano presenti le delegazioni del governo ugandese e degli stessi ribelli. Il leader del Lra, braccato da un mandato per crimini di guerra e contro l’umanità emesso dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja, chiedeva infatti che la sua posizione venisse stralciata, e non si fidò di uscire allo scoperto senza garanzie sulla sua incolumità. Da allora, il silenzio più completo avvolge le trattative, o quello che ne resta.

Cosa ancora peggiore, stando a quanto rivelato da numerose fonti locali, Kony avrebbe ordinato una nuova campagna militare contro i civili e i villaggi nella zona di confine tra il Congo, l’Uganda, il Sudan e la Repubblica Centrafricana. Se negli anni precedenti i raid erano condotti principalmente per procurarsi cibo e rifornimenti, stavolta sembra che il principale obiettivo di Kony siano i civili. I ribelli sarebbero così tornati alla tattica della terra bruciata adottata durante la guerra nel nord Uganda, che negli anni più duri costrinse l’80 percento dei civili a rifugiarsi nei campi profughi allestiti dal governo. Oltre alle vittime, le comunità colpite dai nuovi attacchi hanno denunciato la sparizione di più di cento bambini. Proprio i minori costituiscono la spina dorsale dell’esercito di Kony, che durante i 22 anni di guerra ne rapì più di 20.000. I recenti episodi fanno pensare a un tentativo del gruppo ribelle, che a causa delle offensive dell’esercito ugandese era arrivato a contare poco più di 500 unità, di ringrossare le proprie fila. E di riprendere il conflitto armato.

Nell’ormai lontano 1986, Kony prese le armi sostenendo di voler difendere i diritti della popolazione Acholi, che vive nell’Uganda settentrionale. Ma sono stati proprio gli Acholi ad aver subìto le peggiori conseguenze del conflitto, con gli attacchi dei ribelli da una parte e i raid dell’esercito dall’altra. Negli ultimi anni i ribelli, che hanno sempre avuto le proprie basi nel Sudan meridionale, hanno allargato il raggio delle loro operazioni al Congo orientale, un po’ per sfuggire agli attacchi dell’esercito ugandese, un po’ per trovare nuove fonti di approvvigionamento dopo aver saccheggiato tutto il possibile nel nord dell’Uganda. Sospettati di aver ricevuto armi e finanziamenti dal governo di Khartoum durante la guerra civile sudanese, conclusasi nel 2005, ora gli uomini del Lra potrebbero creare nuovi problemi a una regione, quella del Sudan meridionale, ancora alle prese con la ricostruzione e ai ferri corti con Khartoum per il rispetto degli accordi di pace seguiti alla guerra civile, conclusasi nel 2005

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