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In Italia è vietato integrarsi

di Franca Di Lecce *
da www.riforma.it

Si ostacola il diritto all’unità familiare, si introduce il reato di clandestinità, si mina il diritto alla salute, si alimentano sospetto e delazione, ma dove stiamo andando?

Lo spirito delle leggi è quello di regolare la convivenza e i rapporti tra le persone e sanzionare quei comportamenti non ispirati ai principi della convivenza; in altre parole le leggi, dando attuazione al dettato costituzionale, devono garantire il buon funzionamento del Paese. Le recenti misure legislative in materia di immigrazione vanno nella direzione opposta.

Il noto «pacchetto sicurezza», adottato dal nuovo Governo a maggio 2008, ha introdotto e mira a introdurre una scandalosa riduzione dei diritti dei migranti, uomini e donne da tenere in condizioni di precarietà, ricatto e sfruttamento, con gravi ripercussioni sulla pacifica convivenza nella società. Proprio in questi giorni è in discussione al Senato l’ultimo tassello del «pacchetto sicurezza», il disegno di legge n. 733 che è stato già approvato in Commissione Affari Costituzionali e Giustizia del Senato, accogliendo una serie di emendamenti peggiorativi e lesivi dei diritti umani fondamentali. L’impostazione del disegno di legge è persecutoria, intimidatoria e destablizzante per la società intera perché inibisce di fatto i percorsi di integrazione dei migranti, «linfa vitale per il tessuto della Nazione», come li ha recentemente definiti il presidente della Repubblica.

Le misure del «pacchetto sicurezza» delineano una sorta di percorso a ostacoli per migranti che osano progettare il loro futuro in un Paese diverso da quello in cui sono nati. Si ostacola il diritto all’unità familiare, che da sempre costituisce un elemento forte di stabilità e dunque di integrazione, proprio nel paese che del valore della famiglia fa da sempre uno dei suoi cavalli di battaglia. Si introduce il reato di clandestinità da punire con un’ammenda da 5mila 10mila euro, viene minato il diritto alla salute perché i migranti irregolari verrebbero segnalati dai medici alle autorità e penalizzato anche il trasferimento di denaro perché al gestore dei servizi sarà chiesto di segnalare, entro 12 ore all’autorità locale di pubblica sicurezza, lo straniero che vuole trasferire denaro e non è in regola con il permesso di soggiorno.

Tali misure destinate a creare una cultura del sospetto e della delazione, tipica dei regimi totalitari, incrementeranno i traffici illeciti e andranno a beneficio delle organizzazioni criminali che, dopo le armi e la droga, traggono i maggiori profitti dal traffico dei migranti.

La vita dei migranti sarà poi ulteriormente aggravata da una tassa di 200 euro per ogni richiesta di rilascio o rinnovo del permesso di soggiorno che sarà articolato per crediti: un premio all’efficienza della burocrazia italiana? Il permesso sarà subordinato alla stipula di un «accordo di integrazione» e tra i requisiti vi sarà l’adesione alla Carta dei valori, pubblicata in Gazzetta Ufficiale a giugno 2007, un’arbitraria minicostituzione ad hoc per le minoranze etniche, religiose e linguistiche, un vero pasticcio giuridico su cui avevamo espresso, come Servizio Rifugiati e migranti, forti critiche e perplessità.

La sicurezza, lo slogan esibito dal nuovo Governo, in continuità con quello precedente, che sull’onda emotiva di un fatto di cronaca approvò lo scorso autunno un vergognoso decreto per inasprire le regole delle espulsioni dei cittadini romeni, viene strumentalizza per mascherare l’incapacità di garantire la sicurezza, e cioè di promuovere la legalità, di punire il crimine organizzato e la corruzione, di combattere la disoccupazione e la povertà attraverso politiche di inclusione sociale, economica e culturale. A una classe politica che legittima il «diritto speciale» per i migranti, basato sulla sospensione dei diritti e delle garanzie fondamentali, che guarda al futuro del paese che è chiamato a governare tagliando i fondi alla scuola, alla cultura e all’integrazione, e che concepisce di istituire «classi speciali» e corsi di educazione alla legalità e alla cittadinanza per i soli alunni stranieri, consigliamo di ripassare la storia, in particolare il discorso che Pericle pronunciò davanti agli ateniesi nel 461 a. C., un monito di grande attualità per i cittadini e per chi governa:

«Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: per questo è detto democrazia. Le leggi assicurano una giustizia eguale per tutti (…). La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se preferisce vivere a modo suo. Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e le leggi, e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono un’offesa. E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte la cui sanzione risiede solo nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di buon senso (…). La nostra città è aperta al mondo; noi non cacciamo mai uno straniero (…). Un uomo che non si interessa dello Stato non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché soltanto pochi siano in grado di dar vita a una politica, noi siamo tutti in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione un ostacolo sulla strada dell’azione politica».

Come chiese evangeliche diciamo no al sacrificio dei diritti, perché l’indebolimento delle garanzie individuali mina il rapporto dello Stato con i cittadini. Di conseguenza muta la logica della convivenza civile, e il nostro comportamento come collettività solidale ne risulta compromesso, perché inevitabilmente una parte rischia di individuare l’altra come nemica. Uno Stato che perseguita e minaccia, invece di garantire ai cittadini tutti, in particolare alle fasce più deboli, la sicurezza di una vita dignitosa, perde la sua credibilità ed è responsabilità dei credenti in quanto cittadini che partecipano alla vita pubblica del paese denunciare e vigilare su provvedimenti inaccettabili che svuotano la democrazia.

* Direttore Servizio Rifugiati e migranti – Federazione delle chiese evangeliche in Italia

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