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L’infaticabile laboratorio della memoria

di Vera Schiavazzi
in “la Repubblica” del 18 gennaio 2009

«Marco, vieni, c’è Primo Levi al telefono…». Marco Viglino aveva diciannove anni e si stava
preparando alla maturità in un liceo cattolico privato quando una sera dell’aprile 1978 arrivò, a
sorpresa, la telefonata dello scrittore dalla quale è nata l’intervista inedita che Repubblica propone
qui accanto. Trent’anni dopo, l’autore di quella intervista è diventato magistrato, mentre a Torino è
nato il centro di studi che dovrà raccogliere e catalogare il grande lascito di appunti e lettere dello
scrittore. Un lavoro affidato alla direzione dello storico Fabio Levi che procede silenziosamente,
con quello stesso stile schivo e riservato che caratterizzò la vita dello scrittore e – dopo la sua morte
l’11 aprile del 1987 – quella dei suoi eredi, la vedova e i figli. Ma nelle scuole di Torino e del mondo
l’opera di Levi assume oggi, mentre ci si prepara alle iniziative per il Giorno della Memoria, un
nuovo significato. È alla letteratura, infatti, ma anche al cinema, alla musica, al teatro che si affida il
ricordo della Shoah, ora che i testimoni in grado di parlarne diventano sempre più rari. Il 26 gennaio
a Torino Ernesto Ferrero, scrittore e direttore della Fiera del Libro, ne parlerà alla giornata di studi
promossa dalla comunità ebraica, con un intervento dedicato proprio allo scrittore torinese: «Primo
Levi sapeva benissimo che la memoria da sola non basta, perché la memoria a suo modo è una
scrittura, anzi, una ri-scrittura continua che si allontana ogni volta dal ricordo originale. La memoria
è un materiale tra i tanti, e come è spiegato magistralmente ne I sommersi e i salvati, va sottoposta a
un vaglio stringente, a verifiche, controprove documentarie. Solo così, facendone oggetto di
un’attività di laboratorio rigorosa e continua, può essere utile a una vera antropologia della banalità
del male».
Anche per questo l’intervista inedita ritrovata da Viglino ha un valore speciale, soprattutto per chi ha
avuto la fortuna di raccoglierla. «La lettura di Se questo è un uomo mi aveva sconvolto – racconta
Viglino, oggi giudice al Tribunale di sorveglianza di Torino -. Così, avevo dedicato a Levi la tesina
che ognuno doveva preparare per l’esame finale. Ma una zia, a mia insaputa, ne fece una copia e la
diede a una vicina di casa lontana parente dello scrittore. Quel compito da liceale arrivò fino a lui,
gli piacque e mi telefonò. Ancora oggi, trent’anni dopo, mi commuovo pensando a quella
semplicità, uno scrittore famoso che chiama un ragazzo sconosciuto».
Al telefono, Levi chiede a Viglino: «C’è qualcosa che posso fare per te? Qualcosa che ti farebbe
piacere?», e l’altro non esita: «Vorrei incontrarla». «Mi invitò per il giorno dopo nella sua casa di
corso Re Umberto (è l’appartamento alla Crocetta, dove Levi visse fino al giorno della morte, ndr),
alle nove di sera. Mi fece accomodare sul vecchio sofà del suo studio, una piccola stanza piena di
libri. Ero emozionato, febbricitante, quasi non osavo chiedergli di poter usare il registratore, ma per
fortuna trovai il coraggio… Ora la sua voce – che era bellissima – è ancora lì, in una cassetta C90 da
un’ora e mezza che non ho mai riascoltato dopo il lavoro fatto per scrivere l’intervista: ho paura che
il nastro sia diventato fragile e possa rompersi. Passammo insieme tutta la serata, molte cose sul
nastro non sono rimaste…». «Per trent’anni – conclude Viglino – quelle pagine scritte a macchina
sono rimaste nel cassetto della mia scrivania di casa, non le ho mostrate quasi a nessuno perché ne
ero geloso, ogni tanto andavo a rileggerle. Ma forse sono stato egoista, ed è venuto il momento di
condividerle».

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«Io scampato al lager per poterlo raccontare»
intervista a Primo Levi a cura di Marco Viglino

Mi ha colpito il suo desiderio di rendere testimonianza sulla tragica esperienza nel lager: quando è nato questo desiderio?
«Questo desiderio, del resto comune a molti, mi è nato nel lager. Volevamo sopravvivere anche e
soprattutto per raccontare ciò che avevamo visto: questo era un discorso comune, nei pochi
momenti di tregua che ci erano concessi. Del resto è un desiderio umano: lei non troverà mai un
reduce che non racconti. (No, mi correggo, ve ne sono alcuni che non raccontano; ve ne sono alcuni
che sono stati feriti talmente a fondo che hanno censurato il loro passato, l’hanno sepolto per non
sentirselo più addosso). In primo luogo c’è il bisogno di scaricarsi, di buttare fuori quello che si ha
dentro. Poi ci sono anche altri motivi… c’è forse anche il desiderio di farsi valere, di far sapere che
siamo sopravvissuti a certe prove, che siamo stati più fortunati, o più abili, o più forti».

Il punto di contatto tra i primi libri e quelli di fantascienza, mi pare possa essere la sua «indignazione», che prima è rivolta al lager e poi verso certe storture della civiltà. È giusto?
«Sì, è giusto: è una domanda che mi fanno in molti e a cui veramente non sono il più autorizzato a
rispondere, perché non è detto che chi scriva sappia sempre bene “perché” scrive. Io ho due radici:
una è il senso del lager e l’altra è il senso della chimica con le sue dimensioni. Avevo in mente di
scrivere qualcosa sulla storia naturale ancora prima di entrare nel lager: già da studente sentivo un
desiderio del genere (non come progetto chiaro e distinto, ma come vaga aspirazione) e trovavo un
terreno fertile nel mio mestiere di chimico. Perciò – dopo aver terminato Se questo è un uomo e La
tregua – non è che io abbia “scritto” gli altri due libri: ho raccolto alcune idee e anche alcuni
racconti che avevo già scritto prima. Per esempio, il primo racconto delle Storie naturali, quello del
vecchio medico che raccoglie essenze, l’ho scritto prima di Se questo è un uomo. E… probabilmente
sì, benché il tema sia diverso, anche gli altri scritti risentono dell’esperienza del lager, in una forma
molto indiretta, in una forma di delusione profonda, di un ritirarsi dalla vita».

Tra i personaggi che si incontrano nei suoi libri, Lei mostra particolare simpatia e indulgenza verso alcuni che incarnano una certa “furbizia” o arte di arrangiarsi, come Cesare o il Greco.
«Anzitutto questi personaggi agiscono in un contesto tutto particolare, che è quello della fine della
guerra: ora, su questo fondale, direi che si può essere abbastanza indulgenti. Non ammetterei, oggi,
un Greco; lo eviterei, mi terrei lontano da lui, ma in quel momento lo sentivo quasi un maestro. Egli
soleva dire: la guerra è sempre. E poi ancora mi diceva: “Vedi le scarpe belle che io ho: è perché
sono andato a rubarle nei magazzini dei russi. Tu sei uno sciocco, non sei andato a cercarle”. Io
rispondevo che pensavo che la guerra fosse finita e che i russi avrebbero provveduto. “La guerra è
sempre”, mi ripeteva, e, allora, io ero d’accordo con lui. Oggi sarei più severo nei suoi riguardi, così
anche nei riguardi di Cesare: ma la furbizia di Cesare era così solare, così aperta, così ingenua in
fondo e così innocua che mi sta bene ancora adesso. Non sarei un censore tanto severo da
escluderla, in quella forma: furbizia così “italiana”, sempre mescolata con bonomia. Cesare
ingrassava i pesci con l’acqua, poi però, davanti ai bambini affamati della donna russa
, glieli regala.
Questo fa parte di un’arte di vivere che è vecchia come il mondo e davanti alla quale non si può
essere troppo severi».

Quella carica di ribellione che sta alla radice dei primi due libri si è attenuata con gli anni oppure no?
«Io contesto “quella carica di ribellione”: di indignazione sì; di ribellione purtroppo no perché non
c’era modo, almeno per chi era al mio livello. Ribellioni in senso tecnico ve ne sono state, in alcuni
lager: l’episodio che ho raccontato di quell’impiccato che muore gridando “io sono l’ultimo!” si
ricollega a una ribellione che c’era stata in un altro campo: i prigionieri avevano fatto saltare i forni
crematori pochi giorni prima e costui, di cui non conosco neppure il nome, era implicato nella
faccenda, probabilmente aveva procurato dell’esplosivo. Riprendendo, l’indignazione sì persiste, ma
diciamo che si è ramificata. Sarebbe stupido oggi continuare a vedere il nemico solo lì, solo il
nazista, anche se a mio parere è ancora il principale. Però il mondo di oggi è molto più articolato
che non quello di una volta. Non erano bei tempi quelli in cui io ero giovane, però avevano il
grande vantaggio che erano netti; l’alternativa amico/nemico era molto netta e la scelta non era
difficile. Oggi lo è molto di più. Perciò anche l’indignazione persiste, ma è… erga omnes. Verso
molti, non più verso “quelli”».

Nella famosa lettera al suo editore tedesco, lei dice che non può capire i tedeschi e quindi non si sente di giudicarli.
«No, ho detto che non li capisco, ma li giudico sì».

E come, allora?
«Li giudico male: sì, anche i tedeschi di oggi. Non tutti, naturalmente; io ho molti amici tedeschi,
anche per il fatto che parlo la loro lingua, e mi interessano, e mi rifiuto di giudicarli in blocco. Però
devo dire che, statisticamente, sono un paese pericoloso. Sono un pericolo intanto perché sono
divisi in due e questo essi non lo accettano: pochi fra i tedeschi accettano questa divisione. E poi
hanno delle virtù che diventano pericolose: questa loro straordinaria passione per la disciplina (che
a noi manca – ed è male – ma loro ne hanno troppa!) per cui sono pronti ad accodarsi a chiunque
comandi, mi fa paura».

Com’è che allora, sempre in quella lettera, lei dice che i tedeschi, oltre ad essere pericolo, sono speranza per l’Europa?
«Ecco… la lettera io l’ho scritta molti anni fa, nel ’60, sulla corda dell’entusiasmo che avevo provato
io per il fatto che un editore tedesco aveva accettato di pubblicare la mia testimonianza, e anche a
seguito di vari contatti che avevo avuto allora con i giovani tedeschi degli anni Sessanta. E mi era
sembrato che la Germania fosse veramente un’altra. Sembrava una roccaforte della democrazia,
allora: oggi un po’ meno, anzi molto meno».

Come reagiva vedendo i compagni di sventura andare ogni giorno alla morte a causa della selezione: lo prendeva, alla fine, come un dato di fatto, o questo le procurava ogni volta lo stesso dolore e lo stesso disgusto?
«Ci si incontrava, al mattino, all’appello e quando ne mancava uno, era considerato di cattivo gusto
andare a fondo, un po’ come capita oggi quando uno muore di cancro: non se ne parla volentieri.
Era una forma di accettazione, in sostanza, per cui l’atteggiamento verso il compagno morto in
selezione non era molto diverso da quello verso uno morto di morte naturale. Quel mio amico
Alberto, di cui ho parlato a lungo, era in campo con il padre: era un ragazzo molto intelligente e
insieme parlavamo sovente di queste cose, senza inibizioni e senza cedere a questa tendenza di
negare la verità. Pure, quando il padre fu scelto per la selezione, Alberto disse di essere sicuro che
suo padre non era mandato nelle “camere” bensì veniva trasferito con altri prigionieri in un altro
campo di convalescenza. E io ero stupito e impressionato nel constatare come il mio amico si fosse
prontamente costruito un riparo, per celarsi una realtà altrimenti intollerabile».

Data la mortalità elevatissima, pensa che la sua sopravvivenza sia dovuta a fortuna o ad altri fattori?
«Io penso che, in primo luogo, molto abbia giocato la fortuna. Inoltre non sono stato mai ammalato:
mi sono ammalato più tardi, in modo provvidenziale. Ed ecco come avvenne. Io, lavorando in
fabbrica, rubavo al laboratorio ciò che mi poteva servire per la sussistenza e puntualmente dividevo
il bottino con Alberto; c’era infatti un patto tra di noi, per cui dividevamo fraternamente ogni colpo
buono (ecco qui l’arte di arrangiarsi!). Un giorno che avevo rubato del tè in laboratorio, andai con
Alberto a venderlo all’ospedale, dove ne avevano bisogno per gli ammalati. Ci pagarono con una
gamella di zuppa, quasi gelata e già un po’ intaccata. Probabilmente era stata toccata da un malato di
scarlattina: io presi la scarlattina, fui mandato in ospedale e sopravvissi; Alberto che aveva avuto la
malattia da bambino, non ne fu contagiato e morì in campo. Altro fattore fondamentale per me è
stato quell’operaio, Lorenzo, di Fossano, che mi ha portato per molti mesi quanto bastava per
integrare le calorie mancanti. Egli, che pure non era un prigioniero, è tornato molto più disperato di
me: era un uomo molto mite e molto pio, rozzo e insieme religioso, e era terrificato di quanto aveva
visto, spaventato, ferito. È tornato in Italia da solo, a piedi, e non ha voluto più vivere. Ha
incominciato a bere e, a me che lo andavo a trovare spesso, diceva molto freddamente che non
desiderava più vivere, che ne aveva viste abbastanza. Morì tubercoloso; e infelice».

Qualche episodio insolito che ricorda e che non è stato detto nei suoi libri.
«C’era con noi un medico ebreo osservante. Lei sa che la religione ebraica prevede dei digiuni
molto rigorosi: in quei giorni non si mangia niente e neppure si lavora. Questo medico alla sera –
dopo il lavoro – disse al capo-baracca che la zuppa non la voleva, perché era giorno di digiuno e lui
non la poteva mangiare. Il capo-baracca era un comunista tedesco, abbastanza indurito dal suo
mestiere (aveva dieci anni di lager alle spalle), però, colpito dalla forza morale del prigioniero, gli
conservò la zuppa fino a quando quest’ultimo non terminò il suo digiuno. Questo atto di umanità mi
aveva molto impressionato».

Può stabilire un rapporto tra lei e gli altri scrittori di religione ebraica (Ginzburg, Bassani)?
«Un rapporto complesso c’è, evidentemente. L’ambiente di Natalia Ginzburg è il mio stesso
ambiente; abbiamo parenti in comune; lei è nata Levi e suo fratello era il nostro medico. L’ambiente
della borghesia ebraica torinese è quello in cui sono nato e cresciuto. Quello di Bassani è diverso;
sia Bassani che i suoi personaggi appartengono ad un’altra borghesia ebraica, quella di Ferrara, che
io conosco abbastanza poco. E che non mi piace tanto, perché erano una classe abbastanza
consapevole dei propri privilegi, abbastanza esclusiva (vedi il famoso muro di cinta) e riservata e
chiusa».

Per quale motivo la Ginzburg le ha rifiutato il manoscritto?
«Premetto che non le serbo rancore (ma forse sì, per un certo periodo gliene ho serbato). Ho pensato
a tante cose: forse era satura di manoscritti
– fare il lettore in una casa editrice è un brutto mestiere;
si è costretti a falciare… poi… è un fatto che, pur conoscendola bene, non abbiamo mai chiarito».

Ha ancora dei contatti con i compagni del lager?
«Enick l’ho perso di vista completamente. Ho ritrovato invece quel Pikolo, quello del canto di
Ulisse; con lui ci vediamo sovente; viene a fare le vacanze in Italia e fa il farmacista in un piccolo
paese vicino a Strasburgo. È uno di quelli che hanno rimosso tutto: si è imborghesito
completamente e non ama parlare di queste cose. Sono stato a trovarlo, l’ultima volta, con la
Televisione italiana; gli ho chiesto di riceverci e mi ha risposto: te sì, ma le telecamere no. Poi però
ha accettato anche loro, ma non volentieri».

Che pensa dei giovani d’oggi?
«La differenza fondamentale tra la nostra giovinezza e la giovinezza attuale è nella speranza di un
futuro migliore, che noi avevamo in modo clamoroso e che ci sosteneva anche negli anni peggiori,
anche nel lager: la meta c’era e era costruire un mondo nuovo di uguali diritti, dove la violenza era
abolita o relegata in un angolo, costruire il Paese per riportarlo a livello europeo. Invece, i giovani
d’oggi, mi pare abbiamo molte meno speranze. In generale vedo che tendono a scopi immediati, e
questo forse è anche abbastanza giusto, in quanto non distinguono un altro futuro. Mi pare,
paradossalmente, che sia stata più facile la nostra giovinezza, perché oggi sono troppi i mostri
all’orizzonte: c’è il problema della violenza, il problema energetico, dell’inquinamento; il mondo è
diviso in blocchi, c’è una totale incapacità di prevedere l’avvenire e nessuno osa fare previsioni
sensate di qui a due anni. C’è sempre il problema atomico. Trovo che sono pochi i giovani che
pensano di fare o studiare in qualche modo per un loro preciso futuro. È il senso del tramonto dei
valori, per cui bisogna godere e bruciare tutto subito».

Come mai ha lasciato passare tanto tempo, quindici anni, da Se questo è un uomo alla seconda opera?
«Se questo è un uomo, edito nel ’47 presso De Silva, uscì in duemilacinquecento copie: avevo delle
buone recensioni, ma ho avuto cinquemila lettori (un libro lo leggono due persone in media).
Dopodiché… non ho avuto più incentivo a scrivere; mi pareva di avere fatto il mio dovere di
testimone, di essermi scaricato delle mie tensioni e non sentivo il bisogno di scrivere altro. Solo
dopo molti anni mi ha ripreso questo desiderio, perché si è ricominciato a parlare della Seconda
guerra mondiale, e dei lager in specie, in modo diverso, in senso storico appunto. Verso il ’60, o
forse prima, si tenne un ciclo di conferenze sul tema e io mi sono ritrovato protagonista: molti allora
mi hanno incoraggiato a raccontare anche la seconda parte della mia esperienza, cioè il ritorno dalla
Russia. Ripresi la penna anche per un altro motivo: era cessata la Guerra fredda e ora potevo
raccontare la verità completa, umana. Prima era impossibile parlare della Russia: o se ne parlava
come dell’inferno o come del paradiso. E io non me la sentivo, in un ambiente così, di scrivere un
libro-verità come La tregua. Solo dopo la distensione è diventato possibile scrivere di queste cose in
un linguaggio non retorico».

Perché è nato Malabaila?
«Perché sarebbe stato scandaloso a quel tempo: non avrei potuto, io, lo scrittore di Se questo è un
uomo venire fuori a quei tempi con aneddoti, storie fantastiche. Proposi allora questo pseudonimo
all’editore, il quale accettò con entusiasmo, pensando forse di farne un “caso letterario”: poi il caso
non ci fu, ed io ripresi il mio nome».

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