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Pensioni, non sulla pelle delle donne

di Betti Leone
da www.womenews.net

La proposta del ministro Brunetta di portare l’età pensionabile femminile ai 65 anni, come previsto per gli uomini, non è figlia della volontà di combattere la discriminazione, come invece si proclama. Se veramente si volesse favorire la parità, si agirebbe sul mercato del lavoro che le vede più precarie e meno salariate dei colleghi. Il vero fine è quello di ridurre la spesa pubblica e per farlo si decide di colpire un anello già debole della catena sociale

Nel dibattito apertosi sull’età pensionabile delle donne, in seguito alla proposta del ministro Brunetta di elevarla ai 65 anni per arrivare ad una equiparazione con quella maschile, c’è un aspetto che non viene menzionato pur essendo centrale. Consiste nel fatto che la norma che differenzia l’età pensionabile della donna da quella dell’uomo è, nel nostro Paese e fin dalla riforma Dini, l’unica a riconoscere il valore sociale del lavoro di cura, cioè la condizione reale delle donne italiane caratterizzata dall’avere un doppio carico di lavoro. Nonostante i cambiamenti sociali, spesso celebrati in modo eccessivo, le statistiche fotografano una realtà sostanzialmente invariata: il carico della vita domestico-familiare in Italia riguarda soprattutto le donne, mentre il maggior contributo offerto dagli uomini è quantificabile, negli ultimi 10 anni, nella media di 15 minuti in più alla settimana.

Sulla base di questo dato reale, non si può quindi parlare di equiparazione del lavoro femminile con quello maschile, senza risolvere prima il problema della redistribuzione del carico di lavoro familiare e domestico, del suo riconoscimento sociale, della disparita dell’occupazione. Brunetta definisce questa sua proposta di innalzare a 65 anni l’età pensionabile femminile come antidiscriminatoria perché condurrebbe ad una parificazione con quanto previsto per gli uomini: niente di più falso e allo stesso tempo ridicolo.

Le donne infatti hanno mediamente stipendi più bassi a parità di lavoro con i loro colleghi, sono maggiormente vittime dell’occupazione dequalificata e, soprattutto, della condizione di precarietà. Mentre i lavoratori iniziano generalmente con un impiego a tempo per poi stabilizzarsi, pur con grandi difficoltà, per le lavoratrici la precarietà è una stagione che dura tutta la vita, tanto che per loro i processi di stabilizzazione sono più rarefatti. Fondamentalmente perché sono giudicate meno affidabili e disponibili perché su di loro grava il peso del carico familiare o della gravidanza.

Alitalia è un caso emblematico di questo tipo di discriminazione di genere nel mondo del lavoro. Forse è in questa realtà occupazionale che bisognerebbe intervenire per evitare una disparità di trattamento tra i due sessi. Una proposta, quella di Brunetta, che oltre ad essere discutibile dal punto di vista contenutistico, lo è anche rispetto alla contingenza storico-economica. Come non può il ministro tener conto del fatto che di fronte alla crisi economica dilagante sono proprie le donne ad essere maggiormente esposte alla perdita del posto di lavoro?

C’è poi un altro tema che bisognerebbe ricordare perché viene omesso nel dibattito. Non è vero che le donne vanno in pensione prima degli uomini: la loro età di pensionamento reale si attesta intorno ai 61 anni contro i 60 maschili. Perché, soprattutto nel pubblico impiego e proprio per la legge di parità, tendono a rimanere oltre i 60 anni. Una scelta che nasce dal fatto che la loro occupazione è meno continua di quella dei colleghi: fattore questo che le spinge a permanere in servizio per poter raggiungere gli anni di contribuzione necessaria per godere della pensione. Le pensioni di anzianità riguardano infatti principalmente i lavoratori uomini del Nord, una realtà che, almeno fino a poco tempo fa, vantava una piena occupazione.

Vorrei si ricordasse, inoltre, che quando si parla di equiparazione di età pensionabile ci si riferisce al destino di una generazione particolare: quella delle donne che attualmente è vicina ai 60 anni. Una generazione che ha già pagato un prezzo lavorativo alto e che oggi vive una contraddizione senza precedenti, cioè quella di dover provvedere ai propri genitori (per l’allungamento dell’età di vita e per l’assenza di un sostegno sociale), ma anche ai propri figli (fiaccati dalla precarietà). E’ questo soggetto sociale che la proposta Brunetta andrebbe a colpire.

Dunque l’obiettivo del governo, perseguito anche attraverso l’ipotesi di elevare l’età pensionabile femminile, è solo quello di fare cassa, di ridurre la spesa pubblica, in pieno rispetto di quella politica neoliberista che pure oggi appare in crisi. Per centrare questo target l’esecutivo è disposto a tutto, anche a misure che di fatto si realizzano a spese delle donne, sulla loro pelle. Nonostante le casse dell’Inps non siano attualmente in deficit, la spesa previdenziale del nostro Paese è più elevata rispetto alla media europea, mentre resta bassa quella sociale. Ecco allora che per risparmiare si sceglie di agire in due modi: favorire il sistema previdenziale privato e allungare l’età di lavoro. Ora, però, le pensioni private non sono più un fronte su cui si possa insistere vista la fase critica che esse stanno attraversando, quindi, per non perdere consenso ed evitare impopolarità nel sostenerle, il governo predilige la strada dell’allungamento dell’età pensionabile.

Rispetto a questo tema sarebbe dunque più opportuno ritornare alla riforma Dini, ovvero alla flessibilità pensionistica che essa introduceva. Una riforma non perfetta, che certo equiparava, pur nella flessibilità, l’età di pensione fra uomini e donne, ma almeno manteneva il riconoscimento del valore sociale del lavoro di cura nel calcolo contributivo, che favoriva le lavoratrici per esempio sul fronte della maternità. Soprattutto, come accennavo, stabiliva una flessibilità di uscita che, fatti salvi alcuni parametri, come un tetto massimo di permanenza al lavoro e un range d’età (57-65 anni) uguale per uomini e donne, offriva comunque la possibilità di scegliere se restare in servizio oppure no.

Naturalmente la permanenza al lavoro si traduceva in una pensione più corposa, fatto che rendeva non pienamente libera la decisione, in particolare per le donne più discontinue nell’occupazione e quindi maggiormente costrette a permanere, ma era comunque il frutto di una valutazione personale sulla base della propria vita e della propria condizione economica. La Maroni ha cancellato questa libertà di scegliere, per gli uomini e per le donne, ma proprio a questa bisognerebbe ritornare.

Il punto è che se si volesse aiutare veramente le donne, realizzando una vera condizione di parità fra i sessi, si agirebbe sul mercato del lavoro contrastando la precarietà, che le affligge molto di più di quanto accade per i loro colleghi, combattendo la discriminazione salariale che le vede penalizzate pur quando rivestono le stesse mansioni maschili, favorendo il welfare. In proposito sarebbe utile evitare ogni forma di scambio che veda barattati i servizi sociali con l’allungamento dell’età pensionabile femminile.

In passato, infatti, si è spesso promesso di aumentare il sostegno sociale parallelamente alla crescita dell’età di pensione. Lo si è detto anche in occasione della riforma Maroni, quando il governo si impegnava a investire le risorse risparmiate con l’allungamento dell’età pensionabile nel potenziamento degli asili nido, dell’assistenza ai non autosufficienti, degli ammortizzatori. Un annuncio, però, a cui non sono seguiti i fatti. Per questo, la battaglia per un welfare più forte, che ci ponga nella media europea rispetto a cui appariamo ancora oggi deficitari, andrebbe condotta a prescindere da qualsiasi riforma previdenziale.

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