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Operazione Forza Rai

di Denise Pardo

da espresso.repubblica.it

Il pasticcio della Vigilanza è solo l’inizio. Il Cavaliere e i suoi falchi lavorano alla conquista della tv pubblica. Terza rete in testa

Se tanto ci dà tanto, ce n’est qu’un debut. Il blitz di Palazzo San Macuto che passerà alla storia come il giorno in cui Berlusconi dribblò il Pd, con il voto a Riccardo Villari, uomo dell’opposizione non designato dall’opposizione alla presidenza della Vigilanza Rai, è lo spot significativo della Rai che verrà. Un colpo di teatro poi culminato con l’intesa sul nome di Sergio Zavoli. Ma un piccolo aperitivo di quello che ha in mente il Cavaliere. Un uomo che sa come sostituirsi alla Provvidenza e alle leggi democratiche, quando loro sono distratte dai suoi interessi. Qualcuno ricorda, forse, l’invenzione, agli albori degli anni Ottanta, di utilizzare la rete di tv locali come un’unica emittente nazionale e di mandare in onda i programmi pre registrati in contemporanea in tutta Italia, aggirando le norme che glielo proibivano? Per una mente del genere, il pasticciaccio della Vigilanza è una sciocchezzuola. Ma rappresenta anche il copione da applicare alla Rai non depurata dal vecchio vertice. Ai programmi che irridono a lui e i suoi ministri. Alle sabbie mobili in cui si è impantanato il servizio pubblico. Ancora non privato né personale, come invece sogna lui.

Intanto, il Cavaliere è ridens. E così tutti gli uomini del Pdl in Rai. Nei corridoi di viale Mazzini, dove si assiste alla ciclica trasformazione dei dirigenti in zombi e viceversa a seconda della maggioranza che va al governo, ritornano dalle tenebre dello stallo in Vigilanza, gli uomini legati al centrodestra. Ecco Gianfranco Comanducci, ex capo del Personale, passato alla direzione Acquisti, uomo di Forza Italia, corrente ‘Forza Cesare!’ (l’urlo che accompagnava ogni, maldestra, esibizione calcistica di Previti), appena tornato dalla maratona di New York, destinato, come minimo, alla vice direzione generale. Nei mesi dell’esilio dal potere con la p maiuscola, si è molto speso nel faticoso compito, fondamentale per il servizio pubblico, di ristrutturare il Circolo Rai di Tor di Quinto e di dare vita a tornei di calcetto di grande successo.

Ecco Agostino Saccà, che fiducioso confida la speranza di una sentenza favorevole (sul caso delle intercettazioni telefoniche tra lui e il Cavaliere) al suo reintegro a Rai Fiction. Ecco l’avvocato Rubens Esposito, capo dell’ufficio legale e vicino a An da secoli, vestito a festa e circondato da un codazzo visto che le sue quotazioni per una poltrona in cda sono certe. Ecco Alessio Gorla, fedelissimo del Cavaliere, ex capo dei palinsesti, parcheggiato nel cda di Rainet, che saluta come un pontefice chi gli va incontro, con l’aureola di possibile presidente, qualora la bagarre politica destinasse a un consigliere anziano il ruolo di ‘facente funzioni’. Ululati di gioia al passaggio di Simonetta Faverio, vice direttore di Rai Parlamento, ex portavoce di Umberto Bossi, nell’ombra con la vittoria di Romano Prodi, di nuovo in auge con il ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi. Lunghi appostamenti per imbattersi, come per caso, in Antonio Marano, nel cuore del Senatur, stufo di RaiDue, anch’esso in odore di nuovi prestigiosi incarichi (una vice direzione pure per lui?) dopo che Guido Paglia, direttore delle Relazioni Esterne, nero che più nero non si può, ha dichiarato che questa volta, la Lega farà la voce grossa su viale Mazzini.

Mezza Rai in festa. Palazzo Grazioli al tavolo della strategia d’attacco. Berlusconi è una pasqua per come sono andate le cose. Anche perché, Zavoli o non Zavoli, qualunque cosa accada in seguito, comunque ha costretto il Pd a un accordo. Ha portato a galla malesseri e spaccature, il nodo Antonio Di Pietro, la guerriglia alla leadership di Walter Veltroni. Chi conosce bene il premier, sottolinea come la mossa di Villari cavallo di Troia, sia stata l’ulteriore segnale di una sicurezza politica diventata spavalderia. Nel ‘94 o nel 2001 non avrebbe mai attaccato in modo così sfacciato la prassi istituzionale della Vigilanza presieduta da un deputato scelto e indicato dall’opposizione. Ma c’è anche da dire che le fanfare delle elezioni europee cominceranno presto a suonare. E subito dopo anche quelle delle presidenze di regioni importanti come il Lazio. E non c’è più tempo da perdere.

Nel mirino, le reti e l’informazione, compresa la Tgr. Denis Verdini, potente coordinatore nazionale e il suo entourage che girano l’Italia a portare il verbo e a fare proseliti per il Popolo della Libertà, gli sottolineano l’importanza della Testata regionale. Governata da Angela Buttiglione, sorella di, gestita dai capi redattori delle sedi locali più bianchi e rossi che azzurri, verdi o neri, è il vero serbatoio del potere politico e del rapporto dei deputati con il territorio. Un passaggio nei tg nazionali è formidabile. Ma vuoi mettere l’apparizione costante in quelli regionali? Semplicemente vitale. Soprattutto sotto campagna elettorale.

Insieme alla Tgr, come ha detto urbi et orbi, il premier, nell’obiettivo anche la Terza rete, trasformata, secondo lui, in un cabaret a senso unico. In cima ai sogni delle tricoteuses della Pdl, c’è il rotolare della testa di Paolo Ruffini, direttore di quella rete che manda in onda l’odiato Fabio Fazio. E Paola Cortellesi nell’imitazione di Maria Stella Gelmini, ministro androide. E Serena Dandini che ospita Caterina Guzzanti anche lei travestita da Gelmini in versione calabrese. E le copertine di ‘Ballarò’ firmate da Maurizio Crozza, mirabile infilzatore di Renato Brunetta.

Maledetto terzo canale. Per non parlare del giovedì di Rai Due, con l’’Annozero’ di Michele Santoro. Tutto il governo alla berlina. “E tutta la Rai è ansiogena e i suoi conduttori appecoronati sulla sinistra”, ha lanciato l’allarme il Cavaliere. A ruota il giudizio di Marcello Dell’Utri sui “giornalisti ‘dark’ del Tg3” e l’inquietante dichiarazione: “Con la nuova Rai qualcosa cambierà”.

I falchi attorno al Cavaliere, Paolo Romani, sottosegretario con delega alle Comunicazioni, Maurizio Gasparri, capogruppo Pdl al Senato, braccio dell’operazione Villari, e Dell’Utri e Comanducci (e fuori alla porta a rumoreggiare Giuliano Urbani, Fabrizio Del Noce, Giuliana Del Bufalo) volano più in alto. Qualcuno ha azzardato “Ma chi l’ha detto che RaiTre deve essere appannaggio del centrosinistra. Perché non scambiarla con la seconda rete? È ora di sparigliare, di rompere le fila”. Il Cavalier approva ma tentenna su questo. Mentre Gianni Letta, alfiere del dialogo e delle intese, al solo pensiero, si mette (con cautela) le mani sulla chioma perfetta.

Ma il pasticciaccio Villari-Zavoli è il preludio della vera posta in gioco. Anche perché la commissione, al di là delle battaglie politiche, è lo strumento per la nomina del cda e del presidente Rai (oltre ad aver il potere di indirizzo, solo di indirizzo, sulla tv pubblica). Per il resto, conta così poco che Claudio Petruccioli ha fatto spallucce quando, più di un anno fa, la Vigilanza lo ha sfiduciato, con tanto di richiesta di dimissioni. Le prossime tappe, quindi, sono le nomine dei consiglieri (si prevede una nuova rissa) e del presidente. Il dialogo Veltroni-Letta sembrerebbe essere risorto non solo sulla Vigilanza. Ma anche sul nome di chi presiederà il cda. Secondo alcuni Raiwatchers, Pietro Calabrese sarebbe posizionato piuttosto bene. Per altri, la candidatura Petruccioli non sarebbe affatto tramontata. Ma, in caso di impasse, non c’è da preoccuparsi: per fortuna, l’Italia è ancora piena di padri nobili arzilli e pacificatori.

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