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Non lasciamoci distrarre

di Gianfranco Monaca

da http://www.tempidifraternita.it/

La “nostra” crisi è una questione di lusso:riguarda il 20% della popolazione mondiale, quella che ha conosciuto un certo benessere, diventato poi consumismo come legge di mercato: “Commercio e lusso e debiti in confuso,Nonno, babbo, figliuoli un fascio fanno,Che tutto ha in sé l’uman fetore acchiuso” C’era da aspettarselo, visto che era stato previsto a fine secolo XVIII da un saltafossi, euro-bighellone dal naso fino, come Vittorio Alfieri.

La crisi non è il problema, è il sintomo: il vero problema è un altro. Come dice la Bibbia, tutti i guai non sono che sintomi di un problema fondamentale: “la vostra dura cervice”, il rifiuto di vedere le nostre responsabilità prima di puntare il dito verso quelle altrui. Il “nostro” benessere dal XV secolo in poi lo hanno pagato e lo stanno pagando quelli che sopravvivono (se possono) nella povertà endemica.

Nostro malgrado siamo complici e manovali di un’operazione di rapina a mano armata, che ha in sé i germi della corruzione e della morte in modo irreversibile. Un crimine organizzato a livello planetario dal Fondo Monetario Internazionale, nei saloni ovattati di gente dabbene, come erano dabbene le buone famiglie della nobiltà europea che spolpavano l’Africa, l’Asia e l’America, così come quelle borghesi l’Australia più tardi. L’Occidente (cristiano?) è un’azienda fallimentare che finora è stata assistita dai popoli rapinati: un pallone gonfio di nulla, basta notare come la scienza finanziaria ha appunto questa desinenza.

Quando una mongolfiera perde quota, l’unica via di salvezza è buttare la zavorra e recitare l’atto di contrizione. L’onda anomala che sta corrodendo i piedi di argilla di questo mostro colossale è iniziata molto lontano, durante il regno di Tiberio Cesare, in uno sperduto angolo di Palestina, quando uno strano Profeta ha osato ribellarsi alla menzogna delle gerarchie del Trono e dell’Altare, poi ha proseguito mille anni dopo, quando un ricco giovane di Assisi ha restituito al padre mercante financo i vestiti, poi quando alcuni ecclesiastici hanno cominciato a deplorare i genocidi perpetrati in nome della Croce (da Bartolomè de las Casas ai Gesuiti dell’Amazzonia) e alcuni intellettuali europei hanno preso le distanze dalle guerre di religione, diventando il tarlo che ha cominciato a bucare l’involucro. Tanti hanno cercato di rammendare il buco, che invece si è fatto sempre più vistoso.

La Dichiarazione universale dei diritti umani – per quanto sbeffeggiata e disattesa -è ormai ineludibile, come lo furono il “codice di Hammurabi”, il “Decalogo” di Mosé, il “discorso della montagna”. Oggi si può cominciare a chiamare l’ingiustizia, l’oppressione e la violenza con il loro nome. Un tribunale ha smascherato la menzogna di Bolzaneto – come Abu Ghraib e Guantanamo, Buenos Aires e Santiago – negando ogni salvacondotto ai manovali dell’industria del sopruso. È un inizio, arrivare a negarlo anche ai loro padroni è un compito di civiltà che spetta a ognuno di noi.

Nel silenzio dell’Avvento rimbomba la voce di Giovanni, che ammonisce i mercenari di accontentarsi del loro soldo senza abbandonarsi alle violenze e ai saccheggi, e Oscar Romero aggiunge: senza prestarsi a compiti di bassa macelleria. La “strage degli innocenti” è una decisione politica presa in segreto da un’autorità legittimamente costituita: portata alla luce del sole (della stella…), non a caso fa da livido sfondo ai primi vagiti del Messia, definendo per sempre la losca fisionomia di tutti gli Erode della storia, anche se ci sarà sempre un avvocato-pecorella pronto a belare in favore di un lupo rapace.

Un profeta disarmato osa dire: “Razza di vipere, non avete via di scampo, perché la scure sta ormai attaccando le radici dell’albero su cui vi siete arrampicati”. Sogniamo una chiesa che ci insegni a leggere in sequenza il Decalogo, il Discorso della montagna e, ciclicamente, la Dichiarazione dei diritti umani del 1948. Per ora facciamolo da autodidatti, visto che “quando due o tre di voi sono riuniti nel mio nome, io sono tra loro”.

Non lasciamoci distrarre dalle nenie natalizie, dalle palle degli alberi-di-natale, dagli sprechi offensivi delle luminarie, dalle messe cantate in cattedrali energivore: il “sacro” è sempre una trappola, se cade nelle mani di un pifferaio magico. Maneggiare la religiosità richiede più cautela che maneggiare la nitroglicerina: occorre la delicatezza di un alito di brezza leggera, come avverte il profeta Elia.

Occorre il filtro dell’anticlericalismo evangelico per neutralizzare le dosi massicce di clericalismo ambientale che ci stanno soffocando. Ciascuno deve diventare, senza blasoni, un laboratorio per il monitoraggio del temporalismo montante, meglio se in rete con un “piccolo gregge che non ha paura, perché gli è stato affidato il Regno”.

L’amore fraterno per “gli altri” (l’agàpe, distinto dall’eros, che è amore per una singola persona) è di per sé un fatto politico che risponde alle esigenze del messaggio di Gesù (Vangelo di Matteo, cap. 25) reso interiore dalla consapevolezza che Egli è il destinatario dei nostri atti di solidarietà o di ingiustizia: “Avevo sete e avete costruito un acquedotto, avevo fame e avete lavorato per ridistribuire le risorse, ero straniero e vi siete opposti al mio apartheid…”.

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