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Il fardello dell’uomo israeliano

di Barbara Spinelli
in “La Stampa” dell’11 gennaio 2009

Non molto tempo prima dell’offensiva contro Gaza, il premier israeliano Ehud Olmert pose a se
stesso e al proprio popolo una domanda gelida, senza precedenti. Una domanda non concernente i
valori e la morale, ma la pura utilità.
Era il 29 settembre, e in un’intervista a Yedioth Ahronoth denunciò quarant’anni di cecità: quella
d’Israele e la propria. Disse che era arrivato il momento, non rinviabile, in cui lo Stato doveva
mutare natura e scegliere come vivere e sopravvivere: se guerreggiando in permanenza, o cercando
la pace coi vicini.
Non negò le colpe di Hamas e di molti Stati arabi, ma invitò i connazionali a concentrarsi sul
«proprio fardello di colpa». Il fardello consisteva negli automatismi del pensiero militarizzato: «Gli
sforzi di un primo ministro devono puntare alla pace o costantemente aspirare a rendere il paese più
forte, più forte, più forte, con l’obiettivo di vincere una guerra?».
Aggiunse che personalmente non ne poteva più di leggere i rapporti dei propri generali: «Possibile
che non abbiano imparato assolutamente nulla? Per loro esistono solo i carri armati e la terra, il
controllo dei territori e i territori controllati, la conquista di questa e quella collina. Tutte cose senza
valore». L’unico valore da ritrovare era la pace, perseguibile a un’unica condizione: liquidando le
colonie, restituendo «quasi tutti se non tutti i territori», dando ai palestinesi «l’equivalente di quel
che Israele terrà per sé». Alla Siria andava reso il Golan, ai palestinesi parte di Gerusalemme. Così
parlò il primo ministro d’Israele, non un preconcetto nemico dello Stato ebraico e del suo popolo.
Da queste parole sembra passato un tempo enorme e oggi non sono che fumo e fame di vento, come
nel Qohèlet. Allora l’opportunità era imperativa, vicina. Nemmeno tre mesi dopo, la guerra è
decretata «senza alternative». Allora Olmert pareva ascoltare gli intellettuali contrari alle soluzioni
belliche: da Tom Segev a Gideon Levy a Abraham Yehoshua che tra i primi, su La Stampa, ha
invocato negli ultimi giorni la tregua. Tre mesi dopo il pensiero militarizzato si riaccende e il
dissenso si dirada. Non restano che Segev, Gideon Levy, Yossi Sarid. Perfino Yehoshua considera
vana una reazione proporzionata ai missili di Hamas «perché la capacità di sopportazione e
resistenza dei palestinesi è infinitamente superiore a quella degli israeliani». La domanda gelida di
Olmert, a settembre, era la seguente e resta valida: «Che faremo, dopo aver vinto una guerra?
Pagheremo prezzi pesanti e dopo averli pagati dovremo dire all’avversario: cominciamo un
negoziato».
Secondo Olmert, Israele era a un bivio: «Per quarant’anni abbiamo rifiutato di guardare la realtà con
occhi aperti (…). Abbiamo perso il senso delle proporzioni».
Non poche cose s’intuiscono, anche se ai giornalisti è vietato il teatro di guerra. Quel paesaggio che
da giorni vediamo sugli schermi, alle spalle dei reporter, è praticamente tutta Gaza: non più di 40
chilometri di lunghezza, 9,7 chilometri di profondità. Con 360 chilometri quadrati, Gaza è più
piccola di Roma e abitata da 1,5 milioni di palestinesi.
Inevitabile che in un lembo sì minuscolo i civili abbattuti siano tanti (metà degli uccisi, secondo
alcuni). Inevitabile chiedersi se i governanti israeliani non persistano nella cecità, quando negano
che la loro guerra sia contro i civili e un disastro umanitario.
Israele ha serie ragioni da accampare: i missili di Hamas sulle città del Sud, da anni e malgrado il
ritiro unilaterale voluto da Sharon nel 2005, generano angoscia e collera indicibile, anche se i morti
non sono molti. Ma ci sono cose non dette, in chi giustamente s’indigna: cose che questi ultimi
nascondono a se stessi, dure da ammettere, non vere.
Non è vero, innanzitutto, che lo Stato israeliano reagisca senza voler penalizzare i civili.
Bersagliando i luoghi da cui partono i missili di Hamas, esso sa che subito Hamas e i missili si
sposteranno altrove, e che in quei luoghi non resteranno che i civili: vecchi, donne, bambini. Lo
dicono essi stessi, ai giornalisti: «Quando parte un missile vicino alle nostre case, scuole, moschee,
sappiamo che non Hamas sarà colpito, ma noi». La domanda è tremenda: come spiegare agli
abitanti di Gaza la differenza con rappresaglie che, come a Marzabotto, sacrificarono centinaia di
civili al posto di introvabili partigiani?
Secondo: non è vero che non esistessero alternative all’attacco aereo e terrestre. Se la tregua con
Hamas non ha funzionato, è perché mai iniziò veramente. Perché i coloni avevano evacuato la
Striscia ma Israele manteneva il controllo dei cieli, del mare, dei confini. Il cessate il fuoco
negoziato a giugno prevedeva la fine del lancio di missili palestinesi ma anche la rimozione del
blocco di Gaza, imputabile a Israele. I missili son diminuiti, anche se non scomparsi: ne cadevano a
centinaia tra maggio e giugno, ne son caduti meno di 20 nei quattro mesi successivi. Nulla invece è
accaduto per il blocco.
Questo è il «fardello di colpe» israeliane, non piccolo, e ancora una volta la geografia aiuta a capire.
Dice il governo d’Israele che dal 2005 Gaza appartiene ai palestinesi, ma che non è servito a nulla.
È falso anche questo, perché Gaza essendo priva di autonomia non è messa alla prova. Non le
manca solo il controllo dell’aria, del mare. Ci sono sei punti di passaggio che dovrebbero consentire
il transito di cibo, acqua, elettricità, uomini (lungo la frontiera con Israele il valico Erez a Nord, i
valichi Nahal Oz, Karni, Kissufim, Sufa a Est; ai confini con l’Egitto il valico Rafah) e tutti sono
chiusi. Per una briciola come Gaza è impossibile vivere senza rapporti coll’esterno, ed essi sono
bloccati da quando Hamas ha vinto le elezioni e rotto con Fatah. Anche in tal caso un’intera
popolazione paga per i politici, e quando il cardinale Martino parla di campo di concentramento
(altri parlano di prigione a cielo aperto) non s’allontana dai fatti. I tunnel servono a contrabbandare
armi, è vero. Ma anche a trasportare cibo, medicine, pezzi industriali di ricambio. Il disastro
umanitario a Gaza non comincia oggi. E quel milione e mezzo è lì perché cacciatovi dall’esercito
israeliano nel ’48.
La punizione è parola chiave, in numerose guerre israeliane. Ma la punizione en masse dei civili
non punisce in realtà nessuno, e accresce ire omicide nei contemporanei e nei discendenti. È una
sorta di vendetta esibita. È guerra terapeutica che libera da inibizioni morali, guerra fatta per roteare
gli occhi, scrive Yossi Sarid (Haaretz, 9 gennaio). È non solo feroce, ma vana. I missili di Hamas
continuano a colpire e hanno addirittura allungato la gittata: ormai colpiscono Beer Sheva (36
chilometri dalla centrale atomica di Dimona) e la base di Tel Nof (27 chilometri da Tel Aviv).
Gaza e Cisgiordania sono più che mai interdipendenti. Quel che accade in Cisgiordania ha pesato
amaramente su Gaza, e pesa ancora. In questo caso sì: non c’è alternativa alla decolonizzazione e al
ritiro. Anche Israele, come tanti imperi, deve passare di qui. Deve smettere di separare i teatri
d’azione: di edificare nuove colonie ogni volta che negozia o ogni volta che guerreggia su altri
fronti, in Libano o a Gaza. È quello che teme anche oggi Dror Etkes, coordinatore dell’associazione
israeliana Yesh Din (volontari per i diritti umani): «Posso certificare che proprio in queste ore
stanno spianando terre in Cisgiordania per una nuova colonia presso Etz Efraim, e per un
avamposto presso Kedumim». In un libro di Idith Zertal e Akiv
a Eldar (Lords of the Land, New
York 2007) è scritto che la pace è irraggiungibile se non si riconosce che ogni singola colonia, e non
solo i cosiddetti avamposti illegali, viola la legge internazionale; se non ci si spoglia dell’ossessione
delle armi e delle terre idolatrate, che Olmert stesso ha denunciato poche settimane fa.

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