Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia Se la Binetti abitasse a Buenos Aires

Se la Binetti abitasse a Buenos Aires

di Chiara Valentini
da: http://valentini.blogautore.espresso.repubblica.it

Passo qualche giorno fa da Buenos Aires dopo un viaggio nell’interno dell’Argentina e mi trovo improvvisamente fra strade bloccate ed echi di slogan che arrivano dalla Plaza de Mayo. Difficile pensare a una manifestazione contro il governo, non c’è un solo poliziotto in giro e più mi avvicino alla Casa Rosada, l’omologa del nostro Quirinale, più sono assordata da un rock che sa un po’ di tango e stretta fra gente molto colorata. Cantano, ballano, in tanti sfoggiano costumi di raso e paillettes e strillano “Viva la diversità”.

Ma si, sono capitata alla Marcia dell’orgoglio gay, il Gay pride più importante del Sudamerica. Come racconterà il giorno dopo il Clarin, quotidiano molto diffuso e altrettanto moderato, almeno 25 mila persone avevano partecipato a quella festa “colorata ed entusiasta”, a cui il sindaco di Buenos Aires aveva fornito aiuti e persino gli altoparlanti per la musica. Mentre fra i tanti carri allegorici ce n’era uno dell’Istituto nazionale contro la discriminazione, presieduto da una funzionaria kirchnerista.

Eppure in un passato recente Buenos Aires era ancora una città intollerante ai gay, dove le poche centianaia che 18 anni fa avevano osato “uscire dalle fogne e dall’invisibilità” per la prima Marcia erano stati coperti di insulti e lazzi, come mi ha raccontato uno dei loro leader storici. Ma via via era prevalsa un’opinione pubblica sempre più amichevole, che oggi è pronta a condannare chi offende e discrimina gli omosessuali.

Rientrata a Roma ancora con quelle immagini negli occhi, quasi non riesco a capire su cosa diavolo stanno litigando Paola Concia, deputata dichiaratamente gay del Pd, e l’inossidabile Paola Binetti, senatrice dello stesso partito. Leggo sui nostri giornali notizie confuse su commissioni di garanzia, su ricorsi e codici etici. E finalmente ricostruisco la puntata iniziale, che forse conoscete da prima di me. Si tratta di una frase, detta da Binetti al Corriere della Sera: ” Le tendenze omosessuali presuppongono la presenza di un istinto che può risultare incontrollabile. Ecco:da qui scaturisce il rischio pedofilia”. “Ma non è possibile”, è la poco originale osservazione che mi viene alle labbra.Non è possibile questo carico da novanta di grossolanità, perdipiù da un’esponente del partito che dovrebbe battersi per i diritti civili messi a rischio da una maggioranza dalle venature razziste.

Ma quel che mi stupisce ancor di più è il cosidetto dibattito che si svolge dentro il Pd. “Noi non la pensiamo come la Binetti ma non possiamo limitare la sua libertà d’espressione”, è grosso modo la risposta che viene data ai molti e molte che avevano protestato e fatto ricorso. Già, ma che cosa vuol dire “libertà d’espressione”, quali ne sono i confini e le coordinate? Credo che possano aiutare a chiarire le idee un paio di esempi. Immaginiamo che il deputato Ypsilon dichiari in un’intervista che i neri sono pericolosi perchè dotati di una potenza sessuale che può spingerli facilmente allo stupro.

Immiginiamo subito dopo che la deputata Kappa, sempre in un’intervista, sostenga che gli ebrei sono pericolosi perchè geneticamente avari e bugiardi. Voi pensate che in qualunque partito progressista o anche sanamente conservatore si invocherebbe per questi parlamentari la libertà d’opinione? Credo che nei due casi che ho citato l’intollerabilità di questi vecchi stereotipi razzisti provocherebbe solo dissociazioni indignate e, se esistono comitati etici, deplorazioni di vario genere.

Se questo invece non succede, se intellettuali come Luigi Manconi sull’Unità, pur deplorando il Binettipensiero parlano di “tema controverso” e della necessità di “massimo confronto interno per giungere a formulare infine una posizione chiara”, vuol dire che la condanna dell’omofobia non fa ancora parte del nostro comune patrimonio di progressisti. Vuol dire, credo, che l’omofobia stessa è un concetto con cui ancora non si sono fatti i conti.

La controprova? Le norme sull’omofobia, non approvate dal governo Prodi alla fine di un pasticciato braccio di ferro parlamentare, sono di nuovo in stand by alla commissione giustizia della Camera, dove proprio Paola Concia ne è la relatrice. Nell’attesa di una soluzione legislativa, che potrebbe anche essere lunga viste le resistenze di vario genere, non potremmo provare a diventare noi, la cosidetta società civile, i garanti dei diritti e della dignità delle persone omosessuali?

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