Home Europa e Mondo USA: DOVE SONO FINITI I SOLDI DEL PIANO DI SALVATAGGIO?

USA: DOVE SONO FINITI I SOLDI DEL PIANO DI SALVATAGGIO?

di Luca Mazzucato
da altrenotizie.org

New York. Dei settecento miliardi di dollari consegnati i primi di ottobre da un Congresso sotto shock al Segretario del Tesoro, Henry Paulson, ex capo di Goldman Sachs, trecento ne sono già stati spesi a completa discrezione di Paulson; ma dove sono finiti? Quel che è certo è che gli azionisti delle banche di affari stanno brindando a caviale e champagne, sul ponte del Titanic. Il Tesoro, insieme ad Obama, salva l’ennesima Citigroup, paventando un conflitto d’interessi per la nuova amministrazione democratica, mentre Bloomberg News scopre che la Federal Reserve, la cassaforte americana, ha elargito segretamente due trilioni di dollari in prestiti, prima del piano di salvataggio. La Fed non scuce dettagli, ma i giornalisti gli fanno causa. Era la fine di settembre. Al primo tentativo di salvataggio, Bush pretese che il Congresso mettesse il timbro su una striminzita paginetta, un assegno in bianco senza garanzie e senza supervisione, per spendere settecento miliardi di dollari a discrezione del Tesoro.

Il Congresso fu tentato dalla coazione a ripetere, dopo aver passato per anni le peggiori leggi Bush senza fare tante storie. Ancorché sotto shock dal tracollo del Dow Jones, l’opinione pubblica si infuriò nel vedere i propri soldi, guadagnati con fatica e poi consegnati al governo sotto forma di tasse, prendere il volo verso i consigli di amministrazione delle stesse banche di affari responsabili della crisi. Allora i senatori, allarmati per i propri seggi in vista delle elezioni, decisero di spendere qualche giorno in più e aggiungere qualche comma al piano Paulson, per attenuare lo scandalo ed essere rieletti.

L’indignazione dell’opinione pubblica, la cosiddetta rivolta della Main Street contro Wall Street, è iniziata quando sono state rese pubbliche le performance degli amministratori delegati delle più grosse aziende americane. Celebre ad esempio la popolare trasmissione “Dieci ricercati: i colpevoli del collasso,” in cui Anderson Cooper svela gli stipendi dei top manager delle peggiori aziende. Richard Fuld, il capo di Lehman Brothers, la potentissima banca d’affari che con il suo fallimento ha spalancato la voragine in cui il Dow Jones sta ancora sprofondando. Fuld percepiva uno stipendio totale di circa cinquecento milioni di dollari, ma possiamo dire che sono stati onestamente guadagnati, dato il suo fiuto per gli affari. Dopo lo scoppio della crisi dei mutui subprime lo scorso anno, mentre tutti gli investitori si ritiravano dal mercato del credito gridando si salvi chi può, Fuld ebbe l’ottima idea di gettarvisi a capofitto, pensando di aver fatto il colpo grosso. Come volevasi dimostrare, in settembre Lehman Brothers ha dichiarato bancarotta: il più grosso fallimento nella storia americana.

Il suo compare James Cayne, a.d. della banca d’affari Bear Stearns, ha rivenduto le sue stock options, del valore iniziale di un miliardo di dollari, a sessanta milioni, mentre JP Morgan comprava Bear Stearns ai saldi d’autunno. Come ha dichiarato un suo collaboratore, Cayne era un “one man show: non ascoltava mai nessuno!” Dopo aver passato le settimane precedenti al crollo giocando a golf e a bridge, Cayne punta ora il dito contro il “complotto degli squali” che hanno affondato la sua banca, mentre si gode i suoi sessanta milioni di dollari scampati al collasso.

Ma il guinness dei primati spetta ad AIG, il colosso mondiale delle assicurazioni al centro della bolla dei subprime, insieme a Fanni Mae e Freddy Mac le aziende simbolo dell’adagio “troppo grande per fallire.” Erano i primi di settembre, in quei giorni AIG si accordava col Tesoro per il primo prestito di 85 miliardi di dollari, che ne evitasse il fallimento (prima che il piano di salvataggio del Congresso venisse approvato). Nel frattempo, la stessa AIG organizzava un weekend tutto compreso per cento suoi dirigenti in un esclusivo centro benessere in California, mezzo milione di dollari di spese: la ricevuta viene direttamente addebitata sul prestito del Tesoro. Lo scempio finì in prima pagina, tanto che Obama chiese la restituzione dei soldi allo stato e il licenziamento dei manager: ma poi non se n’è più parlato.

L’ideatore delle truffe subprime di AIG, Joe Cassano, mentre pensava a nuovi modi per nascondere i mutui spazzatura tra le pieghe dei derivati, guadagnava 280 milioni di dollari all’anno in contanti, più dell’a.d. stesso. Per ogni dollaro che i suoi famigerati “credit default swaps” guadagnavano, trenta centesimi di pizzo finivano direttamente nelle sue tasche, con la benedizione delle autorità finanziarie. Dopo che il suo ramo della compagnia perse 11 miliardi di dollari, Cassano fu licenziato con un premio di 35 milioni di dollari, ma venne riassunto subito dopo come consulente per un milione di dollari al mese. Quando la commissione del Congresso chiese ai due a.d. di AIG perché avessero riassunto Cassano, dato il colossale danno inflitto all’azienda, entrambi risposero che i suoi vent’anni di esperienza erano insostituibili. Al che, il senatore democratico Waxman sbottò: “Ma cos’altro di peggio avrebbe potuto farvi per farsi licenziare? Quando vado in pensione vengo anch’io a lavorare per voi!”

Dopo il primo prestito, AIG ne ha ottenuto un altro di 38 miliardi, scongiurandone il fallimento per la seconda volta in un mese. A quel punto rimane da chiedersi, come vengono spesi i soldi del piano di salvataggio? Il New York Times tiene una classifica aggiornata dei prestiti: in cima alla lista figurano, oltre ad AIG, tutte le più grosse banche americane: Citigroup, JP Morgan, Bank of America, Goldman Sachs, Merril Lynch, Morgan Stanley, con oltre dieci miliardi di dollari a testa. Ma qui comincia il gioco delle tre carte. Nelle sue intenzioni originali, tramite i prestiti alle banche lo Stato doveva acquistare gli investimenti cattivi come garanzia perché queste riaprissero il flusso del credito: il motivo del crollo dei mercati era infatti la crisi di liquidità. Paulson però decide a sorpresa di cambiare destinazione d’uso dei prestiti, utilizzandoli invece per ricapitalizzare le banche più grosse: JP Morgan Chase dà inizio alle danze usando i 25 miliardi di prestito per comprare Washington Mutual, un altro colosso in bancarotta.

La strategia seguita dall’amministrazione Bush in questa vicenda è esattamente speculare alla frottola delle armi di distruzione di massa, apripista dell’attacco all’Iraq. Il Tesoro ha spinto per ottenere i 700 miliardi da dare alle banche, ufficialmente per riaprire il rubinetto dei crediti. Appena ottenuti i soldi, li ha regalati alle banche più grosse, “troppo grandi per fallire,” perché il loro fallimento “avrebbe mandato in tilt Wall Street.” Ma le banche più piccole sono state abbandonate alla loro sorte e, avviate verso la bancarotta, sono state comprate per quattro soldi dai colossi finanziari. Nel frattempo, la mancia statale viene spalmata sui dividendi degli azionisti, mentre in gran segreto Paulson ha inserito nel piano di salvataggio una postilla per tagliare le tasse alle banche che compiono grosse acquisizioni. Per farla breve, Bush ha messo in atto un tentativo di semi-nazionalizzazione del sistema bancario, in cui lo Stato si fa carico dei debiti mentre gli azionisti si dividono i profitti, seguendo il ghiotto esempio degli appalti ai contractors in Iraq.

Una truffa hollywoodiana degna di Danny Ocean e soci. Il trucco è che, nel piano di salvataggio approvato dal Congresso, i democratici avevano forzato la mano per introdurre un ispettore speciale con poteri di supervisione sui prestiti e che assicurasse la trasparenza delle procedure (nella prima versione del piano, Paulson aveva chiesto completa discrezionalità e immunità penale da eventuali conflitti di interesse!). Tuttavia, il Senato è ben lontano dall’aver nominato l’ispettore, data la complessità della materia e il vuoto di potere a Washington, mentre metà dei soldi sono già spariti: l
’ultimo grosso affare è insomma salpato a gonfie vele.

Come se non bastasse, recentemente Bloomberg News, la rete televisiva fondata dall’attuale sindaco di New York, è venuta a conoscenza di altri piani segreti della Federal Reserve. A quanto si è appreso, la Fed ha elargito prestiti per l’esorbitante cifra di 2 trilioni di dollari (quasi tre volte il piano di salvataggio del Congresso), prelevandoli ancora una volta dal bilancio dello Stato, ma si rifiuta di rivelare i beneficiari dei prestiti. Second la Fed infatti la credibilità delle istituzioni che hanno ottenuto i prestiti di emergenza ne subirebbe un danno fatale. Matt Winkler, editore di Bloomberg News, ha portato la Fed in tribunale il 7 novembre, appellandosi al Freedom of Information Act, perché “la mancanza di trasparenza è proprio la causa del tracollo finanziario in cui ci troviamo. Finché il mercato non saprà con sicurezza quali sono gli investimenti solidi e quali no, non c’è modo di uscire dalla crisi.”

Le ultime notizie dal mondo del “bailout” riportano che Citigroup, l’ennesimo gruppo bancario americano “troppo grande per fallire,” è stato salvato lunedì con l’acquisto da parte del Tesoro di 20 miliardi di dollari in azioni del gruppo e la garanzia del governo su 300 miliardi di investimenti spazzatura che Citigroup ha allegramente messo sul mercato nell’euforia della bolla subprime. Questa volta, l’accordo prevede due misure di decenza per evitare lo scandalo dei precedenti salvataggi: Citigroup si impegna a non distribuire dividendi agli azionisti per i prossimi tre anni e a tagliare i più oltraggiosi premi per i suoi manager.

Il salvataggio di Citigroup porta con sé però inquietanti interrogativi sulla futura amministrazione Obama: Summers, ex Segretario del Tesoro per Clinton e nuovo consigliere economico di Obama (ora lavora per un hedge fund), è tra gli artefici del salvataggio, mentre Rubin, l’altro ex Segretario del Tesoro di Clinton, è ora tra i massimi dirigenti di Citigroup. Ma proprio Summers e Rubin furono responsabili della creazione della mega compagnia alla fine degli anni novanta, abolendo le norme antitrust che impedivano alle banche di fondersi con le compagnie di assicurazione (leggi approvate durante la Grande Depressione, per evitare che si ripetesse). Proprio l’abolizione di quelle norme antitrust è all’origine del crollo di Wall Street e della creazione dei gruppi finanziari “troppo grandi per poter fallire.”

Ma gli effetti devastanti di quest’orgia finanziaria ai danni dei contribuenti non sono ancora finiti. Le tre grandi industrie automobilistiche americane, GM, Ford e Chrysler, hanno chiesto un prestito di 25 miliardi di dollari, senza il quale si avviano verso la bancarotta certa. Ma il Congresso e Bush hanno rifiutato il salvataggio dell’auto: il primo perché ha già speso troppi soldi, il secondo perché l’industria dell’auto è tipicamente appannaggio democratico e dunque “il mercato ha parlato.” Ora un violento dibattito politico imperversa tra i due fronti. Il fallimento di GM&co porterebbe al licenziamento di duecentocinquantamila dipendenti, più svariati milioni di lavoratori dell’indotto: una catastrofe senza precedenti, con cui gli Stati Uniti perderebbero l’unica filiera di produzione ancora presente sul proprio territorio (oltre a quella militare).

La speranza in questo frangente è che la decisione venga lasciata ad Obama ed al suo staff, che hanno proposto un piano di salvataggio creativo: il prestito di 25 miliardi verrebbe vincolato alla produzione di nuovi modelli di auto ibride e a basso consumo, all’interno di un “green New Deal” che risolleverebbe il paese dalla recessione.

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