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Don Lorenzo Milani, Mario Gozzini e il crocefisso

Materiali tratti dal libro: Marcello Montagna, Come scrocifiggere lo Stato (cap. 3 Opinioni a confronto : Par. 1 Dal mondo cattolico) pubblicato in http://www.uaar.it/uaar/campagne/scrocifiggiamo/44.html

A proposito del simbolo cattolico e dell’insegnamento confessionale nella scuola, don Milani espone con lucidità il suo pensiero in una lunga lettera indirizzata al giornalista Giorgio Pecorini:

Chi mi ha conosciuto cattolico in anni di così profonda convivenza intellettuale e morale qual è la scuola – scrive – se mi vede eliminare il crocifisso non mi darà mai di eretico ma si porrà piuttosto la domanda affettuosa del come questo atto debba essere cattolicissimamente interpretato cattolico, dato che da cattolico è posto.

Posizione analoga a queste assume anche Mario Gozzini; ma in veste diversa da quella di Don Milani. Docente di storia e senatore, ha ovviamente l’opportunità di far sentire la sua voce ad un pubblico più vasto, anche attraverso la rubrica “Senza steccati” che cura su l’Unità, e di intervenire direttamente nel dibattito intorno alla vicenda della professoressa Migliano di Cuneo.

Già prima aveva scritto nel dicembre 1986 a la Repubblica, a proposito del crocifisso nei tribunali. E quasi sempre i suoi commenti sul quotidiano riguardano argomenti

strettamente connessi alla religione e al rapporto fra Chiesa e Stato. Per esempio, il 22 ottobre 1987 l’articolo, dedicato alle difficoltà di non avvalersi dell’insegnamento cattolico e alla consuetudine di far recitare le preghiere in classe, si apre con il noto auspicio di Paolo VI: “Nessuno sia costretto, nessuno sia impedito”. Constatato che ci sono genitori non credenti “costretti”, per varie ragioni facilmente intuibili, a dire di sì all’insegnamento cattolico, osserva:

Fosse anche uno solo, lo Stato, ma anche la Chiesa, che vuol promuovere i diritti umani, hanno il dovere di preoccuparsene, e molto. […] È ipocrita, non veritiera, la tesi che la scelta del 90% [di avvalentisi] sia avvenuta, per tutti, liberamente e convintamene […] Le polemiche non sono soltanto il frutto di un rigurgito anticlericale ottocentesco […] ma trovano motivazione legittima in uno stato di cose oggettivamente oppressivo di una minoranza […]

E ritorna sullo stesso tema il 25 febbraio 1988 (“La preghiera in classe”), per denunciare il fanatismo di certe correnti del cattolicesimo, come il movimento Cl (Comunione e liberazione).

Nel frattempo, del caso di Cuneo si erano occupati ampiamente i mezzi d’informazione, e la professoressa Migliano aveva inviato a Gozzini del materiale riguardante la vicenda, fra cui il minaccioso volantino del Msi. Il 3 marzo 1988 tutto l’articolo della rubrica è dedicato a questo argomento: “Il crocifisso e la religione vera”.

Scrive Gozzini: Discutendo del concordato – Senato, 3 agosto 1984 – sollevai la questione del crocifisso negli uffici pubblici in relazione all’avvenuto riconoscimento, da parte della Chiesa, che il cattolicesimo non era più la sola religione dello Stato. Aggiunsi che quel segno, per i credenti, ha uno spessore di significato che si assottiglia fino a svanire nella presenza imposta dal potere statale.

Una presenza, dissi, giustificabile soltanto ricorrendo al “non possiamo non dirci cristiani” di Benedetto Croce: dove il Vangelo è ridotto a patrimonio storico, culturale e morale, esaurito nella sua spinta propulsiva verso il futuro, quindi negato nel suo senso profondo ed essenziale. […] nessuno fiatò, nemmeno fuori dell’aula. […] Saltò fuori una circolare del ministero dell’Interno ai prefetti, 16 dicembre 1922, primo governo Mussolini: “In questi ultimi anni in molte scuole sono state tolte le immagini del Crocefisso e il ritratto del Re: tutto ciò costituisce aperta e non più oltre tollerabile violazione d’una precisa disposizione regolamentare; offende altresì, e soprattutto, la religione dominante dello Stato […] Si fa pertanto diffida perché siano immediatamente restituiti i due simboli sacri alla fede e al sentimento nazionale. È preciso intendimento del governo di non tollerare alcuna trasgressione”.

Altre circolari, negli anni seguenti, ribadirono questo “ritorno all’ordine” fascista in tutti i pubblici uffici. Il mio disagio è duplice [prosegue Gozzini] Come cittadino: perché il crocifisso di Stato può legittimamente non essere accettato dai concittadini non cattolici o non credenti. Come cattolico: perché la tolleranza silenziosa di quasi tutti gli italiani nasce da una riduzione netta, e deformante, del senso e del valore contenuti in quel segno. […] Il crocifisso sembra oltretutto esercitare una funzione protettiva, o di avallo, nei confronti dello Stato e delle sue ingiustizie mentre nella realtà storica Gesù di Nazareth fu ingiustamente messo a morte dal potere politico e da quello religioso. I quali poteri, allora a Gerusalemme, dopo in tanti altri luoghi, si sono alleati nel condannare innocenti, rei soltanto di metterli in questione. […]

Si tratta – conclude Gozzini – di puntare sulla crescita di coscienza dei cattolici: se convenga alla Chiesa conservare ad ogni costo una immagine di influenza istituzionale o se invece non sia più opportuno puntare sulla diffusione di una fede meno emotiva, affidata più alla coerenza personale e comunitaria che alle insegne sulle pubbliche mura. […] teniamo aperta la questione, serenamente, senza drammi ma anche senza rimuoverla: perché i cattolici stessi, prima o poi, chiedano che i crocifissi siano tolti dagli uffici pubblici, nella convinzione che la fede cristiana non ha bisogno di orpelli statali per essere testimoniata.

Sul tema Gozzini ritorna ancora diverse volte nel corso dei mesi seguenti. Il 17 marzo informa che le ultime noterelle sulla preghiera in classe e sul crocifisso “mi hanno procurato critiche severe di lettori cattolici”.

Convinti di possedere la verità, molti cattolici si ritengono i migliori, i primi della classe, per così dire, e considerano legittime, anzi doverose, certe invadenze; senza preoccuparsi minimamente delle reazioni negative legittime, con danno manifesto per la credibilità della Chiesa.

Sulla questione specifica del crocifisso nelle sedi dello Stato Gozzini ritorna il 9 giugno, per commentare l’editoriale dei Gesuiti su La Civiltà Cattolica.

L’editoriale discute due delle motivazioni su cui si fondano le richieste, per così dire, di abrogazione. La prima riguarda il carattere “offensivo” e “discriminante” nei confronti dei non cattolici e dei non credenti. […]

Ma il nocciolo della questione – osserva Gozzini – è altrove, nel privilegio concesso a una parte religiosa rispetto ad altre parti. Tanto è vero che i reverendi padri sono costretti a prospettare il Crocifisso come simbolo generico della sofferenza e dell’ingiustizia umana e conseguente segno di condanna per gli ingiusti e i prepotenti, di consolazione e di speranza per gli innocenti oppressi. Donde “il grande valore educativo” anche per chi non crede. […] Ma per assumerlo come non problematico, da un lato bisogna mettere da una parte, o dimenticare, quella parte di storia che ha visto il Crocifisso contraffatto, per il tradimento dei cristiani, in “arma” di dominio e di ingiustizia; dall’altro, bisogna sottoporre a una totale secolarizzazione, o laicizzazione, il Cristo sulla croce, mettendo da parte, annullando, il Cristo risorto. Senza il quale, peraltro, ammoniva San Pietro, “la vostra fede è vana”. […]

[Ma] il depauperamento religioso del Crocifisso senza resurrezione – si chiede Gozzini – è un prezzo accettabile per mantenerne la presenza privilegiata nelle aule pubbliche come segno di perdurante influenza cattolica (almeno esteriore) sulla società? Quella esigenza di autenticità e di completezza reclamata dal magistero ecclesiastico […] non vale più nei confronti del Crocifisso adottato come insegna pubblica, riconoscibile da tutti proprio
perché impoverito nel suo significato di fede?

Inoltre, ridotto il Crocifisso a simbolo della sofferenza umana e della sua causa – l’ingiustizia di altri uomini – dov’è la consolazione e la speranza? Invito alla rassegnazione? Oppure alla lotta perché non ci siano più innocenti condannati alla croce? […]

Quanto alla seconda motivazione discussa nell’editoriale – piena laicità dello Stato – si riconosce che non può esservi privilegio per nessuna religione. […] E allora ecco la proposta dei gesuiti: la decisione dev’essere degli stessi cittadini “i quali, come si fa per altri contrasti sociali, decideranno a maggioranza. Come in tutti gli altri casi, la minoranza non dovrà ritenersi offesa o peggio conculcata dalla maggioranza”.

“Proposta formalmente ineccepibile”, secondo Gozzini. “Ma – si chiede – a parte i problemi procedurali: come votare?”; senza avvedersi che la domanda essenziale è un’altra: è legittimo sottoporre a votazione questioni appartenenti alla sfera delle convinzioni personali in fatto di fedi religiose o di opzioni ideali o politiche? e comunque riguardanti la forma laica dello Stato?

Conclude l’articolo rinnovando l’invito ai cattolici di interrogarsi: nella società secolarizzata vale di più l’integrità del messaggio croce-resurrezione o “il patrimonio storico del popolo italiani”? Conservare i simboli ereditati dal passato degli Stati “cristiani” o invece impegnarsi ad esprimere e comunicare, senza riduzioni né ambiguità, senza dar luogo a sospetti, la piena identità della fede nel Cristo crocifisso e risorto?

La successiva pubblicazione del parere del Consiglio di Stato, sulla presenza del crocifisso nelle aule scolastiche (vedere Cap. 1, par. IV), è l’occasione per un altro articolo che compare nella rubrica il 27 luglio: “Quella motivazione sul crocifisso”.

Il parere – scrive Gozzini – era viziato fin dall’origine, ossia dal quesito ministeriale impostato in modo non corretto. Vi si faceva riferimento, infatti, all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Riferimento improprio e fuorviante in quanto tale insegnamento concordatario non ha mai avuto né può avere correlazione alcuna col crocifisso. La questione sorge – e la sollevai in Senato discutendo gli Accordi del 1984 – in relazione all’art. 1 del Protocollo aggiuntivo dove la Repubblica italiana e la Santa Sede riconoscono non essere più in vigore il principio del cattolicesimo come unica religione dello Stato. Era questo il principio che giustificava, sotto il profilo giuridico, l’esposizione del crocifisso, segno del cattolicesimo, negli uffici pubblici, scuole comprese. Venuto meno il principio, viene meno la giustificazione. Ecco perché il quesito del ministero al Consiglio di Stato era mal posto.

Se fossi ancora in Parlamento, la coscienza mi imporrebbe di non limitarmi più alle parole. Un disegno di legge per abrogare le antiche norme del 1924 e del 1928? Meglio, forse, uno strumento che impegnasse il presidente del Consiglio a studiare e a compiere i passi opportuni per ottenere, dalla Conferenza episcopale, l’assenso a togliere di mezzo un segno diventato, quantomeno, equivoco.

Sul parere del Consiglio di Stato Gozzini esprime, ovviamente, un duro giudizio negativo:

Nel parere – scrive – c’è un’affermazione preliminare che francamente mi stupisce e mi offende: “Il Crocifisso, o, più comunemente, la Croce, a parte il significato per i credenti, rappresenta il simbolo della civiltà e della cultura cristiana, nella sua radice storica, come valore universale, indipendentemente da specifica confessione religiosa”. Mi stupisce perché ci vedo un eurocentrismo, anzi un cattolicocentrismo non più accettabile. Si può dichiarare universale un simbolo, e il suo valore, soltanto quando sia riconosciuto da tutti, senza rilevanti eccezioni. E invece no: ebrei, musulmani, buddisti, induisti, scintoisti non vi si riconoscono affatto.

Mi offende perché l’esposizione del crocifisso negli uffici pubblici viene giustificata “indipendentemente” dalla confessione religiosa, anzi mettendo “a parte” il significato profondo del segno per chi, come me, si professa cattolico. Il crocifisso ridotto a simbolo di una civiltà e di una cultura […] Ma allora, fra il crocifisso degli altari nelle chiese e il crocifisso esposto negli uffici pubblici si apre una contraddizione insanabile. Questo è solo memoria storico-culturale, quello è segno e fonte di speranza. In conclusione: perché la presenza del crocifisso negli uffici pubblici non costituisca privilegio illegittimo per “una specifica confessione religiosa”, bisogna sopprimerne il senso originario e autentico. La Chiesa ci sta?

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