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Il Natale dei topi umani

di Sergio Segio
da www.aprileonline.info

Il caso Nella Milano dell’Expo, dei Ligresti, degli Zunino, dei Cabassi, dei Caltagirone non c’è un piccolo terreno e qualche roulotte in cui consentire a poche decine di persone di sopravvivere, almeno all’inverno. Almeno a Natale.

Non è facile, mi rendo conto. Io stesso, che pure ho avuto una vita travagliata e ne ho viste di tutti i colori, martedì sera stentavo a credere ai miei occhi. Ma provate lo stesso a immaginarlo. Una lingua di fango e sterpaglie di pochi metri quadrati a fianco della massicciata della ferrovia. Per riuscire ad accedere a questa terra di nessuno occorre entrare da un viottolo a lato di uno dei tanti capannoni industriali assiepati nella periferia di Sesto San Giovanni, sul vialone che porta all’imbocco delle tangenziali milanesi.

Bisogna poi scavalcare il muretto che delimita i binari del treno, traversarne quattro e, subito dopo un ponte, infilarsi in quel budello a cielo aperto. Non è facile arrivarci, e pure assai rischioso: è già accaduto che qualcuno – quattro, dicono – sia rimasto ucciso dai treni che transitano veloci. Eppure lì, topi tra i topi, vive qualche decina di rom, comprese donne e bambini, di cui un neonato di dieci giorni.

La mattina di martedì sono arrivati, come già altre volte, i poliziotti. Sotto la pioggia che batte ormai da giorni, hanno allontanato le persone e distrutto i giacigli di cartone e i teli di plastica.

I rom ci hanno avvisato e chiesto aiuto. La sera, con Dijana, Paolo e Filippo, siamo andati con loro a vedere lo scempio delle misere cose. Coperte, sacchi a peli, qualche fornelletto, un piccolo pallone impastati nel fango, rifiuti ormai inservibili. Ci hanno mostrato le mamme e i bambini, fradici come noi sotto la pioggia ancora più impietosa degli uomini. Ci hanno chiesto: e ora? Come vivremo? Dove possiamo andare?

Tramite Olga, un consigliere comunale, abbiamo interpellato il sindaco, Giorgio Oldrini, che è uomo di buon cuore. Si è attivato, e mentre la notte e la pioggia continuavano a calare è arrivata una risposta: se portate i bambini in ospedale, c’è un pediatra disponibile a visitarli e, almeno per questa notte, a ospitarli al coperto; altro e di più non si può fare. E forse è vero.

Le istituzioni e i governi fanno fronte a problemi giganteschi, a crisi globali, alle bancarotte dei colossi finanziari, alla riorganizzazione dei territori e all’edificazione delle grandi opere ma non sanno dare risposte ai bisogni più semplici, soprattutto a quelli degli ultimi della fila. Come quello di non fare dormire all’addiaccio qualche decina di poveracci.

Del resto, per non fare morire di freddo, di fame o di sete i poveri del mondo basterebbero le risorse prontamente reperite e stanziate per salvare dal tracollo i colossi bancari e automobilistici.

Ma le poche decine di rom di Sesto, per la verità, non chiedono nulla. La loro passività e rassegnazione sono impressionanti. Non hanno mai avuto nulla e non si aspettano niente. Alla fine, i bambini all’ospedale hanno preferito non mandarli, temono gli vengano sottratti, non vogliono essere dispersi e divisi; come agnelli al macello si scaldano e fanno coraggio a vicenda. La loro richiesta è solo quella che li lascino stare lì, a contendersi quel fazzoletto di fango con le pantegane.

Martedì sera sul tardi avevano già riorganizzato con qualche straccio e coperta delle specie di cucce. Anche stavolta la derattizzazione non ha funzionato. Pur se sempre più deboli e spaventati, i topi umani hanno riaperto la tana, scavato nuovi anfratti, si sono rifugiati ancora più dentro nel fango e nei rifiuti, per diventare maggiormente invisibili. E certo lo sono: per la società, per la politica, per i media, per gli amministratori locali, per i servizi sociali.

Ma non per i tutori dell’ordine che sanno stanarli sempre, ligi e implacabili. In questo caso, la motivazione addotta per lo sgombero forzato è che il luogo è pericoloso per la vicinanza dei binari, come le tragedie del passato hanno dimostrato. Puro buon senso. Se però venissero fornite alternative.

Se non fosse che, a ogni sgombero, i rischi invece aumentano e le condizioni peggiorano, perché evidentemente al pozzo nero del peggio non c’è termine. Come se morire per broncopolmonite fosse preferibile al pericolo di finire travolti. Come se tutto quel che importa sia di rimuovere il problema dalla vista, dalle proprie responsabilità, dal proprio Comune. Un problema dal volto umano ma dalle condizioni di vita più che bestiali.

Nella Milano dell’Expo, dei Ligresti, degli Zunino, dei Cabassi, dei Caltagirone non c’è un piccolo terreno e qualche roulotte in cui consentire a poche decine di persone di sopravvivere, almeno all’inverno. Almeno a Natale.

Se questo è un uomo, ci chiedeva Primo Levi, descrivendo la disumanizzazione del lager. Oggi dovremmo chiederci se questi sono veramente topi. O se invece siamo noi, colpevolmente, con azioni e omissioni, con indifferenza e distrazione, a trattarli come tali.

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