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Asocial Card

di Michela Murgia
da michelamurgia.altervista.org

Daniele quando vuole ottenere qualcosa sa essere più molesto di un adolescente con la christmas card. Non a caso è lui che si occupa delle mie questioni contrattuali.

– Dai, entra su Facebook, guarda che non è come credi. E poi ci siamo tutti.
– “Tutti” è la parola che più detesto al mondo dopo “italianità”. Tutti chi?
– Le persone che conosci!
– Se le conosco vuol dire che le frequento già, quindi a che mi serve Facebook.
– Magari quelli che hai perso di vista.
– Se li ho persi di vista un motivo c’era.
– Ok, però è un discorso anche di self advertising: metti gli eventi, fai sapere che fai cose, che vedi gente… per il tuo lavoro è importante.

Daniele, il mio efficientissimo co-agente, quando vuole davvero ottenere una cosa sa essere fastidioso come il grasso del prosciutto tra i denti. Non a caso è lui che si occupa del mio recupero crediti.
– Provaci, ci stai a tempo determinato.
– La storia della mia vita, cioè.
– So che sono insistente, ma scommetto che alla fine mi ringrazierai.
– È vero, hai ragione.
– Vedi? Già mi sei grata.
– No, hai ragione che sei insistente.
– Ti piacerà, vedrai.
– Disse il pitone a Cicciolina. Due mesi, non un giorno di più.

All’inizio ho cercato di resistere, includendo nella lista amici solo le conoscenze effettive. Ma Facebook è subdolo: è strutturato per rendere più complicato rifiutare che accettare, sfoderando il sottile ricatto emotivo delle amicizie in comune. Il fatto che io sia cattolica mi rende una persona geneticamente predisposta a sentirsi sempre in colpa per qualcosa, quindi con me il giochetto ha funzionato alla perfezione: ogni volta che qualcuno mi ha chiesto l’amicizia è stato come se apparisse un disclaimer lampeggiante con la scritta: “Ciao! Con questo perfetto estraneo avete ben sei amici in comune, e quindi scatta la legge degli affetti comunicanti. Ma se non sei d’accordo premi pure il tasto IGNORA, e pazienza se costui dirà alle vostre comuni amicizie che sei una stronza che se la tira.”

Il risultato è che dopo dieci giorni accettavo cani e porci, tranne quelli che avevano nella scheda l’orientamento politico a Forza Italia, perché per certi cattolici il senso del pudore viene ancora prima del senso di colpa. Ho poi acconsentito a passare per assente a me stessa, descrivendo i miei status in terza persona come se fossi il personaggio di un romanzo. Ho permesso di rappresentarsi come miei orgogliosi amici a persone che hanno i miei contatti da anni e si sono sempre distinti per l’impegno profuso nel non usarli mai. Ho perso almeno mezz’ora al giorno a negare sostegno alle cause più disparate, rinunciando a capire quale sostanza stupefacente ecciti l’ego di alcuni al punto da convincerli di poter influire sulla crisi del Darfur o sulla salute di Silvio aprendo un gruppo su Facebook.

Ho postato foto, note, link e video, facendo finta di essermi dimenticata del fatto che all’atto dell’iscrizione avevo esplicitamente accettato che Facebook potesse sfruttarne l’uso anche commerciale e farne back up, quandanche io li avessi voluti rimuovere. Ho osservato come fosse perfettamente possibile accedere ai contenuti di gente che non mi ha mai inclusa nella sua lista di amici, solo perché qualcuno ci aveva taggato un mio amico. Ho rilevato che comunicando a qualcuno la tua presenza a un evento, automaticamente lo comunicavi anche a tutti i suoi amici, i tuoi amici e gli amici dei vostri amici a cui l’evento sarebbe stato segnalato. Credo di aver visto simili livelli di intromissione nel privato solo il giovedì mattina al mio paese, quando durante il mercato le massaie cabraresi entrano in modalità “Trasmissione Altrui Cazzi”, da cui il tipico detto sardo: mi stanno facendo la TAC.

In tutto questo, a me più che altro mancava la cara vecchia discriminazione.
È un peccato che discriminazione sia diventata una parola tabù che richiama alla mente cose orribili come gay impiccati, colf nere lasciate in piedi sull’autobus e manifesti elettorali con la faccia di Magdi Cristiano Allam. È proprio un peccato, perché io adoro la discriminazione, quest’arte nobile è insita nel mio DNA.

Passo la giornata a discriminare, e lo faccio ogni volta che scelgo delle cose e ne escludo altre, dosando attenzione e impegno in certe attività per trascurarne volutamente altre, sempre a mia insindacabile discrezione. Discriminare non è mestiere per tutti, ma è riservato a chi è capace di intuire le differenze di senso, coglierne le sfumature e distinguerne i livelli, applicando a ciascuno il giusto schema di interpretazione. L’artigianato della discriminazione richiede pazienza: ci vuole la sottile mentalità del setaccio per distinguere con cura la granulometria delle cose e delle persone a cui vuoi dedicare attenzione. E “sedazzu” non a caso è il soprannome della mia famiglia da quattro generazioni, portato con l’orgoglio di un patronimico anche da consanguinei che non si rivolgono vicendevomente la parola da anni, per precisa e volontaria discriminazione.

Su Facebook la discriminazione è impossibile, nessuna distinzione tra intimo e infimo .
Il tuo migliore amico e il compagno delle medie – che hai accettato solo perché non ti andava di rivangare che dall’86 lo avevi volontariamente esiliato dal tuo giro di amicizie in quanto si faceva le pippe al buio durante l’ora di religione mentre la suora mandava le diapositive dei bambini africani – avranno identico accesso alle tue informazioni. Se decidi di far sapere a tuo fratello in Australia che non esci più con MariaLuisa, lo renderai inevitabilmente noto anche alla tipa che ti ha chiesto l’amicizia solo perché avevi nel profilo la foto strategica di quando giocavi a pallamano con il pantaloncino stretch.

Non ci sono livelli di confidenza su Facebook, non ti è permessa nessuna sfumatura: una volta nella tua lista, estranei e intimi diventano destinatari dello stesso flusso di informazioni, ed è normale che con 480 interlucutori simultanei uno non abbia sempre presenti tutte le possibili conseguenze. Questo perverso socialismo degli affetti è molto più grave delle menate sul valore commerciale del database di Facebook, perché nel piccolo è infinitamente peggio non poter esercitare il sacrosanto diritto di discriminare l’intimità, separando le persone di cui davvero ti importa qualcosa dai pur rispettabilissimi conoscenti con cui parlare del tempo che fa a Milano. I setacci su Facebook sono inutili, o hanno maglie tanto larghe che il micron è misura troppo restrittiva. Tutti devono sentirsi speciali per tutti, con il risultato ovvio che nessuno davvero lo è. Non c’è nemmeno la scusa dell’auto promozione, perché se per mandare cento inviti a un evento devo fare cento click, è evidente che il mezzo non è nato per facilitarmi in quello scopo.

Quindi ieri i miei due mesi sono finiti, e senza esitazione ho disattivato l’account. Naturalmente prima ho avvisato tutti di questa mia specie di morte sociale, con il prevedibile risultato di innescare uno psicodramma fatto di frasi di commiato surreali (“sono scelte di vita”) e di critiche dolenti (“ci hai solo usati come cavie”), il che dovrebbe almeno fare un po’ riflettere sulla rifrazione del senso di parole come “scelte”, “vita”, “usare” e “cavie” in un posto dove la gente parla di sé in terza persona e il deus ex machina che gestisce il sito diventa padrone anche delle tue foto al mare in bikini.

Daniele ha fatto la pagina Personaggio Pubblico, che per quanto suoni assurda, sulla mia allergia alle simulazioni relazionali ha un impatto molto più soft di una pagina personale. Per quanti mi apprezzano attraverso il mio lavoro, spero e credo sia sufficiente. Per gli altri, ci vediamo sabato al matrimonio di Giovanni e Simona.
Michela intende trovarsi lì.

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