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Sulla qualità dei due diritti

Non è necessario che le vittime siano del tutto innocenti, che non abbiano commesso alcun male, per riconoscerle come vittime, e perché il male fatto loro si chiami persecuzione.

Non è necessario che i violenti non abbiano subito anch’essi delle violenze, perché la loro azione sia violenza ingiustificata.

Dunque, anche se i palestinesi hanno commesso delle violenze contro gli israeliani, è un fatto che essi sono invasi dal 1967, perseguitati e scacciati, sulla loro terra, dagli israeliani, fino da prima del 1948.

Dunque, anche se gli israeliani hanno subito violenze dopo l’istituzione dello stato di Israele, la loro violenza militare (con uno dei più potenti eserciti del mondo), psicologica, provocatoria e persecutoria, sulla popolazione palestinese disperata, vessata sulla sua propria terra, con sistematica disobbedienza di molte decine di risoluzioni dell’Onu, perciò con spregio della legge tra i popoli, non è giustificabile, se non per complicità.

Il diritto alla vita di un popolo, di ogni popolo, si può affermare se riconosce uguale diritto al popolo vicino, con risoluzione pacifica e giusta delle controversie di vicinato. L’imposizione all’altro squalifica il proprio diritto.

Il diritto alla vita e alla terra di un popolo, di ogni popolo, esige oggi di riconoscere il fatto nuovo e positivo che la terra non può più, per mille ragioni di movimento e di vita reale comune, spartirsi in modo assoluto tra identità etniche separate, ed esige che tutti impariamo a convivere tra più popoli e culture sulla stessa terra, pacificamente, nella giustizia. Chi non comprende e non vuole questo, cammina al contrario del possibile procedere umano nella civiltà universale.

Enrico Peyretti
Torino, 1 gennaio 2009

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