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Una distribuzione della ricchezza disuguale

di Maurizio Benetti
da: www.confronti.net

«Dall’alto del suo trono alla Federal Reserve, Alan Greenspan ha paternamente lasciato che la finanza inventasse i suoi strumenti e le sue regole. Interrogato al Senato sul più discusso di questi strumenti, ha detto nel 2003 che “i derivati sono stati un veicolo straordinariamente utile per trasferire il rischio da coloro che non vogliono correrlo a quelli che sono pronti ad accettarlo e ne sono capaci”. Non siamo, quindi, vittima di un “errore umano”, come vengono definite le distrazioni di un pilota. Ciò che è accaduto nelle scorse settimane è il risultato di una consapevole strategia finanziaria». È quanto scrive Sergio Romano nell’editoriale del Corriere della sera del 12 ottobre scorso. La mancanza di regole non è stata un errore ma una scelta voluta: le regole esistevano, sono state progressivamente eliminate, nella convinzione sempre più affermatasi nelle classi dirigenti, prima anglosassoni poi mondiali, che lo Stato «costituisse il problema» e che il sistema finanziario fosse in grado di autoregolarsi.

Ma la deregulation che ha accompagnato e favorito lo sviluppo dei mercati finanziari ha solo accelerato e reso più virulenta una crisi che ha le sue basi nel progressivo aumento delle differenziazioni di reddito nei paesi di più vecchia industrializzazione e nella perdita di potere di acquisto dei ceti medi e di quelli popolari. Il fenomeno è palese soprattutto negli Stati Uniti. L’economia americana si basa sulla domanda interna e in particolare sui consumi privati. I consumi delle famiglie a loro volta dipendono dalla crescita e dalla distribuzione del reddito e dalla variazione dello stock di ricchezza posseduta. Negli ultimi trent’anni si è avuto un generale allargamento delle disuguaglianze interne e la quota dei redditi destinati al lavoro è complessivamente diminuita. Ma la domanda interna americana non solo ha tenuto, si è sviluppata grazie al debito che è stato il vero motore dello sviluppo americano negli ultimi decenni. Nel 2008, il debito aggregato degli Stati Uniti (famiglie, imprese, banche e pubbliche amministrazioni) supera i 51mila miliardi di dollari contro un prodotto interno lordo di 14mila miliardi, con un’incidenza percentuale pari al 358% del Pil, superiore a quella registrata nella crisi del 1929, e maggiore del debito aggregato italiano che si ferma al 200% del Pil.

Con redditi da lavoro in calo è determinante, al fine di preservare i consumi, la variabile ricchezza. Una politica monetaria espansiva favorisce una crescita della borsa e dei valori immobiliari consentendo alla classe media americana di indebitarsi mantenendo elevati i consumi. La diffusione delle carte di credito e l’allargamento del mercato immobiliare con i subprime consente di estendere il debito anche alle classi meno abbienti. Parimenti si sviluppano l’innovazione finanziaria e la deregulation. Alla fine degli anni Ottanta nascono i primi Cdo («Collateralized debt obligation»), titoli strutturati nei quali sono impacchettati debiti di varia natura con rischi diversi. Si pensa in questo modo che i Cdo siano esposti ad un rischio complessivo inferiore a quello dei singoli titoli originari che racchiudono. Le banche colgono al volo i vantaggi dell’innovazione che consente loro la dispersione del rischio su un vasto numero di investitori/risparmiatori e la possibilità di concedere crediti con poca prudenza. Nel 1999 il Congresso americano abolisce lo Steagall Act, che vietava la commistione tra banche commerciali e banche d’affari e d’investimento. Nel 2001 la Sec concede alle big five di Wall Street – Bear Stearns, Merril Lynch, Lehman Brothers, Morgan Stanley e Goldman Sachs – il diritto di autoregolare i propri rischi e successivamente consente alle banche di tenere fuori bilancio il credito cartolarizzato in titoli strutturati. A fianco del sistema bancario tradizionale si è formato, quindi, un sistema bancario ombra dedicato alla speculazione nel campo dei nuovi prodotti finanziari. Le autorità di vigilanza rinunciano al controllo e le società di rating che dovrebbero assicurare i risparmiatori/investitori sulla qualità dei titoli strutturati non sono in grado di farlo e, comunque, sono in pieno conflitto di interessi poiché spesso partecipano alla costruzione dei Cdo. Queste scelte, ripetiamo, non sono frutto di errori, ma decisioni consapevoli che trovano largo consenso anche in Europa in tutti, o quasi, gli schieramenti politici.

Sono pochi e inascoltati coloro che lanciano allarmi sui prodotti innovativi e sulla progressiva deregulation. W. Buffet, oggi indicato da entrambi i pretendenti alla presidenza degli Usa come prossimo segretario al Tesoro, aveva definito questi prodotti nel 2003 «l’arma finanziaria di distruzione di massa». Inascoltati anche i pochi (anche se oggi sono in molti ad affermare di aver predetto l’attuale crisi) che hanno indicato in questi anni i limiti di fondo dello sviluppo economico: la crescente disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza, la precarizzazione di una parte crescente del mondo del lavoro, la diminuzione del potere d’acquisto della classe media.

La crisi dei subprime è stata la casuale scintilla che ha incendiato una prateria già predisposta al fuoco. La crisi poteva partire dalle carte di credito, tuttora a forte rischio, o dal crollo di qualche istituzione bancaria o assicurativa particolarmente esposta. Il fondo della crisi sta nel debito complessivo americano, il punto vero è come riusciranno gli americani a mantenere il loro attuale livello di consumi, a fronte di una diminuzione profonda della loro ricchezza mobiliare (borse) e immobiliare. Se non saranno in grado di farlo la crisi dell’economia reale già oggi annunciata come primo effetto della crisi finanziaria sarà verticale e si estenderà a tutto il mondo.

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