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PUTIN PREPARA IL SUO RITORNO

di Carlo Benedetti
da altrenotizie.org

Ora non ci sono più dubbi: a Mosca è regime. Perché quegli emendamenti alla Costituzione russa decisi con un colpo autoritario dal presidente Dmitri Medvedev aprono una pagina “nuova” nella vita del Paese. Per alcuni fedeli del capitalismo selvaggio sono solo alcuni punti interrogativi sul futuro del Paese, ma la realtà è ben chiara. Il duo Putin-Medvedev ha scoperto le carte di un gioco di corte attuato con l’assenso dei boiardi. Si prepara infatti – a quanto sembra – il ritorno al Cremlino di Vladimir Putin fra tre anni. E questo vorrà dire che quella fetta di servizi deviati del vecchio Kgb avrà ancora una volta vinto la partita ottenendo, con un colpo solo, il pieno controllo del potere. Non ci sarà più differenza (ammesso che ci sia stata…) tra il vecchio palazzo della Lubjanka e l’austero Cremlino. Ci si avvia, infatti, all’attuazione di una serie di modifiche istituzionali racchiuse in tre punti chiave: in primo luogo il prolungamento del mandato presidenziale da quattro a sei anni e di quello dei deputati da cinque a sei, quindi a un maggiore controllo del Parlamento sul Governo.

Tutto secondo i piani prestabiliti. Il post-sovietismo si fa più scuro del periodo della stagnazione brezneviana. C’è, è vero, una più apparente democrazia, ma le forze del Cremlino dominano l’intera società. Ci si avvia verso un “ricordo del futuro” che, appunto, ricorda Orwell…Il presidente Medvedev (che i russi definiscono “LilliPutin”) continua a sostenere, per far piacere al premier (momentaneo) che il ruolo del capo di Stato è inevitabilmente rafforzato, ma tutti sanno che è già in atto una guerra tra il potere centrale e i governatori dei principali centri del Paese. A partire dal sindaco di Mosca, Yuri Luzhkov, (personaggio comunque ampiamente compromesso e coinvolto nelle maggiori vicende della capitale relative al conflitto di interessi con sua moglie Elena Baturina, la palazzinara regina del mattone, definita la “Zarina”) divenuto ormai troppo potente e troppo ingombrante.

Ma è anche vero che il vero cuore della vicenda sono i rapporti tra Medvedev e il suo predecessore (ora in corsa per la successione…) Putin. E così i cremlinologi (che in questa fase politica tornano di moda) non sono ancora in grado di stabilire se si è alla presenza di un gioco delle parti teso a portare avanti un disegno oscuro forse basato su un’alleanza d’acciaio tra i due. Oppure se sia iniziata una sanguinosa lotta che li vede su fronti opposti.

Molte, quindi, le interpretazioni. Putin, intanto, mette i media in prima linea e rilancia minuto per minuto la sua immagine. E l’obiettivo, spesso, consiste anche nel gettare qualche schizzo di fango sulla figura del “figlioccio” che ha fatto entrare al Cremlino. Putin, da “vecchio” agente del Kgb, conosce i sistemi da utilizzare per discreditare l’eventuale avversario. E così agli osservatori del Cremlino non sfugge il fatto che il Premier, prendendo spunto dai risultati del summit G20 dello scorso 15 novembre, ha avviato una campagna contro il Presidente. In proposito c’è il quotidiano moscovita Vedomosti che, in un editoriale, ricorda che gli impegni presi da Medvedev a Washington sono stati parzialmente delegittimati pubblicamente dallo stesso Putin. “Una delle più importanti decisioni del summit è stato l’accordo tra gentiluomini sul rifiuto del protezionismo” nota il giornale. “Ma già il lunedì successivo Putin lo ha messo in dubbio dicendo che la Russia rispetterà le decisioni del summit G20, ma continuerà ad appoggiare misure per la difesa degli interessi nazionali. E, come si sa, a Mosca le misure protezionistiche a sostegno dell’economia rappresentano una parte importante del pacchetto russo di azioni anti-crisi”. Tutto questo mentre Medvedev a Washington sosteneva davanti agli altri partecipanti al summit la necessità di trovare vie comuni, e quindi anche il rifiuto del protezionismo.

Nascono da queste ultime vicende molte analisi e interpretazioni. I riferimenti vanno a quelle tesi avanzate a suo tempo e riferite ad un Putin che scelse Medvedev come successore, anche per migliorare l’immagine della Russia sullo scacchiere internazionale. Per presentare un volto nuovo, non di un ‘falco’, ma di un liberale. Ma ora, dopo il plauso da più fronti per il successo di immagine ottenuto da Medvedev in sede G20, Putin sembra ripensarci. Sono molti in questo momento che vanno a rileggere la storia recente. E a scoprire, di conseguenza, che le differenze di vedute tra Medvedev e Putin si erano già evidenziate a luglio durante il summit G8 in Giappone, quando Medvedev aveva firmato una dichiarazione sulla necessità di sanzioni contro lo Zimbabwe, e dopo un paio di giorni la Russia, durante una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu aveva posto il veto su tale risoluzione. Poi c’è stato il dissidio a distanza sulla compagnia Mechel, caduta nel mirino di Putin e difesa a spada tratta da Medvedev. Storie, tutte, tipiche delle lotte tra oligarchi e nomenklature di varia estrazione…

Ed ecco ora che il Senato di Mosca si pronuncia sulle modifiche alla Costituzione. Per Medvedev si tratta di ritocchi cosmetici: ma in realtà sono atti di natura sostanziale. Il mandato del Presidente della Federazione russa e della Duma di Stato prevede interventi sull’art. 81 e all’art. 96 della Carta Fondamentale, oltre all’articolo sui “poteri di vigilanza della Duma di Stato sul governo della Federazione russa”, nonché le modifiche alla legge costituzionale denominata “Il governo della Russia”. Ora, in base alla nuova versione della Costituzione russa, come recita il testo approvato dai deputati, “Il Presidente russo è eletto per un mandato di 6 anni” sulla base del voto dei cittadini con suffragio diretto a scrutinio segreto”. C’è poi un niet deciso alla modifica del nuovo sistema di indicazione presidenziale dei governatori, introdotto da Putin. E su tutto questo arriva il “consiglio” di Medvedev al sindaco di Mosca Yuri Luzhkov e ai sostenitori del cambiamento dell’attuale sistema di nomina dei governatori: tutti dovrebbero prendere in considerazione le dimissioni.

Intanto risulta che in una conversazione con i giornalisti, il capo di Stato ha spiegato i motivi per le modifiche alla Costituzione dicendo che il sistema politico “ha un carattere secondario” in tali modifiche. Medvedev avrebbe maturato nel tempo le proposte di emendamenti alla Costituzione. “Parlando francamente, ho iniziato a ragionarci probabilmente cinque anni fa, certamente non pensando che sarei stato io a tradurle in realtà”, ha detto il presidente. Aggiungendo poi che, come un “qualunque avvocato”, aveva immaginato possibili sviluppi della Costituzione. Secondo lui il mandato presidenziale potrebbe essere di cinque anni, sei anni, sette anni: “Per esempio – ha detto – in Francia per 40 anni il presidente era eletto per sette anni. Ora è necessario aumentare la durata del mandato a sei anni, ma “non significa che sarà così in eterno”. Medvedev, comunque, esclude qualsiasi trasformazione della Russia in una Repubblica parlamentare. E annuncia: “Lo dico francamente, credo che la Russia non dovrebbe essere una Repubblica parlamentare, per noi sarebbe come la morte”

Putin, intanto, continua nella sua linea pragmatica. Sa di avere dalla sua parte una buona metà di quella nomenklatura che conta. Ma un fatto è certo: mentre l’attenzione dell’Ovest guarda alla politica estera della Russia (ai suoi nuovi rapporti con l’America Latina e al nuovo inquilino della Casa Bianca) si rischia di non accorgersi che le acque della Moscova – che lambiscono le torri del Cremlino – cominciano ad essere agitate.

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