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La Chiesa di fronte alle nuove culture

di Jean Rigal
in “La Croix” del 3 gennaio 2009 (traduzione: www.finesettimana.org)

L’incontro tra la fede cristiana e le culture pone una questione permanente alle Chiese. Oggi, questo
problema assume un nuovo rilievo e interroga, molto da vicino, la comunità ecclesiale nella sua vita
quotidiana, nelle sue ricerche, nella sua missione.
Più precisamente, un profondo iato si è stabilito tra la parola della Chiesa e la ricezione di questa
parola in una società che veicola altre referenze culturali, in particolare in Occidente. Papa Paolo VI
ne aveva una viva consapevolezza quando dichiarava, più di trentanni fa: «la rottura tra Vangelo e
cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre» (1) Effettivamente,
il sommovimento culturale supera i semplici problemi di linguaggio. La parola della Chiesa appare
come un linguaggio codificato, astratto, tecnico, riservato a un piccolo numero di iniziati, sempre
più esiguo. Molti termini di grande densità teologica, e con una imponente tradizione alle spalle,
levigati da secoli di storia (come “salvezza”, “grazia”, “Pasqua”) non trovano eco nell’esistenza dei
nostri contemporanei.
Si dirà che si devono spiegare le parole, tradurre questo vocabolario in un linguaggio più semplice,
suscettibile di raggiungere l’esperienza degli interlocutori. Sicuramente, il lavoro di volgarizzazione
diventa indispensabile e urgente, ma non fa che spostare il problema di fondo: quello di un vero
ingresso nell’universo della fede, difficilmente accessibile a persone senza cultura religiosa e che
abitano uno spazio culturale altro. Si tratta, sempre di più, di ignoranza, di parallelismo, di
indifferenza più che di allontanamento, di ostilità o di volontà di rottura propriamente parlando.
Tutto indica che la società sviluppa nuove rappresentazioni, altri riferimenti, altri valori, e dunque
una legittimità senza legame con l’autorità dell’istituzione ecclesiale. Detto altrimenti, la cultura
«profana», con i suoi riti, le sue feste, i suoi riferimenti, soprattutto le sue norme, si forgia e si
esprime non contro, ma al di fuori della cultura cattolica. Cosicché la voce della Chiesa non è più
normativa per l’insieme dei nostri concittadini, tanto più che, in un contesto di grande
soggettivizzazione, ciascuno è tentato di cercare la propria felicità secondo vie da lui stesso scelte.
Un solo esempio: il controllo sulla fecondità da parte delle donne appare oggi non tanto una
questione etica quanto una vera rottura culturale con una autorità esteriore, ivi compresa quella di
Roma.
Si può ritenere che questo cambiamento socioculturale sia ben più importante del crollo di certe
strutture e della riduzione del numero degli aderenti. Un tale movimento di fondo, al di là di
rallentamenti sempre possibili, interroga le Chiese. Nessuna di loro detiene la soluzione miracolosa
per rispondervi. Tuttavia, alcuni punti, tra gli altri, meritano particolare attenzione.
Non occorre forse ricordare anzitutto che è il Vangelo ad essere originario e portatore di futuro – e
non l’istituzione ecclesiale, che gli è sottomessa e in cui affonda le sue radici e prende slancio?
Questo semplice richiamo invita a non lasciarsi impantanare in soffocanti problemi istituzionali e a
precisare meglio l’obiettivo che illumina e dinamizza tutto il resto. La fecondità del Vangelo è
inesauribile e sempre nuova. Di certo, non si tratta di recitare dei testi. Questa parola «parla»
veramente solo se raggiunge l’esistenza: allora non è più «lettera morta» o «parola vuota», ma
prende senso, si risveglia, si anima, stimola, fa vivere. Ciò significa che il messaggio del Vangelo –
oggi come alle origini – non è isolabile dall’humus culturale in cui è annunciato. Il cardinale
Godfried Danneels, arcivescovo di Malines-Bruxelles, parla a questo proposito «di umanizzazione
della rivelazione», cioè di una interpretazione della parola biblica per il mondo di questo tempo così
come è. E’ una linea di riflessione e di azione che apre incessantemente nuovi cammini.
Anche suscitare la creatività rappresenta un importante orientamento. Di certo, la diminuzione e
l’età dei praticanti invitano al realismo: i mezzi delle comunità ecclesiali sono limitati. Ma ciò che
paralizza maggiormente si situa senza dubbio altrove: nella volontà, più o meno consapevole, di
«mantenere» il più a lungo possibile l’esistente, al posto di immaginare altro, di prendere le cose
diversamente. Così non è raro che la preoccupazione della continuità istituzionale si manifesti nel
prolungamento del vecchio inquadramento pastorale, nella configurazione di parrocchie legata alla
presenza di preti, in prescrizioni liturgiche poco comprese, in un discorso etico estraneo alle nuove
forme della vita personale e sociale…
L’incontro della comunità ecclesiale con le nuove culture o le sensibilità nuove chiama
necessariamente ad una chiesa di dibattito. Questo ha una giustificazione sociale evidente: l’assenza
di dibattito uccide la creatività. Ma c’è di più: nel dibattito, il senso cristiano dei fedeli (il sensus
fidelium) può legittimamente ed efficacemente svolgere il proprio ruolo. Certo, questo principio
raramente è messo in discussione, ma che ne è della sua applicazione? Per quale missione i laici
sono di fatto sollecitati? Possono esprimere liberamente la loro opinione in seno alla comunità
ecclesiale e apportarvi la loro esperienza personale, in particolare sulle diverse e scottanti questioni
etiche del nostro tempo (famiglia, sessualità, bioetica, economia sostenibile, ecologia, eutanasia,
giustizia sociale… )? Esistono delle vere strutture di dialogo per raggiungere questo obiettivo? I
rischi della ricerca sono più pericolosi della sclerosi che risulterebbe dal suo rifiuto?
(1) Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (1975)

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