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TRA LOBBISTI E CLINTONIANI, NASCE IL GABINETTO DI OBAMA

di Michele Paris
da www.altrenotizie.org

A poco più di due settimane dall’elezione a 44esimo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama sta procedendo in maniera insolitamente spedita nella formazione del proprio governo che, a partire dal 20 gennaio prossimo, dovrà farsi carico ufficialmente degli enormi problemi che affliggono il Paese. Se in realtà nessuna nomina riguardante il nuovo gabinetto è stata finora annunciata in maniera ufficiale, anticipazioni e indiscrezioni abbondano ormai da parecchi giorni su tutti i media americani, occupati soprattutto a pesare le effettive chances di far parte dell’amministrazione Obama della ex first lady Hillary Clinton, candidata al prestigioso incarico di Segretario di Stato. Nomina non priva di ostacoli, dal momento che la scelta della ex first lady è vincolata alla disponibilità del marito Bill a rendere noti i nomi dei benefattori della sua fondazione (“William J. Clinton Foundation”) e i suoi interessi finanziari frequentemente legati a governi ed aziende estere.

L’ex presidente si è detto di recente completamente disponibile a mettere a disposizione ogni informazione alla squadra di Obama incaricata di analizzare la sua posizione ed eventuali conflitti di interesse con il ruolo che dovrebbe svolgere Hillary. Tuttavia, rimangono profondi dubbi circa la sua disponibilità a troncare in futuro ogni legame relativo all’attività filantropica – e, di fatto, di consulente d’affari – con paesi stranieri che potrebbero essere al centro di delicati rapporti con gli Stati Uniti e, di conseguenza, con il Dipartimento di Stato.

Oltre alla gestione dell’ingombrante personalità di Bill Clinton, la possibile scelta di Hillary sta riproponendo quelle perplessità che in buona parte erano già emerse durante l’estate quando erano circolate voci circa una sua candidatura alla vicepresidenza. A parte le sue effettive capacità diplomatiche, potrebbero emergere problemi legati alla sua straripante personalità – e a quella del marito – e alla disponibilità da parte sua di abbandonare un ruolo nel quale può operare in maniera relativamente indipendente – al Senato – per ricoprirne un altro che la vedrà impegnata a fare da portavoce del presidente. Per non parlare poi dei possibili conflitti con Obama e del livello di sintonia che i due potranno eventualmente raggiungere, o ancora delle velleità di Hillary non ancora del tutto sopite – secondo alcuni – di puntare alla Casa Bianca tra quattro o otto anni.

È difficile in ogni caso pensare che Obama a questo punto possa tirarsi indietro se i coniugi Clinton rispetteranno le condizioni poste dal presidente eletto per l’assegnazione dell’incarico di Segretario di Stato a Hillary. Un nuovo rifiuto ad imbarcare la senatrice di New York dopo la mancata nomina a running-mate creerebbe infatti ulteriori malumori tra i suoi fedelissimi all’inizio di un mandato presidenziale che, già di per sé, si annuncia pieno di difficoltà. Dovesse fallire la candidatura di Hillary, appaiono comunque già pronti a contendersi la poltrona del Dipartimento di Stato l’ex candidato alla Casa Bianca John Kerry, il governatore del New Mexico Bill Richardson e l’ex ambasciatore alle Nazioni Unite Richard Holbrooke.

Questione di giorni infine dovrebbe essere per la scelta del futuro Segretario al Tesoro, posizione per la quale sono in gara almeno il clintoniano Larry Summers, il giovanissimo presidente della “Federal Riserve” di New York, Timothy Geithner, e il governatore del New Jersey, Jon Corzine, così come per quella di Segretario alla Sicurezza Nazionale – che vede favorita la governatrice dell’Arizona Janet Napolitano – e di Segretario al Commercio, con la manager di Chicago, Penny Pritzker, in pole position. In attesa dell’annuncio di altri nomi di un qualche rilievo che entreranno a far parte del gabinetto Obama, le ultime nomine ormai certe hanno riguardato le poltrone di Procuratore Generale (andata al clintoniano Eric H. Holder jr.) del Bilancio (all’economista e anch’egli clintoniano Peter Orszag) e di consigliere legale della Casa Bianca (a Gregory B. Craig, difensore di Bill Clinton nel procedimento di impeachment nel 1998 e schieratosi a fianco di Obama durante le primarie democratiche).

Sembra quindi delinearsi la squadra che lavorerà con il neopresidente, la cui prima mossa è stata però quella di mettere in piedi il gruppo di consiglieri incaricati di gestire il passaggio di poteri nei due mesi e mezzo che, tradizionalmente, devono trascorrere tra l’Election Day e l’insediamento alla Casa Bianca. A dirigere le operazioni del passaggio di poteri è stato chiamato il capo di gabinetto dell’amministrazione Clinton tra il 1998 e il 2001, John D. Podesta, fondatore e membro dell’influente gruppo di ricerca “Center for American Progress”, molto vicino al Partito Democratico. Fedelissimo della famiglia Clinton, Podesta è affiancato nel suo compito da due stretti consiglieri di Obama, Valerie Jarrett, manager afroamericana nel campo delle costruzioni ed ex braccio destro del sindaco di Chicago, Richard Daley, affiancata da Pete Rouse, frequentatore degli ambienti del Congresso da quasi 40 anni.

Jarrett e Rouse hanno ottenuto successivamente posizioni ufficiali nel team di Obama alla Casa Bianca. Entrambi infatti – insieme allo stratega della campagna elettorale del neopresidente, David Axelrod – sono stati nominati alla carica di “senior adviser”. Tuttavia l’incarico più importante finora assegnato riguarda senza dubbio quello del capo di gabinetto (“chief of staff”), una sorta di primo ministro che opera a strettissimo contatto con il presidente. La scelta di Obama è ricaduta sul membro della Camera dei Rappresentanti per lo stato dell’Illinois, Rahm Emanuel, amico di lunga data del presidente eletto e allo stesso tempo vicino al clan Clinton per essere stato consigliere dell’inquilino della Casa Bianca dal 1993 al 1998.

La decisione di optare per Emanuel, 48enne originario di una famiglia ebraica ed architetto del trionfo elettorale democratico alla Camera dei Rappresentanti nel 2006, ha suscitato non poche polemiche sia tra i repubblicani che tra i suoi stessi compagni di partito. In molti hanno accusato Obama di venir meno da subito alla sua promessa di governare superando le faziosità di partito e facendo appello all’unità. Rahm Emanuel infatti – soprannominato “Rahmbo” per la sua intransigenza – si è costruito negli anni una fama di politico settario e poco disposto al compromesso. A far pendere la bilancia a suo favore, tuttavia, ha pesato la vasta esperienza accumulata in molti ambiti e la perseveranza spesso dimostrata in passato nel raggiungimento degli obiettivi preposti.

Il primo membro del futuro gabinetto Obama ad essere già certo della nomina è stato poi l’ex senatore democratico del South Dakota, Tom Daschle. Gli è stata garantita infatti la guida del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HSS), una posizione assimilabile al Ministro della Sanità e che permetterà all’ex leader di maggioranza al Senato di assumersi in prima persona il compito di cercare di espandere la copertura sanitaria negli USA. Anche in questo caso non sono mancate le critiche piovute addosso a Obama. Le regole fissate dal suo staff per limitare al minimo l’influenza di lobbisti e corporations sulla nuova amministrazione sono sembrate da subito violate dalla scelta di Daschle, il quale dopo aver lasciato il Congresso ha lavorato come consulente per svariate compagnie operanti nel settore medico per conto dello studio legale e lobbistico di Atlanta, Alton & Bird.

La promessa di Obama già alla vigilia della sua elezione era quella di non impiegare nel proprio team di governo personalità impegnate negli ultimi due anni in attività di lobby relative alla mansione da svolgere nel nuovo gabinetto. Il conflitto di interessi che riguarda Tom Daschle è tuttavia piuttosto evidente, visto che lo studio al quale ha prestato la propria influenza nel mondo politico di Was
hington e ha avuto come clienti numerose aziende farmaceutiche, fornitrici di servizi sanitari e di assistenza a domicilio a malati. Il suo compito, in sostanza, era quello di consigliare i propri clienti sul modo migliore di agire per influenzare a proprio favore le azioni intraprese a livello parlamentare e governativo.

Daschle d’altra parte è stato uno dei sostenitori della prima ora di Barack Obama e i suoi contatti gli è stati molto utili nel corso delle primarie democratiche per convincere un gran numero di superdelegati a voltare le spalle a Hillary Clinton per schierarsi dalla sua parte. Inoltre, già poche ore dopo l’elezione di Obama ai primi di novembre, si era iniziato a parlare di Tom Daschle come possibile capo di gabinetto, incarico successivamente assegnato a Rahm Emanuel. Il 60enne ex deputato e senatore del South Dakota vanta poi una profonda competenza nell’ambito del sistema sanitario americano, al quale ha dedicato proprio quest’anno un libro dove avanza la proposta di creare un apposito ufficio a livello federale – da fondersi con i piani di assistenza pubblica “Medicaid” e “Medicare” – per affrontare il problema della copertura sanitaria universale nel paese.

Nonostante la nomina, ancora ufficiosa, del primo membro del nuovo gabinetto sembri contraddire subito il principio etico stabilito da Obama nella selezione dei suoi assistenti, va dato atto all’ex senatore dell’Illinois di essere il primo ad aver adottato una politica restrittiva nei confronti dei lobbisti e dei grandi interessi. Le polemiche sorte attorno al nome di Daschle in ogni caso evidenziano a sufficienza la difficoltà di portare fino alle estreme conseguenze un tale atteggiamento. È pratica consolidata a Washington, per quegli esperti uomini politici che lasciano temporaneamente le loro cariche federali, arricchirsi mettendosi a disposizione degli interessi privati alla ricerca di qualche aggancio al Congresso. Estromettere dalla propria lista di candidati ogni politico che ha seguito questa parabola significherebbe di conseguenza per il neopresidente non poter contare sugli uomini più esperti e capaci in circolazione.

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