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La scuola secondo Ionut

di Marina Boscaino
da www.ilmanifesto.it

Lettera a una professoressa quarantun anni dopo. A scriverla sono Arber, Darlan, Domenico, Eros, Giulia, Ionut, Massimo, Ramona, Riccardo – studenti di diverse scuole appartenenti all’Asai, associazione interculturale di San Salvario, il quartiere multietnico di Torino – e da tutti coloro che vorranno partecipare.

San Salvario si estende dalla stazione di Porta Nuova al Parco del Valentino; da uno dei confini naturali del centro storico al Lingotto. All’interno due grandi mercati, una distribuzione di etnie di provenienza estremamente eterogenea, con una prevalenza di africani, mischiate alla popolazione torinese, di diversa estrazione sociale; luoghi di culto tra i più differenti, Internet Point e Money Transfer in molte strade.

Con quella lettera i ragazzi si rivolgono ai propri insegnanti, chiedendo loro maggiore motivazione e grinta per promuovere la scuola e l’innalzamento dell’obbligo scolastico: una scuola capace di intercettare tutti gli studenti, che non abbassi i livelli. Una scuola luogo di integrazione, di cultura.

«Già dopo la scuola elementare, nella media, molti di noi cominciano a perdersi, non riusciamo a stare dietro le richieste degli insegnanti, non capiamo più a cosa serva la fatica dello studio»: il passaggio traumatico dai tempi (o dovremmo dire ex-tempi, grazie a Gelmini&C) delle elementari all’implacabile scansione delle medie, con 8 insegnanti che non hanno per lo più metodologie (e tempi, appunto) tali da far comprendere il rapporto tra esperienza e conoscenza, in una sorta di autismo didattico obbligatorio, che spesso si trasforma in meccanica erogazione di nozioni. I prodromi accertati della dispersione scolastica.

«Sono un piccolo pesce in mezzo al mare; se non so cosa sia il mare e cosa sia un pesce, che ci faccio nel mare?». La scuola è, dovrebbe essere, il luogo di formazione culturale che conferisce ricchezza alle identità: la ricerca di senso, la cultura, meglio, le culture – che, sole – possono fornire risposte plausibili alle domande grandi. La finalità del progetto di S. Salvario è ribaltare – attraverso una diffusione dell’iniziativa a livello nazionale – l’immagine della scuola che media, politica e amministrazione hanno accreditato.

La prima lettera, quella di invito, è stata già compilata e diffusa. Verranno messi insieme i contributi che stanno pervenendo da tutta Italia, nel tentativo di costruire un modello di scuola veramente inclusiva. La necessità, avvertita anche da questi ragazzi, è quella di contribuire al capovolgimento dell’immagine della nostra scuola, involgarita nella riproduzione di problematiche ormai stereotipate (dal bullo al fannullone, dalla visita fiscale al voto di condotta) e da una decisionalità politica che ha teso a dimenticare alcuni caratteri essenziali che la scuola talvolta incarna, altre volte potrebbe incarnare; mortificandola in una logica economicista e priva di respiro culturale.

«Straniero è una parola bellissima. Io mi sono sempre sentito straniero (…). È un’inquietudine, è la consapevolezza di venire da altrove. Lo straniero per me è la condizione di privilegio. Solo sentendosi straniero si può autenticamente diventare un essere umano a tutto tondo»: è Moni Ovadia.

Parole suggestive, insieme a molte altre, pesanti come pietre, a commento dell’iniziativa, raccontata in una bella puntata di Fuoriclasse, visibile sul sito www.fuoriclasse.rai.it. Basta un click. Sarebbe bello, quindi, che la ministra Gelmini utilizzasse alcune delle sue neocompetenze tecnologiche e perdesse un po’ del suo prezioso tempo – alacremente impiegato a picconare la scuola pubblica – per capire quale distanza siderale separa le riflessioni di quegli adolescenti, le bellissime parole di Moni Ovadia e i provvedimenti che il governo ha preparato in materia scolastica; e perfino chiesto, con enfasi neogiovanilistica, di discutere su Youtube.

Non consegnano, quei ragazzi, un’idea edulcorata del nostro sistema di istruzione: la scuola che emerge non è quella del Mulino Bianco e tantomeno quella delle «tre i». Sono critici, coraggiosi, esigono: «La scuola deve aiutare l’alunno a crescere e maturare»; vogliono una scuola in cui gli insegnanti «facciano il loro lavoro perché gli piace » e non farebbero mai l’insegnante «perché insegnano solo le materie».

Sono i nuovi italiani: sognano di fare il chirurgo, di andare in Africa ad imparare le danze, di fare il commercialista. Sono qui dal 2000 – da un po’ prima o da un po’ dopo – frequentano tutti le scuole superiori, chi lo scientifico, chi il tecnico, chi un professionale. «La diffidenza verso gli stranieri è paura»: non hanno fiducia nel sistema dell’informazione, ma hanno imparato a valutarne l’importanza in termini di possibilità di raggiungere interlocutori e per questo partecipano al progetto.

Vogliono far capire che la scuola «non va bene così com’è». Perché ne intravedono infinite potenzialità, spesso sprecate, vilipese, manipolate. Alcuni sono i più bravi della propria classe, molti conoscono l’italiano perfettamente: lo hanno imparato – non per niente – insieme ai loro compagni madrelingua; non in un ghetto isolato.

Soprattutto, hanno compreso, molto meglio di altri, la centralità del problema dell’innalzamento dell’obbligo scolastico. Sul quale – governo dopo governo – si è perpetrata l’ambiguità formale e sostanziale tra obbligo «di istruzione» e obbligo «scolastico », tra generica istruzione e scuola vera e propria. Ambiguità portata avanti dalla Moratti a Fioroni e definitivamente istituzionalizzata con la legge di luglio ad opera della banda Gelmini- Aprea.

Ambiguità che in questi anni ha tentato di edulcorare una realtà che da una parte non può rinunciare ai profitti che enti e privati hanno dal sistema di formazione professionale; dall’altra immobilizza definitivamente i destini dei ragazzi nelle condizioni socio-culturali di partenza, erigendo a sistema la più violenta e retriva delle discriminazioni: i nati bene a studiare, gli altri a lavorare. Tutto ciò, disinvestendo progressivamente sulla scuola che, per essere veramente scuola dell’obbligo scolastico e del successo formativo, ha bisogno di risorse e trasformazioni.

E invece l’intenzione confermata sembra essere quella di allontanare definitivamente la possibilità che essa diventi effettivamente il luogo della crescita della cittadinanza di tutti e per tutti. «Abbiamo pensato di invitarvi a discutere tra voi e con noi perché insieme si scriva una lettera ai nostri insegnanti che venga letta anche dai genitori, dai politici, dai giornalisti (…). Centinaia di ragazzi, da Torino a Gela, riflettono, discutono e, rivolgendosi agli insegnanti, chiedano che stare a scuola, imparando veramente, possa diventare una realtà per tutti e per ciascuno. Sarebbe una vera rivoluzione».

È evidente che mai come oggi il progetto risulta utopico ma al tempo stesso irrinunciabile. La cura della scuola che il governo sta dimostrando è sotto gli occhi di tutti. Nel vuoto di idee di molti soggetti politici, la questione scuola è affidata alla vigilanza di famiglie e insegnanti consapevoli e al miracoloso rigurgito di partecipazione che studenti addestrati al disimpegno hanno fortunatamente dimostrato.

Le procedure di «dialogo autoritario» del governo si sostanziano nel fatto che i regolamenti sulla scuola dell’infanzia e della primaria vengono approvati proprio in questi giorni: da una parte si predica il ritorno all’«ascolto», dall’altra si approfitta della chiusura degli istituti. Quanto il processo di inclusione e di integrazione stia a cuore a chi ci governa lo apprendiamo peraltro dalle esternazioni dell’onorevole Cota e dei suoi compagni: dalle impronte digitali per i bambini rom, alle classi «differenziali»
per studenti migranti.

Forse solo durante le leggi razziali antisemite la scuola italiana si era macchiata di tante nefandezze, venendo meno ai propri compiti istituzionali. Ma nel ’38 non c’era la Costituzione della Repubblica.

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