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Eluana, qui si rompe il principio di legalità

di Carlo Federico Grosso
in “La Stampa” del 19 gennaio 2009

Una nuova rottura della legalità, un’ulteriore ferita inferta allo Stato di diritto. L’ultimo atto della
vicenda Englaro indigna chi ritiene che l’osservanza delle regole costituisca il fondamento della
convivenza civile. Vittima, ancora una volta, Eluana Englaro, alla quale una sorta di «prepotenza
governativa» rifiuta il diritto di morire che le era stato riconosciuto da una sentenza definitiva della
Cassazione.
All’origine della nuova questione si pone un nebuloso provvedimento amministrativo «di indirizzo»
assunto, in tutta fretta, dal ministro Sacconi quando pareva che, dopo l’ultima sentenza, la vicenda
si stesse avviando al suo epilogo logico e naturale. Abbiamo letto tutti il comunicato con il quale la
clinica «Città di Udine» ha reso pubbliche le ragioni della sua decisione: ciò che era stato ormai
organizzato, e cioè il ricovero di Eluana e il suo accompagnamento a una morte dignitosa, è stato
bloccato per il timore che, infrangendo l’atto di indirizzo ministeriale, alla struttura ospedaliera
fosse revocata la convenzione regionale e venissero pertanto a mancare i denari che le consentivano
di lavorare.
La vicenda solleva, immagino, complessi problemi giuridici di natura amministrativa, coinvolge
delicati rapporti di competenza fra Stato e Regioni in materia di sanità, decine di giuristi si
interrogheranno sui poteri ministeriali nell’imporre direttive in materia e sui doveri delle Regioni di
ottemperarle. Si discuterà, soprattutto, fino a che punto gli elementi di diritto richiamati a sostegno
del menzionato atto di indirizzo (un parere del Comitato nazionale di bioetica privo, in realtà, di
qualsiasi rilevanza giuridica e una convenzione Onu sui diritti dei disabili non ancora del tutto
operativa in Italia e che, comunque, non riguarda specificamente il caso Englaro) siano davvero in
grado di giustificare, in qualche modo, il provvedimento ministeriale.
Al di là dei possibili cavilli, delle possibili interpretazioni più o meno interessate, c’è peraltro un
profilo giuridico, chiarissimo, sul quale non è consentito neppure discutere: che di fronte a una
sentenza irrevocabile della Cassazione che, tenendo conto delle leggi operanti in Italia, ha stabilito
determinati principi (ad esempio, che Eluana si trova in una condizione giuridica di coma
persistente, che un intervento di idratazione e di nutrizione artificiale mediante sondino ipogastrico
non costituisce semplice alimentazione, bensì intervento medico) e ha conseguentemente
riconosciuto a Eluana, o a chi per lei, il diritto di staccare quel sondino, nulla, sul terreno giuridico,
è più consentito obiettare. La sentenza deve essere eseguita, punto e basta. Nessuno è più
legittimato a vietare, bloccare, frapporre ostacoli, ritardare.
Al di là delle convinzioni personali di ciascuno di noi sul merito complessivo della dolorosissima
vicenda e, conseguentemente, sulla bontà, o meno, della decisione giudiziale assunta dalla Corte
Suprema, oggi ci troviamo pertanto, a valle del problema principale, di fronte a una importante
questione di principio sulla quale occorre essere chiari, determinati, inflessibili: che le sentenze
irrevocabili della Cassazione, piacciano o non piacciano, siano condivise o non siano condivise,
devono essere, in ogni caso, applicate, adempiute, eseguite. Infrangere tale regola significherebbe
innescare una rottura gravissima del principio di legalità attorno al quale ruota l’intero nostro
sistema giuridico. In certo senso, addirittura, fare saltare lo stesso sistema, basato, come sappiamo,
sui principi fondamentali secondo i quali il Parlamento legifera, la magistratura interpreta e applica
le leggi, l’esecutivo governa rispettando leggi e sentenze.
La rottura della legalità appare d’altronde, nel caso di specie, tanto più grave ove si consideri che a
impedire l’esecuzione di una sentenza della Cassazione è, addirittura, e ufficialmente, il governo,
che frappone un suo atto di indirizzo alla normale, logica e ormai doverosa sequenza di atti e fatti
che dovrebbero, ragionevolmente, seguire alle decisioni assunte dai giudici che si sono pronunciati
sulla vicenda. E appare ancora più grave ove si rammenti che, in precedenza, vi era già stato il
tentativo dell’attuale maggioranza parlamentare di bloccare l’esecuzione della sentenza, sollevando
un peregrino conflitto di attribuzione tra il Parlamento e la Magistratura che, per la sua palese
inconsistenza, era stato respinto in tempi brevissimi, e con durezza, dalla Corte Costituzionale. Ieri i
giornali hanno pubblicato la notizia che, a seguito di una denuncia presentata dai radicali, la Procura
di Roma ha iscritto il ministro Sacconi nel registro degli indagati per violenza privata e che gli atti
sono stati trasmessi al competente Tribunale dei Ministri. Non so francamente dire se il ministro
abbia, o non abbia, commesso il reato contestato, e se impedendo l’esecuzione della sentenza
Englaro abbia addirittura commesso ulteriori reati. Confesso che tali circostanze non mi interessano
neppure più di tanto.
Mi preoccupa invece, moltissimo, la questione di carattere generale, a un tempo giuridica e politica:
la rottura del principio di legalità, l’alterazione degli equilibri fra i poteri dello Stato, l’impressione,
soprattutto, che la semplice legittimazione politica ottenuta dal voto popolare si stia trasformando
ormai, nei fatti, in strumento di prevaricazione, di sopraffazione, di cancellazione di diritti e
garanzie riconosciute dalla legge e dichiarate dai giudici. Se ciò stesse davvero accadendo, se, in
particolare, dovesse diventare prassi di governo, sarebbe la fine dello Stato di diritto.

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