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Pio XII: pesò anche il silenzio

di Amos Luzzatto
da: www.confronti.net

A titolo di premessa, mi vedo costretto a ripetere quanto ho già affermato più volte. Io non so che cosa significhi il titolo di «beato», non lo so in quanto questa parola, estranea alla mia tradizione, non mi commuove, non sono capace di apprezzarlo, se è applicato a una personalità del passato non la esalta ai miei occhi. So bene che per il mondo cattolico non è così e anche se non lo capisco lo rispetto. Il dichiarare un nuovo beato è una cosa che riguarda il mondo cattolico e non riguarda me.

Resta tuttavia sul tappeto il problema del giudizio sulla figura storica del defunto pontefice Pio XII e, per quanto mi riguarda, del suo rapporto con gli ebrei. Va detto, per prima cosa, che il problema è generalmente impostato male. Nel quadro della caccia all’uomo, delle deportazioni ai campi di sterminio, dell’avvio della cosiddetta soluzione finale del problema ebraico, fu programmata e realizzata la morte di sei milioni di ebrei d’Europa. Che in questa situazione, in Italia, alcune migliaia di ebrei trovassero generosamente salvezza presso Istituzioni cattoliche, pare con il consenso del papa, giustifica certamente la gratitudine – in questo caso la qualità conta sicuramente più della quantità – ripetutamente espressa da esponenti del mondo ebraico. Ma non è questo che risolve il problema. Riflettiamo.

Abbiamo davanti agli occhi la figura del papa al Tiburtino per portare la propria parola e la propria preghiera alle vittime e ai sopravvissuti del primo bombardamento di Roma [compiuto nel quartiere di San Lorenzo, il 19 luglio 1943, dall’aviazione statunitense, ndr]. E questo ci commuove. Ma quando, con il 16 ottobre 1943, dal Ghetto di Roma venivano deportati gli ebrei, con la prospettiva di sofferenze ancora maggiori e di una morte ancora più atroce, non ci risulta che sia giunta loro una parola dalla Santa Sede. Ci limitiamo a registrarlo con dolore e non commentiamo. Ma ne restiamo imbarazzati.

E allora, cerchiamo di allargare e di precisare il discorso. Quale è stato il senso profondo, in una certa misura innovativo, della Shoah? A mio parere, soprattutto il tentativo scientifico di uccidere e di sradicare, cancellando non soltanto le persone e le cose ma la stessa loro traccia, in modo che neppure gli ipotetici futuri archeologi potessero scoprire che in Europa, in un tempo remoto, c’erano stati, avevano vissuto, amato, studiato, sofferto, questi deprecati ebrei. E diciamo pure che ci sarebbero riusciti se nel 1942 i sovietici a Stalingrado e il Commonwealth britannico a El Alamein non avessero infranto la violenza delle armate hitleriane.

Le dimensioni del problema, dimensioni tragiche dei tempi in cui tutti noi avevamo negli occhi l’immagine della prossima fine, sono tali che le stesse critiche e le stesse difese dell’operato di Pio XII impallidiscono e si riducono a note a margine di eventi a tal punto sconvolgenti.

E tuttavia. Pio XI morì il 10 febbraio 1939. Pacelli fu eletto papa il 2 marzo. La legislazione razziale italiana aveva mosso le sue prime tappe in Italia all’inizio di settembre 1938, solo sei mesi prima, ma a tappe ravvicinate era andata progressivamente aggravandosi. La guerra fatalmente si avvicinava. Si pone il quesito se una presa di posizione ufficiale della Chiesa cattolica, una dichiarazione di condanna del razzismo e dell’antisemitismo, sia pure in termini diplomatici e con tutte le cautele del caso, fatta prima che si muovessero le truppe, sarebbe servita concretamente o no. Io penso di sì, perché almeno una parte dei cattolici di Francia, Belgio, Germania e Austria, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, Slovenia e Croazia non avrebbero lasciato al protestante re di Danimarca e agli ortodossi di Bulgaria il monopolio di gesti di solidarietà verso gli ebrei perseguitati.

Ammettiamo che sia vero il contrario: una dichiarazione esplicita non avrebbe avuto alcun effetto. Ma è lo stesso silenzio ad avere sempre un effetto. Agli occhi di coloro che hanno il monopolio del potere spietato, il semplice non intervenire non resta privo di effetto, anche il silenzio ha un peso, ha avuto un significato, ha consolidato la dottrina e la prassi della tirannide sanguinaria.

Detto questo, possiamo capire tante cose. In situazioni estreme non è facile adottare tempestivamente le decisioni giuste. Come poteva sapere lo stesso Churchill, ai tempi della battaglia d’Inghilterra, se il suo invito ai compatrioti a resistere fino in fondo non avrebbe comportato la distruzione delle città e delle campagne inglesi e l’assoggettamento del paese a una occupazione spietata da parte del nemico nazista? Come possiamo sapere se Hitler non avrebbe fatto le sue vendette sui cattolici del Reich? Come possiamo sapere… l’elenco sarebbe infinito. E la risposta è: non possiamo affatto saperlo. Questa è appunto la difficoltà, il dramma se vogliamo, del prendere le decisioni giuste tempestivamente nei momenti cruciali.

Quello che sappiamo è che questo silenzio c’è stato. Certo, non solo da parte del Vaticano. Sappiamo che il dottor Riegner, del Congresso mondiale ebraico, aveva comunicato da Ginevra tempestivamente anche ai governi britannico e statunitense che stava per avere inizio nell’Europa occupata la «soluzione finale». Senza risultati. Ma non è mai stato vero che l’omissione, se è comune, discolpa tutti.

Ammettiamo umilmente che non spetta a noi dare oggi giudizi di critica e di condanna. Forse però in questo caso neppure giudizi di elogio. Dopo di che, ciascuno ha la libertà di conferire i titoli che ritiene alle persone che non ci sono più o alla loro memoria. E ciascuno avrà allora anche la libertà di esprimere la propria delusione e il proprio giustificato dolore.

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